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sabato 11 ottobre 2014

Sri Lanka: abolire la pena di morte, in memoria di Rizana Nafeek

da www.asianews.it

di Melani Manel Perera  
È l’auspicio dell’Alto commissario britannico a Colombo, espresso in occasione della Giornata mondiale contro la pena capitale. Rizana è stata giustiziata in Arabia saudita per il presunto omicidio di un neonato.


Colombo (AsiaNews) - La memoria dell'ingiusta esecuzione di Rizana Nafeek "dovrebbe persuadere il governo dello Sri Lanka a votare in favore della moratoria sulla pena capitale e unirsi ai tanti Paese che già l'hanno abolita". È l'auspicio espresso da John Rankin, Alto commissario britannico per lo Sri Lanka (l'ambasciatore, nei Paesi del Commonwealth - ndr), in occasione della 14ma Giornata mondiale contro la pena di morte, celebrata ieri.
Sebbene il Codice penale preveda l'esecuzione, è dal 1976 che non ci sono più stati casi di condanne a morte. Secondo Rankin questo non è abbastanza. "Alla fine di questo anno - ha dichiarato - l'Assemblea generale dell'Onu voterà la quinta risoluzione su una moratoria per l'uso della pena capitale. Il trend è chiaro: nel 2012 ben 111 Paesi hanno votato in favore, il più alto numero mai raggiunto. Speriamo che lo Sri Lanka possa unirsi ad essi".
Lo scorso anno Rizana Nafeek, giovane cameriera srilankese, è stata giustiziata in Arabia saudita. La ragazza musulmana era nel braccio della morte dal 2007 per il presunto omicidio di un neonato. A nulla sono valse le tante richieste di grazia giunte dal governo dello Sri Lanka e dalla comunità internazionale.

mercoledì 24 settembre 2014

La sonda indiana entra nell'orbita di Marte (e nella Storia)

La missione dell'agenzia indiana è la prima al mondo ad avere successo al primo tentativo. Il satellite Mangalyaan ("nave marziana") studierà l'atmosfera del pianeta rosso. Delhi supera Cina, Giappone e Corea del Sud.


Bangalore (AsiaNews/Agenzie) - L'India oggi ha fatto la Storia, diventando il primo Paese al mondo a porre un proprio satellite nell'orbita di Marte al primo tentativo. Il Mars Orbiter Mission (MOM) - o Mangalyaan, "nave marziana" - ha iniziato a orbitare intorno al pianeta rosso alle 7:47 di questa mattina (ora locale). Il Primo ministro Narendra Modi, presente al centro di controllo a Bangalore (Karnataka), ha esultato, dichiarando che il Paese ha raggiunto "quasi l'impossibile".
"Le probabilità - ha sottolineato il premier - erano contro di noi. Di 51 missioni tentate in tutto il mondo, solo 21 hanno avuto successo. Noi abbiamo prevalso". In passato, solo Stati Uniti, Europa e Russia hanno inviato sonde su Marte, ma mai al primo tentativo. L'agenzia indiana diventa così la quarta al mondo ad aver compiuto una missione sul pianeta rosso, superando gli altri grandi concorrenti asiatici: Cina, Giappone e Corea del Sud.
La sonda MOM è stata lanciata il 5 novembre 2013 dalla stazione aerospaziale Sriharikota, sulla costa della baia del Bengala. Il costo complessivo della missione è stato di 4,5 miliardi di rupie (74 milioni di dollari), il che la rende una delle missioni interplanetarie più economiche di sempre. La sonda studierà le emissioni termiche per tracciare la composizione della superficie e la presenza di minerali, e lavorerà con il sensore di metano per determinare la presenza di forme di vita e la natura. Il metano infatti può indicare l'esistenza di vita.

martedì 22 luglio 2014

Jakarta, la tv annuncia: Widodo è il nuovo presidente dell'Indonesia

da www.asianews.it

INDONESIA
Il popolare governatore di Jakarta avrebbe ottenuto il 53,15% dei voti. Il suo sfidante, l'ex generale Subianto, si ritira dalla competizione per "brogli" e annuncia un ricorso alla Corte Costituzionale. Ancora alta la tensione nella capitale.


Jakarta (AsiaNews) - Il popolare governatore di Jakarta Joko Widodo "è il nuovo presidente dell'Indonesia. Con il 53,15% dei voti, il politico noto anche come "Jokowi" si è assicurato la vittoria elettorale". Lo ha detto poco fa un servizio della televisione nazionale indonesiana, sottolineando che il suo sfidante - il generale in pensione Prabowo Subianto - si è ritirato dalla competizione per "le massicce frodi elettorali". Un portavoce dell'ex militare ha chiarito che il candidato "farà ricorso contro i risultati davanti alla Corte Costituzionale".
Si attende ancora il pronunciamento formale della Commissione elettorale, ma i sostenitori di "Jokowi" hanno già lanciato su Twitter una campagna di messaggi di congratulazioni sotto l'hashtag #presidenbaru, ovvero "il Nuovo Presidente". Widodo è molto popolare, soprattutto fra i giovani che vivono nelle città e in campagna, e rappresenta un deciso cambiamento rispetto al passato autoritario nella politica nazionale.
Nel frattempo, però, la situazione nelle città continua a essere instabile. A Jakarta membri della polizia e dell'esercito regolare hanno bloccato l'accesso ai principali luoghi di ritrovo, le scuole hanno chiuso in anticipo e ci sono posti di blocco sulle strade per Banten e per la provincia di West Java. Il timore dei militari è quello di "infiltrazioni" dall'esterno per manipolare l'opinione pubblica della capitale e forse scatenare violenze.

