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sabato 31 agosto 2013

Delhi, riforma degli espropri sotto tiro

da www.ilsole24ore.com


Era una legge ereditata dall'impero britannico, il Land Acquisition Act in vigore in India dal 1894, e i tentativi del Governo di Manmohan Singh per riformarla risalgono al 2011. Ma ora che il Parlamento di Delhi ha approvato la nuova legge sull'acquisizione delle terre agricole da parte dell'industria, difficilmente il primo ministro indiano potrà servirsene per rinvigorire la propria fama di riformatore in un momento in cui l'economia invoca misure per rilanciare la crescita.
La novità sembra piuttosto guardare alle elezioni in programma per il prossimo anno: la legge, infatti, prevede un risarcimento per i terreni espropriati per uso industriale o commerciale fino a quattro volte il prezzo prevalente di mercato, per le aree rurali, e due volte per le aree urbane. Nel caso di acquisizioni da parte di compagnie private, sarà necessario il consenso dell'80% dei residenti coinvolti, per le partnership pubblico-privato il consenso sarà del 70%.
Jairam Ramesh, il ministro per lo Sviluppo rurale del Governo guidato dal Congress Party, sottolinea che la legge riflette la determinazione a eliminare «diffuse e storiche ingiustizie», cercando nel tempo stesso di bilanciare gli interessi di tutte le parti in causa. Nel passato si sono verificati episodi di progetti infrastrutturali bloccati dalla resistenza dei contadini, oppure di contadini rovinati dalle condizioni sfavorevoli imposte, in alcuni casi cacciati dalle proprie terre senza compensazioni.
Ma a nome delle imprese, la Confederation of Indian Industry ha replicato al Governo che «nel momento in cui grandi progetti sono bloccati e la competitività globale dell'India è in pericolo, un processo di acquisizione delle terre meno gravoso avrebbe aiutato la crescita per il lungo termine e ricostituito la fiducia degli investitori». Tanto più che la legge - che attende il via libera del Raj Sabha, la Camera alta del Parlamento indiano - potrebbe avere un parziale effetto retroattivo su transazioni già concluse. Criticata dalla Cii anche la clausola per cui la terra non utilizzata per cinque anni dovrà essere restituita.

venerdì 30 agosto 2013

Sul Mar Cinese meridionale si spacca il fronte dell'Asean

da www.asianews.it

MALAYSIA – ASEAN – CINA

Il ministro della difesa malaysiano "non è preoccupato" per i pattugliamenti delle navi cinesi. Dietro la convergenza fra Malaysia e Cina possibili accordi economico-commerciali, fra cui lo sfruttamento di petrolio e gas naturali nell’area. Analisti spiegano che Pechino intende dividere l’Asean. E si apre un nuovo fronte di scontro con Manila.


Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) - Kuala Lumpur si smarca dagli altri Paesi Asean - soprattutto Vietnam e Filippine - e nega timori o preoccupazioni per la presenza di imbarcazioni battenti bandiera di Pechino nel mar Cinese meridionale. Si apre così un'altra frattura dentro l'Associazione che riunisce 10 nazioni del Sud-est Asiatico, dopo il flop del summit 2012 in Cambogia dovuto alle pressioni della Cina sul governo di Phnom Penh. Esperti di politica internazionale confermano le "divisioni" nell'area Asia-Pacifico, a causa dei diversi "interessi" di ciascun attore.  Hanoi e Manila, seppur in modo diverso, considerano le dispute con la Cina un "grave problema di sicurezza nazionale", mentre la Malaysia e il Brunei preferiscono "smorzare le tensioni". Mentre il progetto di creare un mercato unico interno entro il 2015 si fa sempre più improbabile.
Intervenendo a margine del vertice allargato dei ministri della Difesa Asean (con Stati Uniti, Giappone Cina e Corea del Sud), il rappresentante malaysiano Hishammuddin Hussein non è affatto preoccupato per i pattugliamenti di navi cinesi nelle aree al centro della controversia. Nel marzo scorso imbarcazioni di Pechino hanno visitato le James Shoal, al largo della Malaysia, dove giganti petroliferi di Kuala Lumpur e olandesi conducono operazioni di estrazione di gas e petrolio.
Tuttavia ciò non sarebbe elemento di disturbo per il governo malaysiano, che ribatte - in modo implicito - agli altri Paesi Asean coinvolti nella controversia: "Solo perché avete nemici, non vuol dire che i vostri nemici siano i miei nemici". Il ministro ha aggiunto che "possono pure venire tutti i giorni a pattugliare, se le loro intenzioni non sono quelle di muovere guerra".
Per il ministro cinese degli Esteri Wang Yi la situazione nelle acque contese è "stabile"; dopo aver incontrato la controparte thai a Pechino, il politico aggiunge che "non vi sono problemi concreti di libertà di navigazione nel mar Cinese meridionale, né essa rappresenterà un problema in futuro".
Dietro questa convergenza di vedute fra Pechino e Kuala Lumpur vi sarebbero progetti di stretta collaborazione fra i governi dei due Paesi, incentrati in particolare sullo sfruttamento di petrolio e gas naturali nell'area. E alle cancellerie Asean che non vedono di buon occhio una cooperazione con la Cina, il ministro malaysiano replica: "se contestano tanto per il gusto di contestare, è un controsenso". Secondo gli esperti di China National Offshore Oil Corp il mar Cinese meridionale racchiude risorse almeno cinque volte superiori a quelle finora scoperte.
Di recente la Cina ha dato il via libera a colloqui che dovrebbero portare alla creazione di un Codice di condotta, in programma dal prossimo mese di settembre, anche se è difficile ipotizzare soluzioni a breve termine. Il fronte Asean è propenso a intavolare trattative su più fronti, mentre Pechino ha da sempre privilegiato l'opzione del faccia a faccia, dove può far prevalere la propria potenza economico-politico-militare rispetto al singolo Paese. E se da un lato Pechino si fa sempre più aggressiva, dall'altro appare evidente che l'Asean non riesce a parlare con un'unica voce. Lao Monghay, analista indipendente, spiega che "la strategia della Cina è dividere l'Asean" come è riuscita a fare già "lo scorso anno durante il summit in Cambogia". E "non ha fretta di chiudere" sui negoziati che dovrebbero portare al fatidico Codice. Mentre si fa sempre più netta la frattura con Manila, dopo le polemiche sulla partecipazione del presidente filippino Benino Aquino alla Fiera commerciale Cina-Asean in programma il mese prossimo. I due governi si rimpallano le responsabilità; quello che è certo è che le Filippine sono "l'ospite d'onore" della rassegna, ma non è gradita al presenza del loro capo di Stato.
Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meridionale. Le isole Spratly e Paracel, quasi disabitate, sono assai ricche di risorse e materie prime. L'egemonia nell'area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino. A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il sultanato del Brunei e Taiwan, con gli Stati Uniti che muovono da dietro le quinte per contrastare l'imperialismo di Pechino in un'area strategica, di passaggio per i due terzi dei commerci marittimi mondiali.

