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lunedì 9 dicembre 2013

Bangkok: sciolto il Parlamento, elezioni anticipate. Ma la protesta continua

da www.asianews.it

09/12/2013 08:57
THAILANDIA
La premier Yingluck Shinawatra vuole restituire il “potere al popolo” e tornare al voto “il prima possibile”. Una risposta alle dimissioni in massa di ieri dell’opposizione. Continua la marcia dei dimostranti verso la sede dell’esecutivo. Il leader della protesta proclama “il giorno del giudizio” e vuole che l’intera famiglia Shinawatra lasci il Paese.


Bangkok (AsiaNews/Agenzie) - La premier thai Yingluck Shinawatra ha annunciato lo scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate a breve giro, per mettere fine alle proteste di piazza che da diversi giorni - salvo un breve intervallo per il compleanno del re - si susseguono a Bangkok. La decisione del Primo Ministro giunge a 24 ore dalle dimissioni di massa delle opposizioni parlamentari e all'annuncio di un'imponente marcia dei manifestanti (le Camicie gialle) verso la sede del governo in programma per oggi. Intanto i vertici dell'esercito - il vero potere forte del Paese, protagonista in passato di numerosi colpi di Stato - continuano a ribadire la posizione di neutralità, sebbene nei giorni scorsi alcuni alti ufficiali si siano spesi per la mediazione fra i due fronti, affermando di non voler essere "coinvolti" nella controversia.
Il governo thai vuole scongiurare spargimenti di sangue e violenze di piazza, come ha confermato la premier Shinawatra questa mattina in un discorso alla nazione. "In questo momento - ha aggiunto - la cosa migliore è restituire il potere al popolo thai e indire elezioni". Al momento non vi sono date in calendario per la tornata elettorale, anche se la Primo Ministro ha assicurato che si svolgeranno "il prima possibile".
Dopo la pausa, il 6 dicembre scorso, per celebrare l'86mo compleanno di re Bhumibol Adulyadej che, nel discorso alla nazione, ha invitato il suo popolo alla collaborazione e al sostegno reciproco. Un riferimento implicito agli scontri della scorsa settimana, che hanno causato quattro morti e decine di feriti. Obiettivo delle sommossa le dimissioni del governo guidato dalla premier Yingluck Shinawatra, accusata di essere un "pupazzo" nelle mani del fratello Thaksin, multimiliardario ed ex Primo Ministro, in esilio per sfuggire a una condanna a due anni di carcere.
In realtà, l'attuale governo è stato eletto nel 2011 in modo democratico nel 2011 e il 28 novembre scorso ha superato in modo netto una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni in Parlamento (297 voti contro 134).
Secondo le norme vigenti, in seguito allo scioglimento del Parlamento restano due mesi a disposizione per restituire la parola agli elettori; tuttavia, il gesto del premier potrebbe non bastare per soddisfare le rivendicazioni dei manifestanti, che vogliono un radicale cambiamento dell'intero sistema democratico e confermano che la marcia verso le sedi governative continua. Durante la manifestazione odierna, soprannominata "il giorno del giudizio", essi hanno chiesto a gran voce che l'attuale premier Yingluck e tutta la famiglia lascino (per sempre) il Paese.
Molti analisti ed esperti di politica thai sottolineano che il governo gode tuttora di ampio consenso in molte fasce della popolazione, soprattutto fra le campagne e nel nord della Thailandia. E, con tutta probabilità, in caso di nuove elezioni potrebbe riconquistare con facilità la guida del Paese. Di contro, i dimostranti pretendono che l'attuale esecutivo sia sostituito da un "Consiglio del popolo", peraltro non eletto dai cittadini. Il leader dell'opposizione Suthep Thaugsuban ha affermato che "il movimento continuerà a combattere" sino a che non avrà sradicato "il regime dei Thaksin".

giovedì 5 dicembre 2013

India, leader indù contro la legge sulle violenze interreligiose

da www.asianews.it

INDIA
Si apre oggi la sessione invernale del Parlamento, in cui si discuterà di nuovo l'introduzione della Communal Violence Bill. Narendra Modi, candidato premier del Bharatiya Janata Party (Bjp), definisce la legge "un disastro" da fermare. Egli è considerato responsabile dei massacri tra indù e musulmani del 2002 in Gujarat, dopo i quali si decise di creare il decreto.


New Delhi (AsiaNews/Agenzie) - La Communal Violence Bill (Cvb), la legge sulla violenza interreligiosa, torna nel Parlamento indiano. La sessione invernale delle due camere si è aperta oggi e si chiuderà il prossimo 20 dicembre. Tuttavia, ci sono già voci critiche tra le fila del Bharatiya Janata Party (Bjp, partito ultranazionalista indù leader dell'opposizione). Narendra Modi, chief minister del Gujarat e candidato premier del Bjp, ha definito la legge "una ricetta per il disastro".
Voluta dal National Advisory Council (Nac) di Sonia Gandhi, la Cvb conferisce al governo centrale il potere di intervenire in modo diretto nei casi di violenza interreligiosa, anche scavalcando le autorità statali. L'idea di una simile legge è nata dopo i massacri del Gujarat nel 2002, in cui più di 2mila musulmani morirono per mano della comunità indù. Per le stragi, proprio Narendra Modi è sempre stato ritenuto responsabile.
In seguito, i pogrom anticristiani dell'Orissa (2008) e il conseguente fallimento dei singoli Stati nel garantire la giustizia, hanno portato ancora la questione al centro del dibattito politico.
Parlando del disegno di legge, Modi lo ha definito "studiato e abbozzato male", e  un modo per "ottenere voti, anziché [una forma di] genuina preoccupazione". Secondo il leader ultranazionalista indù, esso rappresenta il tentativo di "invadere l'autorità degli Stati".

lunedì 25 novembre 2013

Anno della Fede: migliaia di cattolici, indù e buddisti alla processione del Cristo Re

da www.asianews.it

NEPAL
di Kalpit Parajuli
La celebrazione si è tenuta lo scorso 23 novembre per le vie di Kathmandu. Fedeli cristiani, ma anche molti indù e buddisti hanno marciato portando candele, immagini del Papa e di Gesù.