giovedì 10 luglio 2014

India: prima finanziaria neo governo Modi

da www.ansa.it

Obiettivo rilanciare la crescita scesa sotto il 5%

(ANSA) - NEW DELHI, 10 LUG - C'e' molta attesa in India per la presentazione della legge Finanziaria 2014-2015 che sarà illustrata in Parlamento dal neo ministro delle Finanze Arun Jaitley. Si prevedono misure di contenimento del deficit, riforme alla politica di sussidi e incentivi all'industria con l'obiettivo di rilanciare la crescita che negli ultimi due anni è scesa al di sotto del 5%. E' la prima manovra economica del governo di Narendra Modi, il carismatico leader della destra salito al potere un mese e mezzo fa.

mercoledì 9 luglio 2014

Presidenziali in Indonesia: Jokowi in testa, scarto minimo. Subianto annuncia battaglia

da www.asianews.it

di Mathias Hariyadi

L’ex governatore di Jakarta sarebbe in vantaggio con poco più del 52% delle preferenze; il rivale, l’ex generale Subianto, si fermerebbe al 47%. I risultati ufficiali attesi per il 22 luglio, ma non si escludono già ora ricorsi alla Corte costituzionale. Alle urne 190 milioni di aventi diritto; il 30% per la prima volta ad eleggere il capo di Stato.


Jakarta (AsiaNews) - Il governatore uscente di Jakarta Joko "Jokowi" Widodo, 53 anni, sarebbe in vantaggio sul proprio rivale, l'ex generale Prabowo Subianto (62), e seppur con un margine "ristretto" potrebbe aggiudicarsi la corsa alle presidenziali in Indonesia. È quanto emerge dagli exit poll e delle prime proiezioni non ufficiali, in base alle quali il prossimo capo di Stato dovrebbe essere proprio l'astro nascente della politica nazionale. Una figura giovane, moderata, lontana dal malaffare e dalla corruzione dilagante, anche se viene accusato dai critici di non manifestare attaccamento e devozione profonda verso l'islam: Forse anche per questo, nei giorni scorsi il candidato alla poltrona più alta del Paese ha compiuto il pellegrinaggio minore alla Mecca, chiudendo in modo ideale proprio nella città santa per i musulmani la sua campagna elettorale.
L'Indonesia è la nazione musulmana più popolosa al mondo, oltre che la terza democrazia per numero di abitanti, e il voto della componente islamica risulta fondamentale per succedere al presidente uscente Susilo Bambang Yudhoyono, in carica per due mandati. E il voto si è tenuto proprio in concomitanza con il Ramadan, il mese sacro di digiuno e preghiera per l'islam.
Alle 7 del mattino è iniziata l'operazione di voto, che si è conclusa all'una del pomeriggio ora locale secondo i tre diversi fusi orari che attraversano l'arcipelago indonesiano dall'estremità est alla punta occidentale di Aceh. Sono oltre 190 milioni gli aventi diritto di voto, il 30% dei quali si sono recati per la prima volta alle urne per eleggere il proprio presidente. Circa 480mila i seggi sparsi sul territorio, fra imponenti misure di sicurezza per scongiurare il pericolo di attentati o violenze. Nella sola Jakarta le autorità hanno stanziato almeno 22.300 poliziotti.
Dai primi risultati - su un campione del 90% dei seggi scrutinati - emerge che la coppia Jokowi-Jusuf Kalla si aggiudica la corsa alle presidenziali con il 52,82% delle preferenze, mentre i rivali Prabowo Subianto assieme al vice Hatta Radjasa si fermerebbero al 47,18%. I risultati definitivi della Commissione elettorale (Kpu) verranno pubblicati il prossimo 22 luglio, ma ricorsi e contestazioni alla Corte costituzionale potrebbero allungare ulteriormente i tempi della proclamazione ufficiale.
Rivolgendosi ad alcune centinaia di sostenitori dal comitato elettorale nel centro di Jakarta, l'ex governatore Jokowi (nella foto al momento del voto) si è detto emozionato e ha voluto inviare un ringraziamento non solo a quanti lo hanno sostenuto, ma a tutta la società indonesiana nel suo complesso. "Grazie a tutti da Sabang a Merauke, ai volontari e a tutti gli alleati politici che mi hanno aiutato nella corsa al Palazzo presidenziale". Egli ha citato non a caso Sabang e Merauke, rispettivamente la punta orientale e occidentale dell'arcipelago indonesiano e simboli ideali della sua vastità, varietà e complessità. Jokowi ha inoltre chiesto ai propri sostenitori di "vigilare" sulla sicurezza del voto, per impedire brogli o manomissioni a urne chiuse prima della dichiarazione ufficiale.
Il rivale, l'ex generale Subianto, rappresentante della "vecchia guardia" e vicino alla classe dirigente per decenni al potere, non intende ammettere (al momento) la sconfitta e annuncia battaglia. Del resto la differenza fra i due candidati è minima e secondo analisti ed esperti di politica locale si tratterebbe della vittoria con il margine inferiore, se si considerano le tre tornate elettorali con elezione diretta del capo dello Stato.
Il mandato del prossimo presidente indonesiano verrà inaugurato con una solenne cerimonia ufficiale il prossimo 20 ottobre; nelle due settimane successive si procederà alla nomina del nuovo esecutivo e dei ministri.

martedì 8 luglio 2014

Fra timori di violenze e allerta sicurezza, l'Indonesia alle urne per eleggere il nuovo presidente

da www.asianews.it

08/07/2014
INDONESIA
di Mathias Hariyadi

Domani si vota per il successore di Susilo Bambang Yudhoyono. Concluse le operazioni all’estero, fra piccoli disservizi e denunce di irregolarità. Polizia e militari presidiano strade e centri sensibili. Leader religiosi lanciano appelli alla calma e al voto responsabile. Vescovi cattolici si professano neutrali, ma la base dei fedeli sostiene Jokowi, garante di libertà.