In orbita il primo satellite militare dell’India

da www.asianews.it

INDIA – FRANCIA

Si chiama Gsat-7 e migliorerà la sicurezza marittima del Paese. Il lancio è frutto di una collaborazione con la compagnia francese Arianespace. Il satellite è costato 20,9 milioni di dollari.


Bangalore (AsiaNews/Agenzie) - Questa mattina l'India ha lanciato con successo il suo primo satellite dedicato al solo uso militare. L'Indian Space Research Organisation (Isro) ha mandato in orbita il suo Gsat-7 con il razzo vettore Ariane 5 (della compagnia francese Arianespace), partito dal porto spaziale di Kourou (Guiana Francese).
Costato 1,85 miliardi di rupie (20,9 milioni di euro), il satellite coprirà il continente e l'Oceano indiano, con l'obiettivo di rafforzare il controllo e la sicurezza marittima del Paese.
Entro il 4 settembre il Gsat-7 raggiungerà la propria stazione orbitale, situata a circa 36mila km sopra l'equatore.

giovedì 29 agosto 2013

Jakarta, valuta debole e aumento dei prezzi mettono a rischio la crescita economica

da www.asianews.it

INDONESIA
di Mathias Hariyadi
Nei giorni scorsi la rupia indonesiana ha toccato i minimi degli ultimi tre anni, con un cambio di 1 a 11.300 sul dollaro. Investitori in fuga e imprese che traslocano nel vicino Vietnam. Burocrazia e incertezza del diritto aggravano il problema. Gli esperti parlano di situazione “fragile e incerta”. Il governo cerca interventi urgenti, fra cui l’aumento della tassazione su beni di lusso.


Jakarta (AsiaNews) - La svalutazione della rupia indonesiana sul dollaro, che in questi giorni ha raggiunto livelli elevati, rischia di mettere in serio pericolo le prospettive di crescita di una delle economie più promettenti fra le nazioni della regione Asia-Pacifico. L'inflazione ha colpito dapprima le industrie e le aziende produttrici, per l'aumento dei costi delle materie prime. Ora investe anche le famiglie, con l'aumento dei prezzi di generi di prima necessità fra cui la soia, ingrediente base di molte ricette servite ogni giorno sulle tavole. L'allerta è confermato da esperti ed economisti, che parlano di situazione "fragile e incerta"; il governo cerca di correre ai ripari e non esclude l'aumento delle tasse per le fasce alte, prendendo di mira in particolare i beni di lusso.
Nei giorni scorsi la moneta indonesiana ha toccato il minimo degli ultimi tre anni, con un cambio rispetto al dollaro di 1 a 11.300; la media nel recente passato si attesta attorno alle 9.500/9.800 rupie per dollaro. Un dato che richiama alla mente la crisi finanziaria di fine anni '90, in cui si è registrato il minimo di 1 a 12.000 quando, fino a qualche mese prima, il tasso di scambio era di 2.200/2.500.
Fra le principali conseguenze della crisi finanziaria degli anni '90, la caduta del trentennale regime del presidente Suharto (1967-1998); al successore, BJ Habibie, non è andata meglio con una crisi monetaria che ha portato la rupia al suo punto più basso (1 a 18.000 sul dollaro) e la cacciata nel 1999 del capo di Stato. Elementi che, con i dovuti paralleli, destano più di un timore fra i membri del governo del presidente Susilo Bambang Yudhoyono.
In un primo momento, la crisi attuale sembrava non interessare la popolazione. Le prime ripercussioni dovute al cambio sfavorevole si sono registrate nel settore degli affari e dell'impresa, per il picco dei prezzi nell'importazione dei materiali. Un fattore che si è poi esteso all'elettronica e al comparto motoristico. Oggi, però, a crescere sono anche i prezzi di generi alimentari e beni di prima necessità, così come emergono segnali di crisi dal settore dell'industria nautica e dei porti commerciali.
Economisti ed esperti di questioni finanziarie a Jakarta sottolineano che il debito estero dell'Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo e fra le più dinamiche del Sud-est asiatico, aumenterà "fino al 30%" a causa della crisi, sommandosi alla svalutazione della moneta corrente.
Una conferma arriva anche dal vice-presidente (ed ex governatore della Banca centrale) Boediono, secondo cui il dato sull'economia è da "allarme rosso". "La situazione è fragile e incerta" aggiunge, il passivo nelle esportazioni e la fuga dei capitali in dollari non sono segnali che portano a indurre all'ottimismo. Tuttavia, egli respinge con sdegno l'ipotesi che il Paese possa ripiombare ai livelli del triennio nero 1997-1999, che ha portato poi all'intervento del Fondo monetario internazionale (Fmi) per il salvataggio del sistema Paese.
Del resto negli ultimi anni sempre più industriali, imprenditori e investitori esteri hanno deciso di trasferire imprese e fabbriche dall'Indonesia ad altre nazioni, in particolare il Vietnam. Dietro la fuga vi sarebbero fra gli altri anche l'incertezza del diritto e l'eccessiva burocratizzazione, che unita alla stratificazione di istituzioni e competenze rende difficile fare impresa nell'arcipelago. Nel mirino dei critici la legge d Riforma votata dal Parlamento nel 1998 - post dittatura Suharto, uomo forte che aveva concentrato in sé e attorno a sé i poteri - che affida ai capi regionali (una sorta di governatore della zona di competenza) potere di indirizzo e concessione degli affari.
Per correre ai ripari e rimediare allo stato di crisi, l'Agenzia delle entrate, la Banca centrale e il ministero delle Finanze propongono una revisione del sistema di tassazione, che andrà a colpire beni e oggetti di lusso finora esenti da balzelli onerosi come jet privati, imbarcazioni e automobili di lusso. L'aumento potrà variare da un 75 al 125/150%.

martedì 27 agosto 2013

India, il Parlamento approva il contestato Food Security Bill

da www.asianews.it

INDIA

Il decreto prevede la distribuzione di riso, cereali e farina a prezzi calmierati a 800 milioni di poveri. Dopo una giornata di consultazioni, la Lokh Sabha (Camera bassa) si è espressa a favore. Adesso si attende la ratifica della Rajha Sabha (Camera alta). Critiche da parte dell’opposizione.