Kathmandu (AsiaNews) - Migliaia di cattolici, indù e buddisti nepalesi hanno partecipato lo scorso 23 novembre alla processione del Cristo Re organizzata dalla Chiesa cattolica di Kathmandu per celebrare la chiusura dell'Anno della Fede, terminato ieri con una messa solenne in piazza san Pietro. Fonti locali sottolineano la "grande devozione" della popolazione che ha aderito all'evento, interrompendo il proprio lavoro e partecipando al rito nonostante il clima di tensione dovuto alle recenti elezioni dell'Assemblea costituente.
Sacerdoti, religiosi, laici e non cristiani hanno camminato recitando il Rosario e inni dalla St. Mary School fino alla chiesa dell'Assunzione portando candele, immagini di Gesù, cartoline con passi della Bibbia. Per l'occasione la Chiesa locale ha allestito una particolare automobile scoperta sulla quale p. Pius Perumana, vicario della diocesi, ha guidato la processione con abiti solenni. Alla celebrazione hanno partecipato oltre alla comunità di Kathmandu anche quelle di Godavari, Lubhu e Baniyatar, che hanno seguito la processione esponendo le loro bandiere e stendardi.
Soni Rana, giovane cattolica di 18 anni di Baniyatar (periferia nord di Kathmandu) racconta ad AsiaNews:"Sono molto entusiasta di aver partecipato alla processione di Cristo Re. Per me stato un momento per glorificare Gesù e fortificare la mia fede in Dio". La ragazza era presente anche alla precedente funzione organizzata un anno fa per l'apertura dell'Anno della Fede. La ragazza sottolinea che questo periodo di preghiera e riflessione è stato fondamentale per lei, per la sua famiglia e per i suoi amici.
Dopo la caduta della monarchia indù nel 2006, il Nepal ha assistito ad una graduale apertura della società alle religioni diverse dall'induismo, un tempo perseguitate. Nel periodo successivo alla salita al potere dei maoisti (2008), diversi gruppi estremisti indù hanno compiuto attentati e attacchi contro le minoranze religiose. Il più grave è stato quello contro la chiesa dell'Assunzione di Kathmandu, il 23 maggio 2009, costato la vita a due persone. Nonostante sia vietato il proselitismo, per rilanciare il turismo il governo ha deciso nel 2012 di rendere il Natale festa nazionale. Ciò ha permesso ai cristiani di esporre immagini e addobbi sacri nei negozi e fuori dalle chiese e dalle abitazioni e di organizzare processioni. Tale visibilità ha spinto molti non cristiani ad accostarsi al battesimo. I cattolici nepalesi sono oltre 10mila, 4mila in più rispetto al 2006, anno della proclamazione dello Stato laico.

giovedì 21 novembre 2013

Elezioni in Nepal, sonora sconfitta per i maoisti. Vincono i democratici del Congress

da www.asianews.it

NEPAL
di Kalpit Parajuli
I risultati sono ancora provvisori, ma dalla conta dei voti lo Unified Communist Party of Nepal (Ucpn-m) raggiunge appena il terzo posto. Primo il Congress Party (socialista e democratico), seguito dal partito comunista. Prachanda, leader maoista, ha annunciato di "non accettare il voto".


Kathmandu (AsiaNews) - Da più grande partito del Paese a esigua minoranza: i maoisti dello Unified Communist Party of Nepal (Ucpn-m) perdono le elezioni dell'Assemblea costituente. Secondo i risultati provvisori, il Congress Party (partito socialista e democratico) ha ottenuto la maggioranza in quasi tutte le circoscrizioni, seguito dal Communist Party of Nepal (Unified Marxist-Leninist, Uml). L'Ucpn-m di Pushpakamal Dahal, detto Prachanda, fatica a conquistare la terza posizione.
In una conferenza stampa, Prachanda ha annunciato di non accettare il risultato: "Contro i maoisti è stata organizzata una cospirazione". Il leader politico ha chiesto anche di fermare la conta dei voti, minacciando di boicottare la stesura della nuova Costituzione democratica.
Nonostante le violenze dei giorni scorsi, in Nepal si respira un clima di calma. Nilkantha Upreti, presidente della Commissione elettorale, spiega ad AsiaNews che "le elezioni si sono svolte in modo pacifico, e questo è un bene. Indagheremo per controllare eventuali errori, ma non fermeremo il processo e dichiareremo i risultati non appena la conta dei voti sarà completata".
Anche la comunità internazionale si è complimentata per la "condotta pacifica delle elezioni". "La nuova Assemblea costituente - ha dichiarato il portavoce di Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite - avrà la storica responsabilità di completare una nuova costituzione, basandosi sui successi impressionanti avuti finora, e promuovendo così il dialogo nazionale e una genuina riconciliazione".
Le elezioni sono avvenute dopo cinque anni di caos politico e quattro governi di coalizione, i quali hanno rimandato di continuo la stesura di una Costituzione democratica, dopo secoli di monarchia indù.

lunedì 18 novembre 2013

Maldive: Abdulla Yameen, un progressista al governo

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  18 novembre 2013  alle  6:00.

maldiveyameenÈ il sesto della Repubblica delle .
Yameen, candidato del Partito Progressista delle Maldive, ha prestato giuramento ieri, un giorno dopo aver sconfitto l’ex presidente Mohamed Nasheed nel ballottaggio presidenziale.
Rivolgendosi alla nazione, il nuovo capo di Stato si è impegnato a lavorare per una economia maggiormente inclusiva e per realizzare il progresso del paese.
Tra i suoi primi obiettivi dichiarati la creazione di “una piccola ma efficace” squadra di governo e una serie di misure, non precisate, per ridurre la spesa pubblica.
L’ex-presidente Mohamed Nasheed ha ammesso la sconfitta.

India, leader cristiano: Narendra Modi è un pericolo per la libertà religiosa

da www.ilsole24ore.com

INDIA
di Nirmala Carvalho
È il commento di Sajan George, presidente del Global Counil of Indian Christians (Gcic), ad alcune dichiarazioni del candidato premier del Bharatiya Janata Party (Bjp, ultranazionalista indù). Modi ha apprezzato “le onde zafferano” (colore simbolo dei radicali induisti) presenti in Karnataka. Lo Stato è tra i peggiori dell’India per le persecuzioni contro le minoranze religiose.