Jakarta (AsiaNews) - Timori e allarmi per possibili episodi di violenza, imponenti misure di sicurezza per prevenire possibili focolai di tensione, accuse di brogli nelle operazioni di voto all'estero e sondaggi dell'ultima ora sulla coppia vincitrice alle urne. È una vigilia carica di tensione e incertezza quella che accompagna gli indonesiani al voto per le presidenziali, in programma domani 9 luglio. A sfidarsi saranno la coppia formata dal governatore di Jakarta Joko "Jokowi" Widodo e dal vice Jusuf Kalla, ex numero due dell'attuale presidente Susilo Bambang Yudhoyono al primo mandato (favoriti alla vigilia), e il gen. Prabowo Subianto assieme al vice Hatta Radjasa. Analisti ed esperti di politica locale parlano di elezioni "storiche" per il futuro della nazione, per la sua economia, per i rapporti di forza al suo interno e gli equilibri fra etnie e religioni, nel Paese musulmano più popoloso al mondo.
Le operazioni di voto all'estero si sono già svolte nei giorni scorsi, anche se i risultati ufficiali arriveranno solo con la chiusura delle urne in patria. Dai primi exit poll emergono risultati contrastanti: secondo un primo campione di ricerca è in netto vantaggio la coppia guidata dal governatore uscente di Jakarta, che godrebbe di un ampio consenso fra i lavoratori migranti. Un secondo istituto riporta invece la vittoria, seppur con margini di inferiori, del duo Subianto-Rajasa. Nei comitati elettorali prevale l'ottimismo e si tende a commentare il sondaggio favorevole al rispettivo candidato.
E proprio attorno al voto all'estero ruotano le prime polemiche di questa tornata elettorale; a Hong Kong un migliaio di lavoratori migranti non ha potuto votare, perché si sono presentati ai seggi dopo le 5 del pomeriggio, termine ultimo fissato dalle autorità locali per esercitare il proprio diritto. Fonti locali riferiscono inoltre che alcune persone - non identificate - promettevano ai cittadini esclusi dal voto di poter esprimere la preferenza, a patto di votare per Subianto. Immediata la protesta in Indonesia, in particolare fra i comitati elettorali a sostegno di Jokowi.
Tuttavia, nelle ultime ore a tenere banco sono la questione sicurezza e la connotazione settaria che contraddistingue una parte consistente dell'elettorato indonesiano. Da giorni è in vigore lo stato di massima allerta fra polizia e militari, con agenti e soldati stanziati nei settori più strategici e nei punti a rischio delle più importanti città. Appelli alla calma e alla regolarità del voto arrivano anche dal presidente uscente Susilo Bambang Yudhoyono e dai principali leader religiosi.
Con un gesto a sorpresa, ieri lo stesso Yudhoyono ha invitato a palazzo i più importanti leader musulmani e cristiani (cattolici e protestanti), per incontri a porte chiuse dedicati proprio alla tornata elettorale, per scongiurare qualsiasi tipo di disordine. In successione hanno fatto il loro ingresso negli uffici del presidente il leader del Consiglio degli ulema indonesiani (Mui), il presidente del Sinodo delle chiese protestanti (Pgi) e il presidente della Conferenza episcopale indonesiana (Kwi), mons. Ignatius Suharyo, attuale arcivescovo di Jakarta.
Il leader Mui ha espresso preoccupazione per possibili scontri fra i rispettivi sostenitori dei due candidati. Di contro, il presidente dei vescovi ha confermato la posizione di neutralità della leadership cattolica - anche se vi sono sacerdoti "schierati" che hanno appoggiato in queste settimane in modo aperto e diretto una delle due coppie di candidati - e ribadito che ciascun fedele eserciterà il proprio diritto di voto secondo coscienza. Non ha mancato di far sentire la propria voce il sacerdote gesuita p. Franz Magnis Suseno, intellettuale di lungo corso, secondo cui una vittoria di Subianto darebbe nuovo vigore alla frangia islamista e metterebbe in serio pericolo la libertà religiosa nel Paese; secca la replica dei sostenitori dell'ex generale, che invitano il leader cattolico a non occuparsi di politica e ad evitare provocazioni o divisioni in seno alla società.
In tema di preferenze, anche i due principali movimenti musulmani moderati - il Nahdlatul Ulama (Nu) e il Muhammadiyah - hanno confermato l'atteggiamento di neutralità e imparzialità. Tuttavia, sono i singoli leader religiosi locali - imam e ulema - che potrebbero incidere il modo significativo sull'esito del voto, per l'influenza esercitata sulla propria comunità. Nelle ultime settimane si è inoltre registrata una campagna diffamatoria e denigratoria nei confronti di Jokowi, cui è stato imputato di essere cristiano (in realtà è un musulmano moderato, che ha scelto un cristiano come vice a Jakarta), discendente di etnia cinese e membro del Partito comunista. Una campagna che, seppur rientrata ha avuto come effetto l'erosione (parziale) dei consensi.