New Delhi (AsiaNews) - Dopo molti ritardi e critiche, il Parlamento indiano ha approvato il Food Security Bill, decreto che prevede la distribuzione di cibo a basso costo a 800 milioni di poveri. Al termine di un'intera giornata di consultazioni, ieri sera la Lok Sabha (Camera bassa o "Casa del popolo") ha ratificato il decreto proposto dal Congress (partito al governo). Nelle prossime settimane toccherà alla Rajya Sabha (Camera alta o "Consiglio degli Stati") emanare in via definitiva il provvedimento, trasformandolo in legge.
Il decreto impone una fornitura mensile a persona di 5 kg di riso, grano e cereali a prezzi calmierati di - rispettivamente - 3, 2 e 1 rupie al chilo. I sostenitori del Food Security Bill sostengono che sia un grande passo verso l'eliminazione della fame e della malnutrizione, piaghe che toccano due terzi della popolazione indiana (800 milioni di persone su 1,2 miliardi). Per i critici invece è troppo pericoloso per le finanze nazionali. Il provvedimento costerà 1,3 milioni di miliardi di rupie l'anno (23,9 miliardi di dollari).
Il governo aveva già lanciato il programma di distribuzione alimentare la scorsa settimana, attraverso un decreto esecutivo, ma era necessaria la ratifica parlamentare per renderlo permanente.
In modo significativo, ieri Sonia Gandhi - presidente del Congress - ha parlato alla Lok Sabha per sostenere il Food Security Bill, di cui è stata tra i promotori. Erano otto anni che non teneva un discorso in Parlamento. "Alcune persone - ha detto - ci chiedono se abbiamo le risorse per attuare un simile programma. Vorrei dire loro che noi dobbiamo trovare le risorse. Il punto non è se possiamo farlo. Noi dobbiamo farlo".

sabato 24 agosto 2013

Cattolici in Myanmar: Libertà religiosa e pace fra etnie, per lo sviluppo economico e sociale

da www.asianews.it

di Charles Bo - Benedict Rogers
È l'appello lanciato dall'arcivescovo di Yangon e da un attivista ed esperto di vicende birmane. Le persecuzioni contro i musulmani e il pericolo di una risposta islamista. Lo sviluppo economico e le libertà personali; la pace sociale e le tensioni etniche. Un'analisi del Paese a due anni dal primo, storico, incontro fra Thein Sein e Aung San Suu Kyi.