Mumbai (AsiaNews) - Con Narendra Modi al potere "la libertà religiosa in India sarà in pericolo". È quanto afferma ad AsiaNews Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), dopo le ultime dichiarazioni rilasciate dal chief minister del Gujarat e candidato premier del Bharatiya Janata Party (Bjp, partito ultranazionalista indù). Ieri Modi, in un comizio a Bangalore (Karnataka), ha detto: "Vedo onde zafferano alzarsi in tutta la regione. È una vista deliziosa". Egli si riferiva ai sostenitori dell'hindutva (ideologia fondamentalista indù), il cui colore simbolo è lo "zafferano" (arancione), che in Karnataka attaccano spesso le minoranze etniche e religiose.
Narendra Modi è un ex militante della Rashtriya Sawayamsevak Sangh (Rss), una delle organizzazioni radicali indù più attive e violente dell'India. Il Bjp - noto per il suo aperto sostegno a gruppi come la Rss e fautore di uno Stato "100% indù" - lo ha scelto come candidato alla poltrona di primo ministro, in vista delle elezioni generali 2014. Modi infatti è molto popolare tra i sostenitori del partito: egli è apprezzato per aver reso il Gujarat uno degli Stati più ricchi del Paese, e fa spesso leva sulla necessità di restituire una "identità indù" all'India. Al tempo stesso però non mancano le critiche (anche da parte di alcuni suoi compagni di partito), in particolare per il suo ruolo ambiguo nei massacri del 2002 tra indù e musulmani, di cui è considerato responsabile.
Secondo Sajan George "questi commenti sono un campanello d'allarme, e l'aumento degli attacchi anticristiani in Karnataka confermano la rinascita del nazionalismo indù nel Paese. L'India è un Paese secolare, non basato sull'hindutva".
La persecuzione contro le minoranze religiose in Karnataka è tra le più gravi dell'India, soprattutto dopo cinque anni di governo targato Bjp. Lo scorso 5 maggio il Congress (partito di maggioranza nel governo centrale) ha vinto le elezioni amministrative con un ampio margine. "Il Bjp ha perso il controllo dello Stato - spiega il presidente del Gcic ad AsiaNews - e ha compensato la sconfitta con ulteriori attacchi".
Secondo dati del Gcic, "negli ultimi tre anni vi sono stati 150 incidenti contro le minoranze. Nel 2011, 49 casi di violenza e ostilità contro i cristiani; nel 2012, 41 episodi. Dall'inizio del 2013 abbiamo registrato già più di 40 casi". Tuttavia, sottolinea Sajan George, "queste cifre si riferiscono solo alle chiese distrutte e ai fedeli attaccati o imprigionati. Se tenessimo conto di ogni episodio di intimidazione, persecuzione, insulto o detenzione temporanea, i numeri sarebbero molto più alti".

venerdì 15 novembre 2013

Assolto TJ Joseph, il professore cristiano accusato di blasfemia (e mutilato)

da www.asianews.it

INDIA
di Nirmala Carvalho
Lo ha stabilito una corte del Kerala nel processo di appello. Nel 2010 estremisti islamici accusarono il docente di aver offeso Maometto. Pur negando ogni responsabilità, un gruppo di sconosciuti gli tagliò la mano e parte del braccio destro. Dopo essere stato sospeso e poi licenziato dalle autorità scolastiche, oggi l’uomo è stato riassunto.


Mumbai (AsiaNews) - È assolto con formula piena TJ Joseph, il professore cristiano accusato di blasfemia nel 2010, a cui un gruppo di sconosciuti tagliò la mano destra e parte del braccio. La corte di Thodupuzha in Kerala ha ascoltato l'appello presentato dal docente e lo ha scagionato da ogni accusa. Una sentenza, spiega ad AsiaNews Sajan George, presidente del Global Council of Indian Christians (Gcic), "per la dobbiamo ringraziare il sistema giudiziario indiano. il caso del professore Joseph è stata una delle pagine più buie del Kerala".
È il marzo 2010 quando il docente, professore al Newman's College, viene accusato di blasfemia dal gruppo fondamentalista islamico Popular Front of India (Pfi). Secondo gli estremisti, egli aveva inserito domande offensive verso Maometto in un questionario per gli esami. Date le minacce ricevute, l'uomo chiede scusa pubblicamente per il suo "errore non intenzionale".
Qualche mese dopo però, un gruppo di sconosciuti lo aggredisce a Muvattupuzha (distretto di Ernakulam), mozzandogli la mano e parte del braccio destro. TJ Joseph sopravvive all'attacco, ma nel settembre dello stesso anno le autorità scolastiche lo licenziano, senza possibilità di accedere alla pensione.
Secondo Sajan George, gli aspetti più gravi di questo episodio "sono stati l'atteggiamento della polizia, che ha registrato la denuncia contro di lui e l'ha anche arrestato, e quello dell'istituto, che l'ha sospeso dal servizio. Per fortuna, la Mahatma Gandhi University, a cui il Newman College è affiliato, ha revocato la decisione delle autorità scolastiche e lo ha riassunto".

lunedì 11 novembre 2013

Elezioni in Nepal: La Chiesa cattolica non si schiera e prega per la pace

da www.asianews.it

di Kalpit Parajuli
Mons. Anthony Sharma, vescovo di Kathmandu, sottolinea l'importanza di una nuova Costituzione per dare voce alle minoranze religiose. I 134 partiti in corsa per le votazioni del 19 novembre sono troppi e non garantiscono stabilità. Timori per un'ondata di attacchi da parte delle formazioni estremiste contrarie al rinnovo dell'Assemblea costituente.