lunedì 7 luglio 2014

Afghanistan: primi risultati,vince Ghani

da www.ansa.it

Ma Abdullah non riconosce esito scrutinio

 L'ex ministro delle Finanze afghano Ashraf Ghani Ahmadzai avrebbe vinto il ballottaggio presidenziale in Afghanistan con il 56,44% dei voti, davanti all'ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah, che avrebbe ottenuto il 43,56%. Lo ha annunciato la Commissione elettorale indipendente sulla base di risultati preliminari non ufficiali. L'ex ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, come era previsto, ha rifiutato i risultati. Il successore di Karzaisara' annunciato a partire dal 22 luglio.

venerdì 4 luglio 2014

Bangkok, via libera alla stampa della prima Bibbia cattolica in lingua thai

da www.asianews.it

THAILANDIA
di Claudio Corti
L'annuncio è stato dato da mons. Francesco Saverio Vira Arpondratana, responsabile della Commissione Biblica della Conferenza episcopale thailandese. Le prime 16mila copie, stampate in Corea del Sud, saranno disponibili i primi di novembre 2014.


Bangkok (AsiaNews) - Tutto pronto in Thailandia per la stampa della Bibbia completa in lingua thai: la versione cattolica del libro sacro si presenterà in un unico volume, stampato in 16mila copie per la prima tiratura in Corea del Sud. Il via libera è arrivato lo scorso 30 giugno, quando presso la sede della Conferenza episcopale thailandese a Bangkok mons. Francesco Saverio Vira Arpondratana, responsabile della Commissione Biblica e suor Phanni Phuruanghong, segretaria della stessa Commissione, hanno firmato un accordo con il Rev. Dottor Seri Lokanphai e la signora Phailanya Sahawan, rappresentanti della Thailand Bible Society.
Nella cerimonia iniziale mons. Arpondratana ha evidenziato l'importanza della Parola di Dio nella vita dei cristiani e, citando Papa Francesco dall'Esortazione apostolica "Evangelii Gaudium", ha invitato i cattolici thailandesi a dedicare sempre più tempo alla lettura della Bibbia.
La firma di questo accordo segna un evento miliare nella storia della Chiesa locale: indica infatti che è stata finalmente completata la traduzione dell'intera Bibbia in lingua thai utilizzando il linguaggio che viene usato all'interno della Chiesa cattolica in Thailandia.
L'intera Bibbia era stata già tradotta e publicata dei protestanti, e in parte utilizzata dai cattolici, ma l'utilizzo di termini diversi per indicare alcuni concetti biblici aveva spinto la Conferenza episcopale ad affidare (circa 20 anni fa) al biblista thailandese p. Thatsanai Khomkrit il compito di preparare una nuova traduzione utilizzando la terminologia usata dai cattolici.
Le prime 16mila copie della Bibbia completa in lingua thailandese, in un unico volume, versione cattolica, verranno stampate in Corea del Sud e saranno disponibili in Thailandia agli inizi del mese di novembre.

martedì 1 luglio 2014

Tre milioni di firme per le riforme costituzionali in Myanmar

da www.asianews.it

MYANMAR
I promotori chiedono emendamenti all’art. 436, che assegna ai militari il potere di veto in tema di riforme, e l’art. 59(F) che impedisce ad Aung San Suu Kyi di diventare presidente. La campagna è iniziata il 27 maggio e si concluderà il 19 luglio. Almeno 600mila firme nella sola area di Yangon.


Yangon (AsiaNews) - Sono oltre tre milioni i cittadini birmani che hanno firmato la petizione che chiede di rimuovere il veto militare, in tema di cambiamenti o modifiche costituzionali. E molte altre arriveranno a sostegno di una svolta radicale per il Myanmar, retto per decenni da una giunta militare e, ancora oggi, guidato da un governo semi-civile ma sostenuto di fatto dalle alte sfere dell'esercito. La campagna di raccolta firme è iniziata il 27 maggio e si concluderà il 19 luglio; finora ha saputo trovare consensi in tutta la nazione, in sette Stati e altrettante regioni in cui è suddivisa la nazione.
In un'intervista a Radio Free Asia (Rfa) Tun Tun Hein, portavoce della Lega nazionale per la democrazia (Nld), spiega che vi sono ancora molte schede non conteggiate: "Abbiamo raccolto oltre 600mila firme nella sola regione di Yangon - aggiunge - che è il bacino più consistente di consensi". A seguire vi sono la regione di Mandalay e la regione di Ayeyawaddy; egli aggiunge inoltre che, per evitare brogli o accuse di falsi, i promotori hanno chiesto "alle persone di firmare solo una volta".
La petizione, promossa in modo congiunto dalla Nld e dal gruppo studentesco Generazione 88, chiede di emendare l'art. 436 della Carta, che consente ai militari il potere di veto in merito a proposte di riforma della Costituzione. L'articolo in questione prevede invece che le riforme debbano ottenere il consenso del 75% dei membri del Parlamento, che è composto per un quarto da membri dell'esercito che sono nominati senza passare dal voto.
Il sostegno alla raccolta firme della leader della Nld Aung San Suu Kyi e di alcuni altri deputati avrebbe comportato, secondo i vertici governativi, la violazione del giuramento di "applicazione e sostegno" della Costituzione fatto al momento dell'ingresso in Parlamento. Tuttavia, la Nobel per la pace ha rivendicato il diritto per i cittadini birmani - lei compresa - di firmare petizioni o aderire a iniziative popolari in cui si chiede la riforma della Carta fondante dello Stato. Una Carta peraltro approvata dai militari nel maggio 2008, con un referendum farsa tenuto in piena emergenza causata dal ciclone Nargis. "Liberarsi del veto militare - ha aggiunto la "Signora" - è il primo passo, necessario per aprire la strada ad altri emendamenti".
I firmatari chiedono anche l'abrogazione dell'articolo 59(F) che, di fatto, impedisce ad Aung San Suu Kyi di candidarsi alla presidenza del Paese, perché i suoi due figli sono cittadini di nazionalità non birmana (inglesi, come il marito Michael Aris deceduto nel 1999). La scadenza della campagna è fissata per il 19 luglio e si attendono ancora le adesioni dalla regione settentrionale di Sagaing e dallo Stato Kachin, sempre nel nord, che sono "difficili da raggiungere". Tuttavia, il percorso di riforme si presenta irto di difficoltà poiché il Comitato governativo di controllo ha già annunciato che non intende modificare la norma che impedisce alla Suu Kyi di concorrere alla presidenza, mentre si sono aperti spiragli per quanto concerne l'art. 436.