Yangon (AsiaNews) - In questo testo scritto a quattro mani, mons, Charles Bo arcivescovo di Yangon e Benedict Rogers, attivista pro diriiti umani, membro di Christian Solidarity Worldwide (Csw), profondo conoscitore delle vicende birmane (è autore del volume "Burma: A Nation at the Crossroads") analizzano la storia recente del Myanmar. Dalle violenze interreligiose al pericolo islamista, essi ripercorrono i lati oscuri dell'ultimo biennio e che ha visto il Paese aprirsi al mondo e alla comunità internazionale.
 Per una vera pace, raccontano le due personalità cattoliche, sono necessari il rispetto della diversità etnica e religiosa. A questo si deve aggiungere un vero colloquio franco e onesto con le minoranze etniche, che compongono le diverse anime di una nazione "unita nella diversità". Libertà di pensiero, coscienza e religione sono essenziali per eliminare ogni forma di violenza e persecuzione, che nell'ultimo anno ha colpito soprattutto la comunità musulmana. Una minoranza che deve però chiarire i suoi obiettivi, la sua agenda, allontanando qualsiasi sospetto di legame con il movimento islamista che sta piagando nazioni come il Pakistan, l'Egitto e la Siria. Ecco, di seguito, raccontano mons. Charles Bo e Benedict Rogers, che proprio in Myanmar, nella cattedrale di Yangon, ha fatto il suo ingresso nella Chiesa cattolica (v.foto).
 Due anni fa il Presidente U Thein Sein e "la Signora" Aung San Suu Kyi si sono incontrati per la prima volta. Quel faccia a faccia ha segnato l'inizio di una nuova era per il Myanmar, che ha condotto alla liberazione di centinaia di prigionieri politici; maggiori libertà per la società civile, per gli attivisti politici, per i media e la stampa; ha dato origine anche a un primo cessate il fuoco con quasi tutte le organizzazioni armate combattenti, facenti capo alle minoranze etniche della nazione; e all'apertura del Myanmar al mondo esterno.
 Vi sono molti fattori per i quali bisogna essere riconoscenti. Dopo decenni, per la prima volta, si parla di pace e democrazia. Sebbene il cammino sia ancora molto lungo, almeno il sogno di un cambiamento - un tempo solo lontano desiderio - appare davvero una possibilità concreta.
 Tuttavia, una vera pace e una reale libertà dipendono da una questione fondamentale che deve essere ancora affrontata: rispetto per le differenze etniche e religiose presenti in Myanmar. Fino a quando non sarà sottoscritto un vero processo di pace con le varie nazionalità etniche, dando luogo a un dialogo politico su scala nazionale sulle modifiche costituzionali necessarie al Paese, i cessate il fuoco finora raggiunti saranno sempre fragili e non metteranno la parola fine alla guerra.
 L'urgenza maggiore è la fine del conflitto nello Stato Kachin e l'apertura di un canale di dialogo fattivo con il movimento indipendentista Kachin Independence Organisation (Kio). Detto questo, sarà possibile ottenere una vera pace solo quando i cannoni smetteranno di risuonare e saranno banditi da tutto il territorio nazionale; quando le persone potranno rientrare nelle loro case senza paura e la popolazione del Myanmar darà vita a un dialogo reciproco e con il governo centrale, in un'atmosfera di rispetto reciproco.
 Una sfida diversa da fronteggiare, ma altrettanto urgente e correlata, è quella dell'armonia interconfessionale. Lo scorso anno ha registrato una ondata di violenze contro i musulmani in Myanmar a dir poco scioccante, che ha preso il via nello Stato di Rakhine nel giugno 2012 per poi diffondersi a Meiktila, Oakkan, Lashio e altre città e comuni minori.
 Le violenze e la propaganda anti-musulmana hanno evidenziato una questione profondamente radicata nella società del Myanmar: come sia possibile vivere assieme, a dispetto delle differenze reciproche. Nessuna società si può definire davvero democratica, libera e pacifica se non rispetta - e non celebra - la diversità politica, razziale e religiosa, oltre che difendere i diritti umani di base di ogni singola persona, a prescindere dalla razza, dalla religione o dal genere.
 A più di un anno dalla prima ondata di violenze nello Stato di Rakhine, almeno 130mila persone risultano ancora sfollate. Vivono in condizioni che le Nazioni Unite descrivono come "terribili". Sono a rischio grave di malattia e malnutrizione. Vivono nella paura. Adesso, durante la stagione dei monsoni, la crisi umanitaria si aggrava ancor più. A prescindere da quale sia il loro status o condizione nel Paese, essi sono esseri umani che andrebbero trattati in modo umano e dignitoso. Nel Buddismo, i principi della metta (amorevole tenerezza) e del karuna (compassione) si applicano a tutti gli esseri viventi. Nel Cristianesimo vi sono principi analoghi: "Ama il prossimo tuo come te stesso" e "Ama il tuo nemico". La Dichiarazione universale dei diritti umani è, proprio per definizione, universale.
 Le Organizzazioni non governative, i gruppi di fedeli, i funzionari governativi e le agenzie Onu che hanno cercato di portare aiuto agli emarginati meritano tutto il nostro riconoscimento e l'apprezzamento. Ma vi è al contempo un urgente bisogno per ulteriori, più efficaci provvedimenti. Lanciamo un appello al governo, perché consenta un accesso incondizionati ai campi di accoglienza dei profughi nello Stato di Rakhine e assicuri la sicurezza degli operatori umanitari che si sentono minacciati. Ci rivolgiamo anche ai donatori, in Myanmar e nella comunità internazionale, perché aiutino a fornire tutto il necessario. Molte vite sono in pericolo.
 La libertà di pensiero, di coscienza, di religione o di credo - come previsto dall'art. 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani - è forse la più preziosa e basilare di tutte le libertà. Gli altri diritti basilari, come la libertà di espressione, assemblea, associazione e movimento attingono in qualche modo tutti alla libertà di coscienza. Per questo, quando sentiamo di persone che attaccano - dal punto di vista fisico o verbale - altri solo perché di fede religiosa diversa, o che sfruttano la religione per diffondere l'odio, ci sentiamo profondamente addolorati. Questi discorsi intrisi di odio sono completamente contrari agli insegnamenti delle principali religioni al mondo, in tutto e per tutto contrari alla più importante fede professata in Myanmar, il buddismo, e totalmente contraria ai principi dei diritti umani e del rispetto per l'umanità. Per questo ci rivolgiamo alle autorità competenti, perché prendano i provvedimenti del caso per impedire la diffusione di altro odio e intolleranza. Siamo per la difesa del diritto di parola, ma non quando esso comporta l'incitamento alla violenza. E invitiamo le autorità a perseguire chiunque fomenti la violenza, così come è compito dei leader religiosi mantenere la disciplina nel clero e fra i fedeli laici.
 Lanciamo un invito a tutti quanti esercitano un ruolo di influenza sugli altri - nel campo della politica, della religione, nei media, nel settore dell'istruzione e in seno alla società civile - perché utilizzino la loro voce per prendere una posizione netta contro l'odio e l'intolleranza a sfondo confessionale. Nelle scuole, in particolare, è necessario assicurarsi che tutte le religioni e le etnie diverse che compongono il Myanmar vengano insegnate e riconosciute come esse meritano. Il curriculum scolastico in tema di educazione religiosa dovrebbe garantire una comprensione seria ed equilibrata di tutte le fedi del Myanmar. E nessuno dovrebbe essere costretto a convertirsi con la forza ad un'altra religione, in quanto tale pratica costituisce una gravissima violazione ai diritti umani. Religione e fede sono elementi che riguardano la sfera personale e la libera coscienza.
 Questi principi che abbiamo appena enumerato riguardano tutti, a prescindere dalla fede buddista, cristiana, musulmana, indù, animista o di altro credo. La crisi dell'ultimo anno ha avuto un impatto particolarmente forte sulla comunità musulmana e piangiamo ancora la perdita di vite umane, le devastazioni e la paura inculcata nelle menti dei nostri fratelli e sorelle musulmani. Ma i principi e le sfide sono importanti per tutti noi. Molti buddisti sono preoccupati per quella che considerano una crescente "islamizzazione", che pure i nostri fratelli e sorelle musulmani dovrebbero affrontare in modo deciso.
 In tutto il mondo, vi è in atto un'agenda globale volta all'islamizzazione che è fonte di grave preoccupazione. Ma non per questo si tratta di un'agenda che unisce tutti i musulmani, molti dei quali (al contrario) sono vittime di questa agenda; la gran parte del mondo musulmano è stato trattato in modo ingiusto e giudicato secondo stereotipi. Detto questo, un'agenda esiste e si sta sviluppando in modo diverso in nazioni come Pakistan, Indonesia, Nigeria, Siria e, in particolar modo in questo momento, in Egitto. Negli ultimi giorni oltre 50 chiese sono state date alle fiamme in Egitto per mano di estremisti islamici.
 È comprensibile che qualcuno in Myanmar osservi le vicende internazionali e si senta spaventato. Per questo e a maggior ragione è interesse dei nostri fratelli e sorelle musulmani, e di tutto il popolo del Myanmar, dar corso a uno scambio di vedute franco, pacifico e rispettoso delle diversità. I nostri fratelli e sorelle musulmani dovrebbero dirci in tutta onestà cosa provano nei loro cuori e cosa pensano le loro menti. Quale sia la loro interpretazione della religione e quali i propositi? Solo mediante l'interazione e l'educazione si possono superare le incomprensioni. Oggi il dialogo interreligioso in Myanmar è più importante che mai, ad ogni livello: tra leader religiosi, per dare un segnale, ma è forse ancor più necessario alla base. Quali sono i sogni, gli ideali, i valori che ci tengono uniti, noi gente di fede diversa? Vi sono insegnamenti religiosi, abitudini, pratiche che sono fonte di incomprensione, ma che - se affrontate in modo corretto - possono essere rispettate e riconosciute come fonte di miglioramento per l'intera comunità?
 Violenze, discriminazioni, odio non sono la risposta. Trattare i musulmani nello stesso modo in cui sono stati trattati in Myanmar nell'ultimo anno, non è molto diverso da come gli estremisti islamici trattano le minoranze in nazioni quali Pakistan o Egitto. Dunque, questo comportamento è molto probabile che attirerà l'attenzione di estremisti islamici al di fuori del Myanmar e che, anzi, possa già averlo fatto. L'estremismo porta altro estremismo. Come ha sottolineato Martin Luther King "L'ingiustizia in qualunque luogo essa sia è una minaccia alla giustizia ovunque". Il modo migliore per prevenire altra violenza è di combattere l'intolleranza. Il modo migliore per ciascuno di noi di condividere la nostra fede è attraverso la testimonianza che diamo con la nostra vita, anche se pure il dialogo è essenziale. Mediante la parola, possiamo conoscerci a vicenda e scoprire che quanto abbiamo in comune è molto più di quanto ci divida, che possiamo costruire un Myanmar basato su sogni condivisi, rispetto reciproco e unità nella diversità. In questo modo, possiamo metterci alle spalle decenni di lotte conflitti. 