Kathmandu (AsiaNews) - La Chiesa cattolica nepalese chiede a tutti i fedeli di pregare per le elezioni del 19 novembre, affinché avvengano in un clima pacifico. Intervistato da AsiaNews, mons. Anthony Sharma, vescovo di Kathmandu, sottolinea che "la Chiesa non dà indicazioni di voto e lascia i fedeli liberi di scegliere fra i ben 134 partiti in gara per il rinnovo dell'Assemblea costituente".
Le votazioni si terranno il prossimo 19 novembre in tutto il Paese. Esse avvengono dopo cinque anni di caos politico e quattro governi di coalizione che a causa delle divergenze hanno rimandato di continuo la consegna della Costituzione democratica, dopo secoli di monarchia indù.
Mons. Anthony Sharma esprime seri dubbi su un cambiamento immediate del Paese: "Con 134 partiti in corsa per le elezioni, che sorta di governo potremmo avere? Il voto avverrà in un clima pacifico?".
In questi mesi di campagna elettorale i principali partiti politici, Congress Party (conservatori) e Unified Communist Party of Nepal (maoisti), hanno tentato di rassicurare la popolazione dichiarando che una volta al potere la costituzione verrà scritta entro un anno. "Mi chiedo - afferma mons. Sharma - se quanto sostengono i leader politici potrà mai accadere".
Il vescovo di Kathmandu spiega che la Costituzione democratica è una grande occasione per le minoranze religiose ed etniche. "I cattolici - dice - sono un piccolo gruppo, una minoranza fra le minoranze, e siamo ancora senza voce". Il prelato spera che nel nuovo documento vi siano articoli in favore della libertà religiosa e un uguale trattamento delle minoranze, con accesso ai privilegi per ora ad appannaggio solo di indù, buddisti e sette legate all'induismo.
Finora solo le ali estremiste guidate dall'ex quadro maoista Mohan Baidhya sono contrarie al voto e per oggi hanno annunciato uno sciopero generale per contrastare la preparazione dei seggi. Nonostante le minacce delle frange più estreme, la maggior parte dei partiti politici appoggia la necessità di scegliere nuovi leader e dare una svolta democratica al Paese. Per evitare scontri il governo ha inviato militari e forze di polizia nei vari distretti del Paese.
Secondo l'Himalayan Times, principale quotidiano nazionale, in questi giorni sono avvenuti diversi attacchi da parte di gruppi estremisti contrari alle votazioni. Ieri due ordigni sono esplosi a Taplejung nel nord-est del Paese. Nell'attacco sono rimaste ferite cinque persone. Le bombe artigianali sono esplose poco prima di una conferenza organizzata dal Partito comunista nepalese (Communist Party of Nepal Unified Marxist-Leninist). Nella notte del 9 novembre nel distretto di Sandkhuwasabha (Kosi, Nepal orientale), ignoti hanno aperto il fuoco contro Rajendra Kumar Kiranti, leader del partito maoista locale, rimasto illeso. Sempre il 9 novembre un ordigno artigianale è stato rinvenuto nella sede del partito comunista del distretto di Ilam (Nepal orientale). Tre bombe sono state disinnescate sull'autostrada Mechi-Mahakali che collega l'est e l'ovest del Paese. L'obiettivo era un convoglio con a bordo i quadri del Partito maoista nepalese, fra cui lo storico leader ed ex premier Pushpa Kamal Dahal (Prachanda). Essi sono impegnati in un tour elettorale nei vari distretti del Nepal. Nawaraj Silwal, capo della polizia della regione orientale, sospetta il coinvolgimento dei gruppi estremisti guidati da Baidhya.


venerdì 8 novembre 2013

Anno della fede in India: Custodire l’ambiente, per fermare il degrado dell’umanità

da www.asianews.it

di Nirmala Carvalho
Rispettare la natura significa proteggere l’uomo dal pericolo di distruggere se stesso. La Chiesa deve promuovere l’educazione ambientale e la comunità deve imparare a resistere al richiamo del consumismo, conservare gli spazi verdi ed evitare lo spreco di acqua. AsiaNews presenta la quinta e ultima parte dei risultati del simposio nazionale dei vescovi indiani di rito latino.


Mumbai (AsiaNews) - Lo sviluppo economico e industriale portano benessere, ma causano il degrado della natura. Ciò ha ripercussioni anche sulla comunità umana, che è parte del creazione di Dio. Questo è il quinto e ultimo tema affrontato nel simposio nazionale voluto dalla Commissione per la teologia e la dottrina della Conferenza episcopale indiana dei vescovi di rito latino (Cbcc-Lr), lo scorso ottobre. Gli altri temi discussi all'incontro, alla luce dei documenti del Concilio Vaticano II, sono stati: povertà, violenza sulle donne, conflitti di natura religiosa e vita.
Un Paese che affronta minacce ecologiche
L'India ha fatto rapidi progressi con il suo sviluppo economico, e notiamo anche una maggiore crescita in campo tecnologico. Nella stessa Mumbai, sono stati costruiti 55 cavalcavia per alleviare la congestione del traffico, torri e centri commerciali. In programma vi sono delle zone economiche speciali, ma tutto a scapito dell'ambiente. La lobby dei costruttori ha trasformato aree verdi - una volta rigogliose - in giungle di cemento. La bonifica del mare ha distrutto le mangrovie, causando inondazioni. L'aria e i fiumi sono stati inquinati; la copertura forestale è scomparsa in molte zone.
"La Chiesa ha una responsabilità per il creato e sente di doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per difendere la terra, l'acqua e l'aria, doni di Dio Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l'uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso. Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui 'quando l'«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio'. Non si può domandare ai giovani di rispettare l'ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell'ambiente come su quello dell'etica personale, familiare e sociale" (Papa Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata mondiale della pace, 1 gennaio 2010).
  • Noi, membri del Simposio, chiediamo ai leader della Chiesa di promuovere l'educazione ambientale, sottolineando la responsabilità di Dio e la tutela umana della creazione, inculcando atteggiamenti e pensieri di attenzione all'ambiente.
  • Ci impegniamo a intraprendere azioni concrete: conservare gli spazi verdi; evitare lo spreco di acqua; lottare contro l'inquinamento luminoso, acustico e idrico. Renderemo le nostre case dei modelli di eco-compatibilità.
  • In particolare, resisteremo al richiamo del consumismo lanciato dall'industria pubblicitaria. La Terra ha abbastanza per nutrire tutti, ma non per soddisfare l'avidità di alcuni.
Chiudiamo le nostre riflessioni con le parole di Papa Francesco nella Lumen Fidei, n.27: "La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall'amore. Chi ama capisce che l'amore è esperienza di verità, che esso stesso apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo, in unione con la persona amata".
Affidiamo il nostro Simposio a Maria, nostra Madre, pregando affinché lei possa essere con noi nel nostro viaggio con Gesù, verso il Padre, nello Spirito Santo.


giovedì 7 novembre 2013

Banca mondiale: nel 2014 crescita record per il Myanmar, ma i poveri sono a rischio

da www.asianews.it

MYANMAR
Secondo le previsioni, l’economia birmana per il prossimo anno destinata a salire del 6,8%. Un dato superiore alla media regionale, grazie alle riforme attuate nell’ultimo periodo dal governo. Settori trainanti energia e turismo. Gli esperti avvertono però il pericolo inflazione, che rischia di colpire la parte più debole della popolazione.