mercoledì 18 giugno 2014

Alto diplomatico di Pechino in Vietnam per allentare le tensioni nel mar Cinese meridionale

da www.asianews.it

VIETNAM - CINA - NAZIONI UNITE
Yang Jiechi è giunto in Vietnam per colloqui con alti ufficiali di Hanoi; egli incontrerà il premier e il segretario del Partito comunista vietnamita. È il contatto di più alto livello fra i due Paesi dal 2 maggio scorso. Pechino auspica “uno scambio di opinino franco e approfondito”. Ma non rinuncia ai progetti espansionistici sulle isole contese.


Hanoi (AsiaNews/Agenzie) - Un alto diplomatico cinese, Yang Jiechi, è giunto in Vietnam per colloqui con alti ufficiali di Hanoi, finalizzati ad allentare le tensioni territoriali nel mar Cinese meridionale. Egli dovrebbe incontrare il Primo Ministro del Vietnam Nguyen Tan Dung e il segretario generale del Partito comunista Nguyen Phu Trong. Il ministero cinese degli Esteri sottolinea che Pechino auspica di intavolare "uno scambio di opinioni franco e approfondito". Ad inasprire lo scontro fra Hanoi e Pechino, la decisione della Cina di piazzare il Primo maggio scorso una piattaforma per l'esplorazione petrolifera, la Haiyang Shiyou 981, al largo della costa orientale vietnamita. In risposta, nazionalisti di Hanoi hanno promosso proteste di piazza, attacchi mirati contro aziende straniere, roghi e assalti che hanno causato almeno due morti e oltre 140 feriti. Nei giorni successivi si sono inoltre verificati assalti da parte di navi da guerra cinesi, nei confronti di pescherecci vietnamiti.
Le Hai Binh, portavoce del ministero vietnamita degli Esteri, conferma che la piattaforma petrolifera sarà uno dei temi al centro dei colloqui con il diplomatico Yang. La Cina auspica che la controparte vietnamita possa "concentrarsi sul quadro generale" della situazione.
La visita ufficiale di Yang è il contatto diretto a più alto livello dal 2 maggio scorso: per la Cina il mega-impianto resterà nella sua attuale posizione sino al prossimo agosto, come previsto in origine. Entrambe le nazioni hanno sollevato il conflitto in seno alle Nazioni Unite, presentando dossier al segretario generale Onu Ban Ki-moon che legittimano le rispettive rivendicazioni.
Secondo attivisti e nazionalisti vietnamiti, la Cina ha sfruttato l'instabilità e i conflitti in corso in Ucraina, Siria, Iran e Corea del Nord per iniziare il progetto - attraverso l'installazione della piattaforma petrolifera - di colonizzazione dei mari. Un progetto che si pone in aperto contrasto con la Dichiarazione di Condotta delle parti nei mari orientali (Doc) e la Convenzione Onu sui mari (Unclos). Di contro, Pechino accusa il Vietnam di "provocazioni" nel mar Cinese meridionale, denunciando oltre 1400 a navi e pescherecci da parte di imbarcazioni battenti bandiera vietnamita. E nel fine settimana la Cina intende costruire una suola sulle isole Paracel.
Da tempo Vietnam e Filippine manifestano crescente preoccupazione per "l'imperialismo" di Pechino nei mari meridionale e orientale; il governo cinese rivendica una fetta consistente di oceano, che comprende isole contese - e  la sovranità delle Spratly e delle isole Paracel - da Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia (quasi l'85% dei territori). A sostenere le rivendicazioni dei Paesi del Sud-est asiatico vi sono anche gli Stati Uniti, che a più riprese hanno giudicato "illegale" e "irrazionale" la cosiddetta "lingua di bue", usata da Pechino per marcare il territorio. L'egemonia riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino, in un'area dell'Asia-Pacifico di elevato interesse per il passaggio dei due terzi dei commerci marittimi mondiali.

giovedì 22 maggio 2014

Mar Cinese meridionale: Hanoi e Manila sempre più unite contro Pechino

da www.asianews.it

VIETNAM - FILIPPINE - CINA
di NH

Vietnam e Filippine potenziano la partnership strategica e la cooperazione bilaterale. L’obiettivo è rafforzare gli scambi economici e migliorare la collaborazione nell’istruzione, cultura, attività sociali, sicurezza marittima e protezione dei mari. Analisti avvertono la Cina: le mire illegali spingono le nazioni dell’area a “formare una coalizione” per “contrastarne l’egemonia”.