giovedì 22 agosto 2013

La banca centrale indiana si arrende e inietta liquidità

da www.ilsole24ore.com


La banca centrale indiana alza bandiera bianca e si arrende al crollo della rupia. Rinnegando la politica di strette al credito inaugurata appena un mese fa, ieri ha annunciato un programma di acquisto di bond a lunga scadenza e domani comprerà 1,26 miliardi di dollari di obbligazioni. A questo primo intervento ne seguiranno altri, via via calibrati in termini di frequenza e volumi, secondo quanto ha spiegato la stessa banca centrale che tornerà anche ad allentare alcuni dei paletti posti agli istituti di credito. La rupia è precipitata al nuovo minimo storico sul dollaro toccando quota 64,55, tre mesi fa per comprare un biglietto Usa ne bastavano 55. Male anche la Borsa, che ha lasciato sul terreno l'1,8%, bruciando il piccolo rimbalzo seguito all'annuncio.
Fino a martedì, la rupia aveva perso quasi il 14% dal 22 maggio, quando la Fed ha accennato alla prossima fine del suo quantitative easing. La banca centrale ha deciso di difendere il cambio e frenare l'inflazione anche a scapito della crescita economica. Così, pur senza alzare direttamente i tassi di riferimento (al 7,25%), ha ridotto la liquidità concessa alle banche costringendole ad alzare i saggi sui prestiti alla clientela. E ha bruciato miliardi di riserve valutarie. Con il risultato di far lievitare i rendimenti sui titoli di Stato decennali fino al 9,5% (ieri sono scesi all'8,2%) e frenare un'economia già rallentata ai minimi da dieci anni. Ma senza riuscire ad arginare il crollo della rupia, determinato dalla fuga di capitali che sta colpendo tutte le economie emergenti. In tre mesi, i mercati indiani, soprattutto quelli del debito, hanno visto volatilizzarsi 12 miliardi di dollari, ritirati dagli investitori esteri. Ieri, resesi conto di non poter vincere la partita, le autorità monetarie hanno deciso di cambiare strada e scegliere la crescita a scapito del cambio. Un ruolo può averlo giocato l'ormai prossimo avvicendamento alla guida della banca centrale: il 4 settembre Raghuram Rajan, stretto consigliere del ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaram, prenderà il posto di Duvvuri Subbarrao. Fedele al mandato di controllare l'inflazione (i prezzi al consumo crescono quasi del 10%), Subbarrao si è sempre opposto al taglio dei tassi, chiesto a gran voce dal mondo industriale e dallo stesso Chidambaram.
La fuga di capitali, tanto più pericolosa per un Paese che convive con deficit commerciale pari al 4,8% del Pil, è stata alimentata anche dalla sfiducia nelle autorità politiche e monetarie, che hanno inanellato una serie di interventi inefficaci, se non goffi. A parte il giro di vite sul credito, ora rimangiato, sono state aumentate le imposte sull'importazione di oro e metalli preziosi, è stata limitata la libertà di esportazione dei capitali e per finire sono stati tassati gli elettrodomestici comprati all'estero dai turisti indiani e riportati a casa alla fine delle vacanze. E l'inversione di rotta di ieri non contribuirà a rafforzare la credibilità della banca centrale. Anzi.
Se la crisi dovesse aggravarsi, le multinazionali potrebbero cominciare a riconsiderare la loro presenza in India. Quando l'economia cresceva a tassi medi dell'8% l'anno, come accadeva tra il 2004 e il 2011, le prospettive di sviluppo superavano i rischi e le difficoltà legate all'arretratezza delle infrastrutture, alla corruzione, alla scarsa liberalizzazione del mercato, alla burocrazia. Per la giapponese Suzuki Motor, ad esempio, che detiene il 56% della Maruti Suzuki, il calo della rupia potrebbe far scendere gli utili, secondo quanto riferito all Wall Street Journal da un portavoce. Questo perché le componenti importate dal Giappone costano di più, come pure le royalty pagate alla casa madre, dato che sono denominate in yen. Una situazione che si ripete per gran parte delle imprese manifatturiere. Samsung Electronics il mese scorso ha alzato i prezzi dei suoi telefoni cellulari del 2-3% per compensare i maggiori costi sostenuti per importare componenti.
C'è chi perde, ma c'è anche chi vince. Per i gruppi indiani che lavorano in outsourcing, gran parte delle vendite sono fatturate in valuta estera e poi convertite in rupie e quindi l'apprezzamento del dollaro gonfia gli utili. E c'è anche chi, di fronte all'accelerazione della fuga di capitali, fa notare che le condizioni strutturali del Paese oggi sono le stesse di tre mesi fa.
g.didon@ilsole24ore.com