Yangon (AsiaNews/Agenzie) - Nel 2014 l'economia del Myanmar è destinata a crescere del 6,8% piazzandosi fra i primi Paesi del Sud-est asiatico, un'area caratterizzata da notevole sviluppo e innovazione. Tuttavia, il governo dovrà prestare attenzione al rischio inflazione, che potrebbe colpire in modo pesanti le fasce più deboli della  popolazione. È quanto affermano le stime di crescita elaborate dagli esperti della Banca mondiale e pubblicati ieri. Motore trainante dell'economia birmana le esportazioni nei settori dell'energia e materie prime, investimenti stranieri, servizi e costruzioni.
Khwima Nthara, analista ed esperto di economia birmana dell'istituto, sottolinea che "non si tratta solo di un trend" dovuto al periodo storico, perché il dato previsto per Naypyidaw supera in modo netto il 5,1% stimato per la regione nell'anno corrente e per il 2014. "Esso va attribuito in larga parte - aggiunge - al programma di riforme" attuato dal presidente Thein Sein e dal suo governo che, almeno in campo economico, ha messo fine a decenni di isolamento imposti dalla dittatura militare al potere.
A dispetto del potenziale enorme a livello di risorse, il Myanmar e i suoi 60 milioni di abitanti sono stati (sinora) una delle nazioni meno sviluppate e più povere al mondo; sanzioni occidentali e una politica repressiva della giunta militare hanno tenuto per decenni in scacco il Paese e la popolazione civile, mentre una cricca legata ai generali dell'esercito si è potuta arricchire impunita.
Dal marzo 2011 l'esecutivo (in parte) riformista ha garantito maggiori aperture al mondo, la liberazione della storica leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi e di centinaia di detenuti politici, oltre che avviare cambiamenti di rotta in tema di economia. Da qui la crescita degli investimenti diretti esteri, che hanno toccato quota 2,7 miliardi di dollari nel 2012/13, rispetto a 1,9 miliardi nel periodo 2011/12.
Sebbene manchino verifiche indipendenti, per la Commissione governativa sugli investimenti nel mese di settembre sono confluiti nel Paese 54 milioni di dollari provenienti dall'estero, la maggior parte dei quali destinati alla manifattura, agricoltura, miniere, oltre che hotel e turismo. Ed è proprio il settore dell'ospitalità uno di quelli destinati a trainare in massima parte lo sviluppo della nazione nel futuro prossimo.
Tuttavia, gli esperti della Banca mondiale avvertono circa i pericoli dell'inflazione che, nel mese di agosto, è salita al 7,3%, sospinta dal costo delle case e dei beni di prima necessità, fra cui alimenti di base come il riso. "L'inflazione va tenuta sotto controllo" avverte Nthara, perché si tratta di un "trend preoccupante che colpisce in particolar modo la parte più povera della popolazione".

martedì 5 novembre 2013

India, al via il lancio della prima sonda su Marte

da www.asianews.it

INDIA
Se la missione avrà successo, il Paese supererà la concorrenza asiatica di Cina, Giappone e Corea del Sud. La Mars Orbiter Mission (Mom) viaggerà per 300 giorni, per arrivare nell’orbita di Marte a settembre 2014. I dubbi degli analisti: troppo costoso per un Paese che ancora deve risolvere il problema della povertà e della malnutrizione.


New Delhi (AsiaNews/Agenzie) - È tutto pronto in India per il lancio della sua prima sonda su Marte, previsto oggi alle 9:08 GMT. La Mars Orbiter Mission (Mom) partirà dalla base aerospaziale di Sriharikota (Andhra Pradesh) a bordo del razzo Pslv-C25. Se il lancio andrà bene, la sonda viaggerà nello spazio per circa 300 giorni e dovrebbe raggiungere l'orbita di Marte nel settembre 2014. In caso di successo, l'agenzia spaziale indiana diventerà la quarta al mondo ad aver compiuto una missione su Marte - dopo Stati Uniti, Russia ed Europa - superando gli altri grandi concorrenti asiatici: Cina, Giappone e Corea del Sud.
In India il lancio del Mom è noto anche come Mangalyaan ("nave marziana"). Il Paese ha approvato il progetto nel 2012: gli scienziati si sono subito messi in moto per poter usufruire dell'allineamento favorevole tra i due pianeti, una condizione che permette al Mom di risparmiare carburante durante il viaggio verso Marte.
Alcuni commentatori hanno criticato la decisione del governo di imbarcarsi in una missione del valore di 95 milioni di dollari, mentre il Paese ha uno dei livelli più alti di bambini malnutriti al mondo. I sostenitori del progetto hanno però replicato che un progetto simile è relativamente "economico", e che lo sviluppo tecnologico a esso legato porterà benefici a vari settori della nazione.
In teoria, la sonda cinese Yinghuo 1 aveva raggiunto l'orbita marziana alla fine del 2012, ma ha potuto farlo solo grazie al traino del veicolo spaziale russo Phobos Grunt. Esso era rimasto bloccato nell'orbita terrestre poco dopo il lancio, avvenuto nel novembre 2011.
La sonda porta cinque carichi, che serviranno per studiare l'atmosfera e la superficie del pianeta rosso: un Lyman Alpha Photometer, che misura la perdita d'acqua di Marte nell'esosfera e nell'alta atmosfera; un Methan Sensor for Mars, progettato per misurare la presenza di metano e mappare le fonti; un Infrared Thermal Imaging Spectrometer (Tis), che misurerà le emissioni termiche per tracciare la composizione della superficie e la presenza di minerali. Il Tis lavorerà con il sensore di metano per determinare la presenza di forme di vita e la natura. Il metano infatti può indicare l'esistenza di vita.


giovedì 31 ottobre 2013

Operai indonesiani, tre milioni in sciopero per l'aumento dei salari

da www.asianews.it

INDONESIA
L'inflazione, provocata ad arte per migliorare le esportazioni della forte economia locale, sta distruggendo la vita dei lavoratori. Che ora chiedono perché, dopo aver contribuito a far crescere il benessere comune, siano costretti a vivere nelle fogne.