Hanoi (AsiaNews) - Il primo ministro vietnamita Nguyễn Tấn Dũng e il presidente filippino Benigno Aquino III rafforzano la partnership strategica e la cooperazione bilaterale, per contrastare il crescente "imperialismo" di Pechino nel mar Cinese meridionale. I vertici dei due Paesi si sono incontrati in questi giorni, in occasione del Forum Economico Mondiale per l'Asia dell'est in programma dal 21 al 22 maggio a Manila, nelle Filippine, e incentrato sul tema: "Promuovere la crescita in un progresso disomogeneo". Il premier vietnamita ha partecipato alla sessione di apertura dei lavori in qualità di ospite d'onore ed è intervenuto a una tavola rotonda dedicata all'agricoltura e alla sicurezza alimentare nei Paesi Asean (Associazione che riunisce 10 nazioni del Sud-est asiatico); egli si è inoltre trattenuto con altri leader internazionali, discutendo di affari e questioni economiche.
Tuttavia, a tenere banco nella due giorni di incontri il rafforzamento dell'asse fra Manila e Hanoi in chiave anti-cinese, per fermare l'espansionismo di Pechino nella regione Asia-Pacifico. Ieri il premier vietnamita e il presidente filippino hanno affrontato il tema della "dichiarazione illegale di sovranità" di Pechino sui mari, basata sulla cosiddetta "lingua di bue" che comprende quasi l'85% delle acque del mar Cinese meridionale (Filippine, Malaysia, Brunei, Vietnam e Indonesia).
L'atteggiamento aggressivo della Cina ha scatenato nei giorni scorsi una ondata di proteste in Vietnam, che ha assunto una deriva violenta con assalti e roghi. Dietro le violenze, la decisione di piazzare il Primo maggio scorso una piattaforma per l'esplorazione petrolifera, la Haiyang Shiyou 981, seguita dall'invio di 130 fra navi della marina, aerei da caccia ed elicotteri al largo della costa orientale vietnamita. Una mossa che ha esacerbato il nazionalismo di una fetta consistente della popolazione vietnamita, che ha promosso proteste di piazza con una deriva violenta caratterizzata da roghi e assalti che ha causato almeno due morti e oltre 140 feriti.
Nell'ultimo mese anche Jakarta, in un paio di occasioni, ha protestato contro la Cina per la rivendicazione avanzata dal governo di Pechino delle Natuna Islands, nel mare Orientale al largo della costa indonesiana. A più riprese Hanoi e Manila hanno denunciato l'aggressività della Cina nel corso dell'ultimo summit Asean a Naypyidaw, in Myanmar. Geoff Dyer, esperto di politica internazionale del Financial Times, sottolinea che "più la Cina rafforzerà le sue mire illegali su isole e acque", più gli altri Paesi della regione "si uniranno a formare una coalizione [...] per contrastarne l'egemonia".
Il rafforzamento del legame Manila-Hanoi avrà risvolti anche in campo economico, con l'obiettivo di rinsaldare il patto di cooperazione sottoscritto nell'ottobre 2011 e che copre il periodo 2011-2016; il volume di affari cresce ogni anno e nel 2013 si è attestato attorno ai 2,9 miliardi di dollari. La collaborazione riguarderà anche i settori dell'istruzione, cultura, attività sociali, sicurezza marittima e protezione della sovranità dei mari.
Da tempo Vietnam e Filippine manifestano crescente preoccupazione per "l'imperialismo" di Pechino nei mari meridionale e orientale; il governo cinese rivendica una fetta consistente di oceano, che comprende isole contese - e  la sovranità delle Spratly e delle isole Paracel - da Vietnam, Taiwan, Filippine, Brunei e Malaysia (quasi l'85% dei territori). A sostenere le rivendicazioni dei Paesi del Sud-est asiatico vi sono anche gli Stati Uniti, che a più riprese hanno giudicato "illegale" e "irrazionale" la cosiddetta "lingua di bue", usata da Pechino per marcare il territorio. L'egemonia riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino, in un'area di elevato interesse per il passaggio dei due terzi dei commerci marittimi mondiali.

venerdì 16 maggio 2014

India, Narendra Modi e i nazionalisti indù vincono le elezioni

da www.asianews.it

Nelle prossime ore usciranno i dati definitivi sulla maggioranza ottenuta dal Bharatiya Janata Party (Bjp) di Modi. Il Congress ammette la sconfitta e si dice "pronto a fare opposizione". Leader cristiano ad AsiaNews: "Ci congratuliamo, ma preghiamo perché si rispettino i diritti delle minoranze".