martedì 20 agosto 2013

La rupia cade ancora e fa tremare la politica indiana

da www.ilsole24ore.com


La crisi economica indiana minaccia di trasformarsi in una crisi politica e comunque di infiammare la campagna elettorale in vista delle elezioni di maggio. Alla riapertura dei mercati, dopo il fine settimana, ieri la rupia ha perso un altro 2,3%, ritoccando il minimo storico segnato venerdì: oggi ne servono più di 63 per comprare un dollaro, a maggio ne bastavano 55. Dall'inizio dell'anno la moneta ha perso il 12%, peggio di qualsiasi altra valuta asiatica, peggio perfino dello yen bombardato dalla massiccia politica monetaria espansiva corollario dell'Abenomics. Solo il real brasiliano e il rand sudafricano (altri due Brics) hanno ceduto di più. A sua volta, la Borsa ha perso l'1,6%, dopo il 4% lasciato sul terreno venerdì. I rendimenti sui titoli decennali sono invece saliti di 34 punti base, al 9,24%, il massimo dal fallimento di Lehman Brothers, alla fine del 2008.
Il partito nazionalista indù, il Bharatiya Janata Party (Bjp), non ha esitato a sbattere questi dati in faccia al Governo e ieri ha chiesto elezioni anticipate sostenendo che il crollo dei mercati sia da interpretare come la bocciatura del premier Manmohan Singh. Una forzatura, forse, ma non troppo.
Il crollo di venerdì è stato innescato proprio dalla sfiducia degli investitori nella capacità dell'Esecutivo di affrontare la crisi e dalle mosse della Banca centrale, che solo due giorni prima aveva introdotto alcune restrizioni all'esportazione di capitali. Il ministero delle Finanze, per parte sua, ha messo insieme una serie misure e annunci definiti "goffi" dal Financial Times. I mercati hanno interpretato questi interventi come segnali di disperazione da parte delle autorità indiane. Così la fuga di capitali, anziché frenare, sta accelerando. Da fine maggio, 11,6 miliardi di dollari hanno lasciato i listini indiani, soprattutto quelli del debito pubblico. Mentre nell'anno fiscale finito a marzo, gli investimenti diretti esteri sono stati pari a 37 miliardi di dollari, 10 in meno rispetto all'anno prima.
L'India, per usare le parole di Rjiv Biswas, di Ihs Global Insight, «è diventato il malato dell'Asia». Sì, perché se quasi tutte le economie emergenti stanno subendo il contraccolpo del cambio di politica monetaria annunciato dalla Fed il 22 maggio, New Delhi sconta fattori di debolezza endogeni e strutturali che il Partito del congresso di Singh non è riuscito a risolvere. Anche per questo rischia di essere punito alle elezioni. Secondo un sondaggio appena condotto per India Today, se si votasse oggi, il partito di Singh, alle prese anche con accuse di corruzione, perderebbe 121 dei suoi 206 seggi. Per risalire nei consensi, il premier vuol far passare in Parlamento un programma per distribuire sussidi alimentari al 70% della popolazione: circa 1,2 miliardi di persone, due terzi dei quali vive con meno di 2 dollari al giorno, secondo la Banca mondiale. L'operazione costerebbe allo Stato quasi 16 miliardi di euro. Una sfida sia dal punto di vista finanziario che politico.
Se il Partito del congresso piange, l'opposizione ha però poco da ridere. Se il Bjp alza il tiro è perché i sondaggi penalizzano anche lui. Sempre secondo l'indagine pubblicata da India Today, il partito salirebbe da 116 a 130 seggi, restando molto distante dalla maggioranza necessaria a controllare il Parlamento (272). Inoltre, il suo leader e candidato premier, Narendra Modi, vede scendere il proprio consenso al 45% dal 57% di gennaio.
Intanto, la crisi indiana si avvita in una spirale sempre più avvilente, tanto che molti - non proprio a ragione - hanno cominciato a paragonarla a quella del 1991, quando il Paese arrivò a un passo dal default e fu costretto a chiedere l'intervento dell'Fmi. In giro, riferisce Ramachandra Guha, uno dei più influenti storici del Paese, «c'è un crescente senso di disperazione, soprattutto tra i giovani».
Una piccola nota positiva c'è e una volta tanto arriva dalle agenzie di rating: ieri Moody's ha confermato l'outlook stabile sul giudizio espresso sul debito sovrano del Paese: Baa3, l'ultimo livello della categoria investment grade, ancora un declassamento e si passa alla categoria "spazzatura".
g.didon@ilsole24ore.com

sabato 17 agosto 2013

La Banca centrale indiana spaventa gli investitori

da www.ilsole24ore.com


Nel labirinto macroeconomico indiano, ogni mossa rischia di far scattare un trabocchetto: il 14 agosto la Banca centrale ha limitato la libertà di esportazione di capitali per frenare il crollo della rupia. Il risultato è stato l'opposto: alla riapertura dei mercati dopo la chiusura del 15, ieri la moneta è caduta al nuovo minimo storico a quota 62 sul dollaro. La rupia ha perso l'1,2% questa settimana, il 26,5% negli ultimi due anni e sembra destinata a "scavare" nuovi record negativi. A picco anche la Borsa: l'indice Sensex ha ceduto il 4%, con titoli azionari precipitati ai minimi da cinque o addirittura otto anni. Il settore più colpito è stato quello bancario.
Mercoledì scorso, la Banca centrale ha abbassato da 200mila a 75mila dollari l'anno i capitali esportabili da chi vive in India e ha vietato l'utilizzo delle rimesse degli emigrati per acquistare proprietà all'estero. Per quanto riguarda le imprese, la Rbi ha abbassato dal 400 al 100% del patrimonio netto il valore massimo degli investimenti che possono fare all'estero senza chiedere la sua autorizzazione. Queste misure, anziché trattenerli, hanno spaventato gli investitori, che temono controlli sempre più rigidi. «Anche se sono stati presentati come temporanei, questi interventi - spiega Radhika Rao, economista della Dbs Bank a Singapore - generano incertezza e spingono gli investitori a rivedere i loro piani». «La stabilizzazione della rupia - sottolinea un altro analista - richiede un prezzo troppo alto, perché non funziona e al contrario danneggia l'economia». «Il ministro delle Finanze e la Banca centrale - secondo Jagannadham Thunuguntla, di Smc Global securities a New Delhi - hanno perso la strada, hanno completamente frainteso la situazione e stanno facendo un errore dopo l'altro».
L'innesco della crisi finanziaria (quasi tutti gli emergenti ne soffrono) è stato il discorso di Ben Bernanke del 22 maggio: l'accenno alla fine dell'era delle iniezioni di liquidità sta accelerando lo spostamento dei capitali finanziari iniziato con il calo delle tensioni sui tassi nell'Eurozona. In meno di tre mesi l'India ha visto sparire dai suoi listini oltre 11 miliardi di dollari e cinque aste di titoli pubblici sono fallite nelle ultime cinque settimane. Dopo il crollo di ieri, il ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaram ha cercato di raffreddare il clima: «È il momento della calma e della riflessione».
«New Delhi - spiega Giuliano Noci, prorettore del Politecnico di Milano - attraversa una situazione critica, complicata dai nodi strutturali della burocrazia soffocante, delle infrastrutture insufficienti, della scarsa liberalizzazione del sistema bancario e finanziario. Tutti fattori che penalizzano le imprese» e frenano lo sviluppo. «La crescita economica - aggiunge Noci - rallenta e comunque finora è stata frutto di un Paese spaccato tra Stati che hanno corso molto e Stati che sono rimasti fermi. La bassa scolarizzazione, e l'emarginazione delle donne, non permettono neppure di sfruttare il potenziale demografico di una popolazione molto giovane».