Jakarta (AsiaNews/Agenzie) - Almeno tre milioni di lavoratori indonesiani iniziano oggi uno sciopero nazionale di due giorni, convocato per chiedere salari migliori in una delle nazioni del Sud Est asiatico dal miglior andamento economico. Il costo della vita, spiegano gli organizzatori della protesta, sta crescendo a causa dell'alta inflazione provocata per migliorare le esportazioni: per questo è fondamentale che ai lavoratori sia adeguato lo stipendio.
Said Iqbal, presidente della Confederazione dei sindacati indonesiani (Kspi), spiega: "Molti lavoratori non possono più permettersi di pagare l'affitto e vivono sotto i ponti o perfino nelle fogne. Invece del riso sono costretti a mangiare spaghetti precotti. Abbiamo collaborato moltissimo alla ripresa economica, perché ora veniamo calpestati?".
Gli scioperanti sostengono di essere stati colpiti in particolare dall'aumento stellare dei carburanti che si è verificato a giugno, quando il petrolio è salito del 44% e il diesel del 22%. Con questo sciopero, conclude Iqbal, "chiediamo solo un ritocco che ci permetta di compensare i prezzi aumentati dall'inflazione".
Secondo il Kspi, allo sciopero nazionale hanno aderito i lavoratori delle industrie che vanno dal tessile al minerario in 20 delle 34 province del Paese. Per oggi sono attesi 300mila manifestanti nella capitale Jakarta, mentre altri 400mila cammineranno davanti al polo industriale di Bekasi.
Negli ultimi anni, la crescita economica media indonesiana ha toccato sempre almeno il 6% annuale. Ma negli ultimi mesi questa è rallentata e i commerci sono stati colpiti dal timore che gli Stati Uniti potessero fermare il programma di stimolo alle industrie.
Tuttavia l'Indonesia rimane una delle economie più solide fra le nazioni in via di sviluppo, tanto che i lavoratori di Jakarta hanno ottenuto quest'anno un aumento dei salari minimi del 44%, arrivando a circa 142 euro al mese. I manifestanti chiedono che la cifra arrivi "almeno" a circa 240 euro.

martedì 29 ottobre 2013

Vietnam: altro che crisi, nel 2013 boom di imprese a Ho Chi Minh City

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  29 ottobre 2013  alle  6:00.

Nei primi nove mesi dell’anno oltre 20 mila nuove imprese hanno aperto a , grazie alle politiche di sostegno lanciate dall’amministrazione locale.vietnamimpresa
Secondo il dipartimento per la Tassazione, riporta News Agency, nello stesso periodo il numero di imprese che hanno chiuso i battenti, 18 mila, è stato “nettamente” inferiore a quello delle imprese che hanno aperto.
Circa 20.700 nuove compagnie si sono installate nella più grande città del paese, portando il numero totale delle imprese a quota 137.700.
Allo stesso tempo, più di 5.200 aziende hanno ripreso le loro attività, soprattutto in settori quali servizi, commercio, abbigliamento e legno.
Il dipartimento per la Tassazione attribuisce questi recenti sviluppi positivi agli sforzi dell’amministrazione locale per aiutare le imprese ad avviare un’attività attraverso il credito preferenziale e regimi fiscali agevolati.


sabato 26 ottobre 2013

Thein Sein: no al secondo mandato. Nel 2015 sfida a due fra Aung San Suu Kyi e Shwe Mann

da www.asianews.it

MYANMAR
di Francis Khoo Thwe
Il presidente birmano pare intenzionato a lasciare la politica attiva. La conferma arriva dall’attuale presidente del Parlamento, che si annuncia come lo sfidante principale della leader dell’opposizione alle prossime elezioni. Servono però modifiche alla Costituzione perche la Nobel possa concorrere e il cammino di riforme è “molto lento”.