Mumbai (AsiaNews) - Una vittoria più che annunciata: la National Democratic Alliance (Nda), coalizione guidata dai nazionalisti indù del Bharatiya Janata Party (Bjp), guiderà il nuovo governo dell'India. Primo ministro del nuovo esecutivo sarà il controverso ma carismatico Narendra Modi, chief minister del Gujarat. Anche se i dati ufficiali verranno divulgati solo nelle prossime ore di oggi, le prime indicazioni suggeriscono che il Bjp otterrà la maggioranza assoluta di seggi (272 su 543) e per questo non avrà bisogno di alleanze per governare il Paese.
Il partito del Congress, alla guida del governo uscente, ha ammesso la sconfitta. "Accettiamo la disfatta - ha dichiarato il portavoce Rajeev Shukla -. Siamo pronti a sedere tra i banchi dell'opposizione".
Attraverso AsiaNews Sajan K. George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), "si congratula con Modi e con il Bjp per la strepitosa vittoria. Rivolgiamo le nostre preghiere affinché le credenziali laiche della Costituzione indiana siano rispettate come sacre e si garantisca pari trattamento e diritti a tutti i cittadini della nostra grande nazione, senza favori per alcune sezioni della società". (NC)

lunedì 5 maggio 2014

Saigon: cattolici e buddisti in aiuto dei reduci di guerra del Sud, dimenticati da Hanoi

da www.asianews.it

di Nguyen Hung
La parrocchia del Mutuo Soccorso ha ospitato una iniziativa interreligiosa a favore dei sopravvissuti al conflitto. Accoglienza, solidarietà e piccoli contributi economici per persone mutilate o invalide, ai margini della società, costrette a vivere di espedienti. Superiore dei Redentoristi: “Vogliamo darvi l’amore di Gesù e il rispetto per voi stessi”.


Ho Chi Minh City (AsiaNews) - Un movimento interreligioso di Ho Chi Minh City - che riunisce cattolici, protestanti e buddisti - su iniziativa dei padri Redentoristi di Saigon, ha promosso un'iniziativa di solidarietà per 435 soldati sud-vietnamiti reduci di guerra. Si tratta di combattenti della ex Repubblica del Vietnam, filo-americana, sconfitta dall'esercito nord-vietnamita che nel 1975 ha riunificato il Paese. Il governo comunista ha dimenticato, se non abbandonato, questi soldati che in battaglia hanno subito gravi ferite e che oggi sono incapaci di guadagnarsi da vivere e per questo sono costretti a mendicare per le vie della metropoli. Tuttavia, almeno per un giorno, il 28 aprile scorso queste persone ai margini della società hanno trovato riparo e accoglienza nella parrocchia di Nostra Signora del Mutuo Soccorso.
Da tempo gruppi interreligiosi e leader di fedi diverse cercano di lenire le ferite e le devastazioni che hanno diviso e insanguinato il Vietnam fra il 1956 e l'aprile del 1975. In quasi vent'anni di conflitto sono morte fra due e cinque milioni di persone, compresi soldati stranieri di Stati Uniti, Filippine, Thailandia e Australia, oltre che militari del Nord e della Repubblica sud-vietnamita. Moltissimi i feriti, i mutilati e gli invalidi di guerra, la maggior parte dei quali sono stati dimenticati o emarginati dal regime comunista di Hanoi col passare del tempo.
Oggi non è difficile trovare agli angoli delle strade della ex Saigon, nei mercati, nelle stazioni o nei parchi pubblici reduci ciechi, storpi per le ferite di guerra, amputati senza uno o più arti, intendi a vendere biglietti della lotteria, spazzolini o altri piccoli oggetti per guadagnarsi da vivere. Ancora oggi non si dispone di una stima precisa di "soldati feriti" del Sud, ma sono di certo nell'ordine delle migliaia a 39 anni di distanza dalla fine del conflitto.
P. Joseph Đinh Hữu Thoại ricorda i momenti che hanno portato alla nascita di questa iniziativa interreligiosa di carità: nel 2012 il superiore buddista Thích Không Tánh rende omaggio ai reduci di guerra della Repubblica del Vietnam nella pagoda di Liên Trì. Nel 2013 e anche in questo 2014 il monaco chiede la collaborazione dei Redentoristi di Saigon per dare maggiore forza all'evento. "Lo scorso anno erano presenti oltre cento soldati reduci" racconta il sacerdote, ma quest'anno il "siamo arrivati a 435 soldati". Un numero consistente, per questo egli desidera ringraziare "i molti benefattori" che hanno contribuito fornendo ciascuno 50 dollari.
Il signor Tâm è uno delle centinaia di reduci e combattenti e conferma di essere stato vittima di discriminazioni ed emarginazione, venendo escluso a più riprese dalle politiche di assistenza del governo socialista di Hanoi. Egli ringrazia i Redentoristi e ricorda "con orgoglio" di aver "sacrificato una parte del proprio corpo per la repubblica del Vietnam". Il monaco Kim Lân della religione Cao Đài, nella chiesa di Tây Ninh, afferma che "il vostro sacrificio sarà per sempre ricordato come parte della storia del Vietnam". Il pastore mennonita Nguyễn Hoàng Hoa aggiunge: "Vi siete sacrificati per proteggere la nazione". Infine p. Vincent Phạm Trung Thành, superiore provinciale dei Redentoristi, che si rivolge ai reduci dicendo che "non tutti vi ignorano, ma si sono dimenticati di voi. Oggi sono felice di vedervi [...] i sacerdoti e i religiosi Redentoristi di Saigon vi vogliono trasmettere un po' di felicità. Oggi vi diamo piccoli doni, ma vogliamo darvi innanzitutto l'amore di Gesù e il rispetto per voi stessi".

martedì 18 febbraio 2014

Karzai annuncia che cambierà la legge che impedisce la repressione della violenza sulle donne

da www.asianews.it

AFGHANISTAN
La normativa in vigore esclude la possibilità di un membro della famiglia di testimoniare contro l'imputato, rendendo quasi impossibile perseguire i casi di abuso domestico.