Filippine: affonda traghetto, vittime e oltre 200 dispersi

da www.corriere.it

Entrato in collisione con una nave cargo mentre entrava nel porto di Talisay

Sono almeno 28 i morti e 214 i dispersi nelle Filippine sul traghetto St. Thomas Aquinas, che venerdì è affondato dopo una collisione con la nave cargo Sulpicio Express 7. L'incidente è avvenuto di notte al largo di Talisay, nella provincia di Cebu. A bordo del traghetto si trovavano 841 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio e trasportava anche 104 container. Subito sono partiti i soccorsi che hanno salvato circa 630 persone, molte delle quali però in gravi condizioni per aver inghiottito acqua di mare contaminata dal carburante della nave affondata.
Filippine: collisione tra navi Filippine: collisione tra navi    Filippine: collisione tra navi    Filippine: collisione tra navi    Filippine: collisione tra navi    Filippine: collisione tra navi
COLLISIONE - Il traghetto, costruito circa 40 anni fa, stava entrando nel porto di Talisay, quando alle 21 (ora locale) è entrato in collisione a circa 1 chilometro dall'entrata del porto con il cargo che invece stava salpando. Il traghetto è affondato in pochi minuti, mentre sul cargo si nota un grande squarcio sulla prua.

venerdì 16 agosto 2013

Kashmir: tensione, feriti civili Pakistan

da www.ansa.it

Confine conteso, nuove accuse incrociate New Delhi-Islamabad

16 agosto, 10:17

Kashmir:tensione, feriti civili Pakistan (ANSA) - NEW DELHI/ISLAMABAD, 16 AGO - Sette civili pachistani, tra cui tre donne, sono stati feriti in diversi bombardamenti delle truppe indiane sul fronte del Kashmir, dove e' salita la tensione dopo l'uccisione di cinque militari indiani il 6 agosto. Secondo la polizia, i militari indiani hanno sparato ieri decine di colpi di mortaio lungo la linea di controllo (Loc) che divide il Kashmir. L'India ha accusato a sua volta l'esercito pachistano di aver aperto il fuoco ieri nel settore di Poonch.

martedì 13 agosto 2013

Economia, sanità e ambiente al vertice dei ministri degli Esteri Asean

da www.asianews.it

Fra gli obiettivi dell'incontro, rafforzare la collaborazione in vista della nascita di un blocco unico e trovare soluzioni ai problemi ambientali. Nel summit che inizia domani in Thailandia si parlerà anche di Cina, in vista dell’incontro di fine agosto a Pechino. “Pace, stabilità e sostegno economico” le priorità.


Bangkok (AsiaNews/Agenzie) - Rafforzare l'unione e la collaborazione interna al gruppo degli Stati membri, in vista della creazione - entro il 2015 - di un'unica comunità economico-commerciale. E ancora attuare una politica sanitaria univoca e fornire nuove risposte alle sfide ambientali, come i fumi e le nebbie causate da smog, inquinamento e disboscamento che nelle scorse settimane hanno messo a dura prova i rapporti fra Malaysia, Indonesia e Singapore. Sono questi i temi al centro dei colloqui fra ministri degli Esteri dei Paesi Asean, in programma da domani a Hua Hin, località turistica della provincia di Prachuap Khiri Khan, nella parte settentrionale della penisola di Malay, in Thailandia.
A presiedere il summit dell'associazione che riunisce 10 Paesi del sud-est asiatico (Myanmar, Indonesia, Cambogia, Brunei, Filippine, Thailandia, Laos, Cambogia, Singapore e Malaysia) sarà il vice-premier e ministro thai degli Esteri Surapong Tovichakchaikul. Si tratta del primo incontro a livello di ministri degli esteri Asean per il 2013.
Per il direttore generale del Dipartimento degli Affari Asean Arthayudh Srisamoot si tratta diuna "buona opportunità" per trovare risposte "comuni" alle sfide poste dall'ambiente e da uno sviluppo economico sempre più deciso, ma spesso incontrollato. Ma il punto principale in agenda sarà "la direzione che la comunità prenderà dopo il 2015", termine ultimo per la nascita di un blocco unitario ispirato a modello dell'Unione europea, con libero scambio di merci e persone.
L'obiettivo, annunciano i partecipanti al summit, è di garantire "pace, stabilità e sostegno economico" per tuti i membri fra i quali, ancora oggi, vi è una evidente disparità in termini di beni e ricchezze prodotte.
Da ultimo, il meeting servirà per preparare il prossimo Vertice speciale fra ministri degli Esteri Asean e della Cina, in calendario dal 28 al 30 agosto a Pechino. Nel contesto verrà celebrato il 10mo anniversario della Partnership strategica fra Asean e Cina, anche se il tema principale ruoterà attorno alle controversie nel mar Cinese meridionale, dove è tuttora in corso una disputa fra Pechino, Manila, Hanoi e altre nazioni dell'area.
Proprio le controversie territoriali sono state la causa principale del fallimento di un vertice Asean nel novembre 2012 in Cambogia, con il Paese ospitante che ha di fatto impedito la stesura di un documento (e di una linea) comune da adottare contro "l'imperialismo cinese". Il proposito è di dare attuazione alla stesura di un Codice di condotta (Coc) nei mari, anche se i negoziati - avvertono le diplomazie - dovranno "soddisfare" tutti i Paesi e quindi appare poco probabile che verranno sottoscritti "in tempi brevi".

lunedì 12 agosto 2013

Cambogia:politiche,vince partito governo

da www.ansa.it

Opposizione non riconosce risultato, 'brogli diffusi'

12 agosto, 09:52


Cambogia:politiche,vince partito governo(ANSA) - PHNOM PENH, 12 AGO - Il Partito del popolo cambogiano del primo ministro Hun Sen ha vinto le elezioni legislative del 28 luglio, col 49% dei 6,6 milioni di voti espressi, contro il 44% del Partito della salvezza nazionale della Cambogia, del leader dell'opposizione Sam Rainsy. Lo ha annunciato stamani la commissione elettorale, pubblicando i dati preliminari, senza indicare la ripartizione dei seggi.