Yangon (AsiaNews) - Il presidente birmano Thein Sein, protagonista del cammino di riforme avviato dal Myanmar negli ultimi due anni, non si candiderà per un secondo mandato dopo le elezioni generali del 2015. È quanto ha affermato il presidente del Parlamento Shwe Mann, numero uno del partito di governo Union Solidarity and Development Party (Usdp); egli ha inoltre aggiunto che prenderà il posto dell'attuale capo di Stato nella sfida - con tutta probabilità - a due con Aung San Suu Kyi per la carica più alta del Paese. In accordo con la leader dell'opposizione birmana, Mann auspica inoltre che la Costituzione possa essere emendata, per permettere alla Suu Kyi di partecipare a pieno titolo alla partita per la presidenza del Myanmar.
Le parole del presidente del Parlamento confermano che Thein Sein non si ripresenterà al secondo mandato. Egli chiuderà il quadriennio aperto nel 2011 e caratterizzato da aperture in politica estera, (timide) riforme democratiche ed economiche, rilascio di (parte dei) detenuti politici e tentativi di pace con le minoranze etniche. Cambiamenti che sono valsi la cancellazione di gran parte delle sanzioni commerciali e diplomatiche con Stati Uniti e Unione europea. Nei mesi scorsi il 68enne capo di Stato aveva già annunciato il proposito di ritirarsi e non si sarebbe "opposto" a una candidatura di Aung San Suu Kyi.
La rinuncia di Thein Sein favorisce l'ascesa di Shwe Mann, un tempo numero tre della giunta militare, oggi presidente del Parlamento e giudicato una figura "moderata, con credenziali da riformista" che vanta buoni rapporti coi militari. Dal maggio scorso egli ha sostituito il presidente birmano alla guida dello Usdp e auspica in modo aperto e palese "l'emendamento della sezione 59F della Costituzione" - che blocca di fatto la corsa di Suu Kyi alla presidenza, ndr - perché vi siano "elezioni libere e giuste".
Intervistato dal quotidiano dissidente The Irrawaddy Shwe Mann ha confermato un approccio soft alla politica birmana, rivelandosi più per il navigato uomo politico di oggi, piuttosto che il temuto generale di un tempo. In un primo momento, egli sembrava dovesse essere il vero uomo forte scelto dal generalissimo Than Shwe per succedere alla guida del Myanmar dopo il voto del 2011. Affindando pazienza e scaltrezza politica, il presidente del Parlamento ha saputo ritagliarsi un ruolo importante nel panorama nazionale, mantenendo rapporti con i vertici militari e mostrandosi pronto a un confronto onesto e a viso aperto con Aung San Suu Kyi.
In riferimento alla Nobel per la pace, egli auspica modifiche alla "controversa" Costituzione, anche se essa è "una delle carte più difficili al mondo da cambiare". In questi anni non ha risparmiato critiche alle scelte del presidente Thein Sein (e all'esecutivo), senza però mai metterne in dubbio l'autorità, spingendo al contempo sull'acceleratore nel cammino delle riforme. Infine, Shwe Mann nutre dubbi sulle reali possibilità di un "accordo di pace nazionale a breve" con tutte le minoranze etniche, perché prevalgono ancora "interessi personali" sul benessere comune.
Nel 2015 il Myanmar si recherà alle urne per le elezioni parlamentari; il voto rinnoverà per intero le Camere, chiamate poi a eleggere il nuovo capo di Stato che succederà all'attuale presidente Thein Sein, ex generale e Primo Ministro ai tempi della giunta militare birmana. Dopo decenni di dittatura, nel 2011 il Paese ha celebrato le prime elezioni (in parte) libere della storia recente, con un turno suppletivo nel 2012 che ha sancito l'ingresso della leader della Lega nazionale per la democrazia - che ha trascorso 15 degli ultimi 22 anni agli arresti domiciliari per ordine della giunta - in Parlamento.
Intanto anche Aung San Suu Kyi conferma a più riprese di voler correre per la carica più alta del Paese, sebbene una norma contra personam blocchi di fatto ad oggi la candidatura. Di recente è stato nominato un comitato di 109 parlamentari chiamato a lavorare sulle modifiche alla Costituzione (approvata nel 2008 in piena emergenza per il ciclone Nargis), compresa la possibilità di una maggiore autonomia per le minoranze etniche nei rispettivi stati (Kachin, Karen, Shan, Chin, etc). Tuttavia, alcuni osservatori mostrano come il cammino di riforme sia stato sinora molto lento. La stessa leader della Lega nazionale per la democrazia (Nld) auspica maggiore rapidità nei lavori, perché senza riforme costituzionali "le elezioni del 2015 saranno ingiuste e determineranno una "democrazia falsata".

venerdì 25 ottobre 2013

India e Cina vogliono riaprire la Via della Seta

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  25 ottobre 2013  alle  6:00.

e studieranno un modo per creare un corridoio economico che attraversa i due paesi e che copre anche il e il .indiaaesercito
Lo riporta Press Trust of India (Pti), secondo cui i rappresentanti dei quattro paesi coinvolti nel progetto Bcim (Bangladesh, Cina, India e Myanmar) si riuniranno in dicembre per definirne i dettagli.
L’accordo tra le due potenze asiatiche, precisa l’agenzia, è frutto del recente incontro tra il primo ministro cinese Li Keqiang e il suo omologo indiano a .
Manmohan, dopo l’incontro con Li, ha assicurato che Pechino condivide le sue stesse preoccupazioni per la bilancia commerciale “non sostenibile” tra i due paesi. Il corridoio, che attraversa la “Via della Seta meridionale”, vuole anche essere una “via di esplorazione” per colmare questa lacuna.
Secondo i dati ufficiali di Nuova Delhi, riportati da Pti, nel 2012-2013 le esportazioni indiane verso la Cina sono ammontate a 13,53 miliardi di dollari, mentre le importazioni a 52,24 miliardi.
Infine, le parti hanno accennato alla possibilità di un accordo commerciale bilaterale regionale.

lunedì 21 ottobre 2013

Il card. Gracias incontra la Gandhi: Lavoriamo insieme per proteggere tutti gli indiani

da www.asianews.it

INDIA
di Nirmala Carvalho
L’arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale (Cbci) spiega ad AsiaNews: "Un incontro non per chiedere favori speciali, ma per discutere di giustizia sociale per tutti". La Gandhi: “Apprezzo i servizi resi dalla comunità cattolica alla società”.


Mumbai (AsiaNews) - Libertà religiosa per tutte le minoranze; pari diritti per i dalit cristiani e musulmani; la controversa Food Security Bill: sono alcuni dei temi che il card. Oswald Gracias, arcivescovo di Mumbai e presidente della Conferenza episcopale indiana (Cbci), ha discusso di persona con Sonia Gandhi, presidente della United Progressive Alliance (Upa), coalizione al governo in India. Ad AsiaNews il porporato spiega che l'incontro, avvenuto il 16 ottobre scorso, "è stato un'occasione non per chiedere favori speciali, ma solo giustizia, uguaglianza e protezione per tutti i cittadini, come garantisce la Costituzione del nostro Paese".
Durante il confronto il cardinale si è congratulato con il presidente dell'Upa per l'approvazione della Food Security Bill, definendo il decreto - che prevede la distribuzione di cibo a basso costo per 800 milioni di poveri - "un grande passo del governo verso la cura dei bisognosi e degli oppressi". La Gandhi ha assicurato all'arcivescovo che "le preoccupazioni espresse saranno affrontate in modo serio", e ha dichiarato di apprezzare "i servizi resi dalla comunità cattolica in molti campi, soprattutto quello dell'istruzione e della sanità".
Il cardinale specifica ad AsiaNews di voler "incontrare tutti i partiti del Paese", a dimostrazione che "la Chiesa non cerca privilegi, ma desidera solo esercitare i nostri diritti sanciti dalla Costituzione. L'India è la più grande democrazia laica al mondo, che attraverso la Carta garantisce all'intera popolazione tutti i diritti umani fondamentali. Come cristiani siamo parte integrante della società indiana".
Nel Paese la comunità cristiana rappresenta il 2,3% della popolazione. Tuttavia, sottolinea il presidente della Cbci, "la Chiesa si è dedicata senza sosta alla costruzione di questa nazione per centinaia di anni. Essa ha dato un grande contributo per il benessere generale della società, senza mai fare discriminazioni di casta o credo, e non è mai intervenuta in questioni che non le riguardavano. La nostra unica richiesta è di poter lavorare e vivere liberamente, secondo i diritti proclamati dalla Costituzione. E questi includono il diritto a praticare la propria religione".


venerdì 11 ottobre 2013

Cattolici indonesiani: pellegrinaggi e adorazioni nel mese di Maria

da www.asianews.it

INDONESIA
di Mathias Hariyadi
Nel fine settimana a East Jakarta un seminario pubblico sul “potere della preghiera” alla Madonna. Nello Java centrale incontri dedicati alla Maria, quale “percorso efficace” per portare Cristo agli uomini. A Purwokerto il vescovo celebra una messa alla presenza di migliaia di fedeli. Nel maggio scorso un hotel di Jakarta ha ospitato incontri di preghiera dedicato agli uomini d’affari.