Kabul (AsiaNews/Agenzie) - Il governo dell'Afghanistan ha annunciato che cercherà di modificare la proposta di legge che gli attivisti per i diritti umani hanno descritto come una minaccia alla repressione della violenza contro le donne.
E' stata infatti presentata ieri la proposta di emendare la legge sulla  procedura penale, approvata dal parlamento lo scorso anno, là dove impedisce ai "parenti degli imputati" di testimoniare, il che rende quasi impossibile perseguire i casi di abuso domestico.
In proposito, il portavoce del palazzo presidenziale, Aimal Faizi, ha dichiarato che il governo ha deciso che il nuovo "codice sull'azione penale non entrerà in vigore senza che sia accolto l'emendamento". "Questa legge non impedirà a qualsiasi parente o a qualsiasi membro della famiglia di testimoniare contro un altro membro della famiglia". "Avrà la libertà di farlo".
Secondo Manizha Naderi, direttore esecutivo della Women for Afghan Women, la mancanza di una modifica della legge avrebbe inviato un segnale ai talebani, mostrando, ha detto ad Al Jazeera, che il Paese stava "preparando il loro ritorno".
Heather Barr, ricercatrice di Human Rights Watch Afghanistan, ha espresso un cauto ottimismo sulla di emendamento, aggiungendo che comunque era un caso all'interno di un "modello più ampia di attacchi" ai diritti delle donne da parte del governo afgano.

giovedì 16 gennaio 2014

Alluvioni nelle Sulawesi: 13 morti e oltre 40mila sfollati. Cattolici in prima fila nei soccorsi

da www.asianews.it

di Mathias Hariyadi
Le pesanti piogge di questi giorni hanno causato lo straripamento dei fiumi. Colpita la città di Manado e sei distretti della provincia di North Sulawesi. Il bilancio è provvisorio e destinato ad aumentare. Inondate anche diverse chiese. I cattolici hanno allestito centri di emergenza e offrono cibo e accoglienza alle vittime.


Jakarta (AsiaNews) - È di almeno 13 morti e oltre 40mila sfollati il bilancio, ancora provvisorio, delle alluvioni e delle frane che hanno colpito l'isola di Sulawesi, nella parte settentrionale dell'arcipelago indonesiano. Le pesanti piogge hanno innalzato i fiumi, che hanno rotto gli argini e inondato ampie aree della città di Manado e dintorni, distruggendo abitazioni e spazzando via auto e motocicli. Decine di migliaia di persone hanno abbandonato la zona e cercato rifugio in luoghi più sicuri; le autorità hanno allestito diversi centri per accogliere i profughi, senza più casa né cibo a disposizione. Almeno un migliaio le abitazioni sommerse dalle acque. In prima fila nei soccorsi anche i cattolici, che hanno aperto le chiese ancora agibili per offrire un riparo provvisorio.
Sutopo Purwo Nugroho, portavoce della Protezione civile indonesiana, definisce "massicce" le alluvioni che hanno colpito il Paese; egli aggiunge che le pesanti piogge hanno provocato numerosi smottamenti nelle zone montane. Funzionari della provincia di North Sulawesi confermano che il numero delle vittime è destinato ad aumentare, perché "ci aspettiamo ancora più acqua nei prossimi due o tre giorni". I danni maggiori si concentrano attorno alla città di Manado, capoluogo delle North Sulawesi, tuttavia, problemi si registrano anche in sei diversi distretti della provincia. Cinque vittime si sono registrate a Manado, altrettante a Tomohon e le altre tre nel distretto di Minahasa.
Raggiunto da AsiaNews p. Markus Marlon, parroco a Manado, riferisce che almeno 12 chiese della zona sono invase dalle acque. Fra queste vi sono le parrocchie di Raja Damai, Ignatius, Perkamil, Tuminting, Kleak,  Rike, Karombasan, Kembes, Tanawangko, Mokupa. "Il numero potrebbe aumentare - aggiunge - ma al momento non è possibile disporre di maggiori informazioni". La diocesi ha allestito un Centro di emergenza, diretto e gestito da p. Joy Derry. Il vescovo ha messo a disposizione alcune strutture, fra cui "cucine" di fortuna, per garantire cibo e generi di primo conforto alle vittime raccolte "nei campi di accoglienza di De La Salle, LSY Komo e Perkamil Church".
In Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo, i cattolici sono una piccola minoranza composta da circa 7 milioni di persone, pari al 3% circa della popolazione totale. Nella sola arcidiocesi di Jakarta, i fedeli raggiungono il 3,6% della popolazione. La Costituzione sancisce la libertà religiosa, tuttavia la comunità è vittima di episodi di violenze e abusi, soprattutto nelle aree in cui è più radicata la visione estremista dell'islam, come ad Aceh. Tuttavia, come in questo frangente, essi sono una parte attiva nella società e contribuiscono allo sviluppo della nazione o all'opera di aiuti durante le emergenze.