L'opposizione non ha riconosciuto il risultato, parlando di brogli diffusi.

venerdì 9 agosto 2013

Manila, la “tigre” che trascina le economie del Sud-Est asiatico

da www.asianews.it

Un rapporto di Standard & Poor’s (S&P) indica nelle Filippine il motore trainante della regione. Per il 2013 indice di crescita del 7%, che si assesterà sul 6/6,5% nei successivi due anni. A spingere il Paese la forte domanda interna, che sopperisce alla crisi internazionale e alla flessione sempre più marcata della Cina.


Manila (AsiaNews/Agenzie) - Le Filippine sono il principale motore trainante dell'economia del Sud-Est asiatico, grazie a una "forte domanda interna" che dovrebbe continuare a crescere. Secondo le previsioni elaborate dall'agenzia di rating Standard&Poor's (S&P), la portata dello sviluppo è tale da permettere a Manila di spingere le altre nazioni della regione al vertice fra le economie del Continente per l'anno 2013. A confermare lo sviluppo sempre crescente - soprattutto nei grandi centri fra cui Manila - l'ingresso di grandi catene commerciali internazionali. Prestigiosi appartamenti spuntano in ogni angolo della capitale, circondati da negozi e centri commerciali, sedi di finanziarie e call center.
Difatti, mentre per il resto dell'Asia si prevede una decrescita causata dal peggioramento progressivo dell'economia cinese e dal "fin troppo tiepido" recupero di Stati Uniti ed Europa, per le Filippine le prospettive sono decisamente migliori. Il report di S&P spiega che "la forte domanda interna" permetterebbe ai maggiori mercati del sud-est asiatico di "fronteggiare meglio la crisi".
Per l'agenzia di rating Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore e Thailandia dovrebbero crescere - in media - del 5,5% nell'anno corrente; un dato superiore alle previsioni, visto che per la regione Asia-Pacifico nel suo complesso si parlava di un 5,3%. Manila in particolare è avvantaggiata perché "meno dipendente" da un mercato globale "fiacco" e negli ultimi mesi "ha superato persino Jakarta".
Le previsioni parlano di un Pil in aumento del 7% circa nel 2013, che dovrebbe poi attestarsi sul 6/6,5% nei successivi due anni. Resta ancora viva la "minaccia" della Cina, la cui flessione (crescita ben al di sotto del 7,5% sbandierato dal governo) rischia di colpire tutta la regione Asia-Pacifico.
Alla base della crescita economica degli ultimi anni le politiche promosse dal presidente Aquino, eletto nel 2010 con una campagna elettorale votata alla lotta alla corruzione e alla povertà diffusa. Essa ha fatto presa in un contesto di per sé carico di potenzialità per l'uso comune della lingua inglese, la relativa libertà di stampa e una tradizione democratica consolidata pur con sacche di violenza e resistenze interne. Restano tuttavia alcuni punti irrisolti, in particolare il nodo legato alla povertà - il 28% vive al di sotto della soglia minima di sopravvivenza - oltre che il rafforzamento delle infrastrutture (aeroporti, strade, hotel), la lotta alla disoccupazione, che ha registrato un aumento nel mese di aprile rispetto allo stesso periodo (da 6,9% a 7,5%) nello scorso anno.

Sri Lanka, tutte le religioni condannano l’attacco dell’esercito a Weliweriya

da www.asianews.it

SRI LANKA
di Melani Manel Perera
Cattolici, buddisti, indù e musulmani hanno partecipato a una satyagraha (manifestazione nonviolenta) a Colombo. La gente sedeva in silenzio, invitando il governo a “prendersi la completa responsabilità di queste brutali uccisioni”.


Colombo (AsiaNews) - Centinaia di cattolici, buddisti, indù e musulmani - laici e leader religiosi - si sono radunati a Colombo, capitale dello Sri Lanka, per condannare l'attacco di Weliweriya, dove l'esercito ha sparato contro civili che chiedevano acqua potabile, uccidendo tre giovani. Per esprimere la gravità di quanto accaduto, la gente ha scelto di restare seduta in silenzio, mostrando solo dei cartelloni, secondo la satyagraha ("forza della verità"), il principio di nonviolenza lanciato dal Mahatma Gandhi.
Il raduno - che si è tenuto il 7 agosto scorso - è stato organizzato dal Christian Solidarity Movement (Csm) e aveva come tema "Condanniamo il terrorismo di Stato che brutalizza e uccide civili disarmati". Alcuni partecipanti indossavano vestiti bianchi e neri, per esprimere "l'opposizione e il dolore" per quanto accaduto a Weliweriya. Un giorno prima il card. Malcolm Ranjith, presidente della Conferenza episcopale dello Sri Lanka, ha letto un messaggio in cui ha condannato le violenze come "inaccettabili e ingiustificabili".
"Il governo - recita uno dei volantini distribuiti durante la satyagraha - deve prendersi la completa responsabilità di queste brutali uccisioni. Non possono lavarsi le mani per questo incidente".
La dottrina della satyagraha si fonda sui principi di satya (verità), tyaag (sacrificio) e ahimsa (nonviolenza). La sua espressione "fisica" si osserva per la prima volta l'11 settembre del 1906, quando il Mahatma Gandhi invita il popolo indiano a una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico e a ribellioni e marce pacifiche.

sabato 3 agosto 2013

Afghanistan, 8 morti e 21 feriti nell'attacco al consolato indiano. Sei bambini fra le vittime

da www.ilsole24ore.com


alalabad (Ap)alalabad (Ap)
È di almeno otto morti e 21 feriti il bilancio provvisorio dell'attacco di un kamikaze davanti al consolato dell'India a Jalalabad (Afghanistan orientale). Lo riferisce l'agenzia di stampa Pajhwok. L'attacco è avvenuto mentre molta gente era in fila per richiedere un visto d'ingresso, e secondo la tv Cnn-Ibn di New Delhi, sei delle vittime sarebbero bambini.
Il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid ha negato ogni responsabilità per l'attentato, che ha danneggiato diverse abitazioni e negozi circostanti. «Un'auto contenente esplosivi ha colpito una barriera vicino al consolato ed è saltata in aria", ha riferito un portavoce della provincia di Nangarhar, di cui Jalalabad è il capoluogo, «C'erano degli attentatori suicidi nell'auto». Syed Akbaruddin, portavoce del ministero degli Esteri indiano a Nuova Delhi, ha fatto sapere attraverso il suo profilo Twitter che l'esplosione è avvenuta di fronte al consolato, ma tutti i funzionari sono illesi.