Jakarta (AsiaNews) - I cattolici indonesiani riservano una devozione profonda per l'adorazione eucaristica e il culto mariano, in particolare nei due mesi che la Chiesa cattolica dedica alla Madonna: maggio e ottobre. In questi due periodi dell'anno migliaia di fedeli, in tutte le zone dell'arcipelago, partecipano a pellegrinaggi e visite alle grotte mariane più vicine, per riunirsi in preghiera e adorazione. Movimenti e gruppi cattolici promuovono viaggi organizzati nei principali centri mariani, nel Paese e in tutto il mondo, con momenti di preghiera e recita del Rosario.
Fra le varie iniziative in programma nel fine settimana, un seminario aperto a tutti incentrato sul tema "il potere della preghiera a Maria" presso la parrocchia di San Giuseppe di Matraman (East Jakarta). Interpellato da AsiaNews E. Krisnadi, membro del comitato organizzatore, afferma che durante il forum si parlerà della "spiritualità" della Vergine e della preghiera a lei dedicata, "l'Ave Maria".
Un altro appuntamento "ancora più imponente" dedicato a Maria è quello promosso da un gruppo laico della parrocchia di Santa Teresa a Menteng, nello Java centrale. Ospitato da un movimento di preghiera locale, questo seminario tratterà del ruolo della Madonna come "percorso efficace" per portare Cristo agli uomini, come recita la famosa giaculatoria a Gesù per Maria. I seminari avranno cadenza settimanale, al termine dei quali vi sarà un grande pellegrinaggio alla grotta mariana di Sawer Rahmat a Kuningan (Cirebon, nel West Java, 200 km a est di Jakarta).
Nei giorni scorsi si è tenuto un incontro alla parrocchia di Pejomponang, nell'arcidiocesi di Jakarta, anch'esso incentrato sulla forza di Maria e il suo carisma per l'umanità. A Purwokerto, nello Java centrale, gli incontri di adorazione presso la grotta dedicata alla Madonna sono proseguiti per tutto l'anno e si concludono con una messa solenne presieduta dal vescovo mons. Julianus Sunarka, alla presenza di migliaia di fedeli.
Nel mese di maggio la comunità cattolica di Jakarta ha organizzato una novena alla Madonna, in uno spazio del tutto particolare: non una chiesa o una cappella, ma in un grande hotel di Jakarta, in uno dei centri più importanti per gli affari. Un modo per favorire occasioni di preghiera e riflessione ai businessmen che ruotano attorno alla capitale indonesiana, e che ha registrato la partecipazione di migliaia di persone.
In Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo, i cattolici sono una piccola minoranza composta da circa sette milioni di persone, pari al 3% circa della popolazione totale. Nella sola arcidiocesi di Jakarta, i fedeli raggiungono il 3,6% della popolazione. La Costituzione sancisce la libertà religiosa, tuttavia la comunità è vittima di episodi di violenze e abusi, soprattutto nelle aree in cui è più radicata la visione estremista dell'islam, come ad Aceh. Essi sono una parte attiva nella società e contribuiscono allo sviluppo della nazione o all'opera di aiuti durante le emergenze, come avvenuto per in occasione della devastante alluvione del gennaio scorso.


giovedì 10 ottobre 2013

Hanoi, avvocato cattolico incontra i parenti in carcere e annuncia ricorso contro la condanna

da www.asianews.it

VIETNAM
Per la prima volta dall’arresto, nel dicembre 2012, Le Quoc Quan ha potuto parlare “per 30 minuti” con cinque familiari. Egli “non condivide” il verdetto e annuncia il proposito di ricorrere in appello. Dalla cella ha voluto ringraziare cattolici, buddisti e organizzazioni attiviste che lo hanno sostenuto in questi mesi.


Hanoi (AsiaNews/Agenzie) - Per la prima volta dall'arresto - avvenuto nel dicembre 2012 - l'avvocato e dissidente cattolico vietnamita Le Quoc Quan ha potuto incontrare i familiari in prigione. Condannato nei giorni scorsi a 30 mesi di carcere, egli ha riferito al fratello che la sentenza è "priva di qualsiasi fondamento" e annunciato il proposito di "ricorrere in appello". I vertici della Hoa Lo No. 1 Prison di Hanoi hanno concesso un incontro di circa 30 minuti fra il legale e cinque familiari. Con la chiusura del procedimento di primo grado e la conferma della condanna, le autorità vietnamite hanno concesso ai familiari di Quan "visite regolari a cadenza mensile".
Interpellato da Radio Free Asia (Rfa) al termine dell'incontro, il fratello e attivista Le Quoc Quyet riferisce che Quan "non è certo felice del verdetto" e "non lo condivide". Egli spera ancora "nell'assoluzione con formula piena" e per questo nei giorni scorsi ha depositato la richiesta di appello.
All'incontro in carcere erano presenti - oltre al fratello Quyet - la moglie, la madre e due sorelle più giovani, che hanno potuto parlare con l'attivista e dissidente cattolico "per una trentina di minuti". Dalla prigione, attraverso i suoi parenti, Le Quoc Quan ha voluto ringraziare quanti lo hanno sostenuto in questi mesi, dai cattolici ai buddisti e le organizzazioni internazionali governative e non. "La loro presenza al processo - ha concluso il fratello - lo ha commosso moltissimo".
Per gli attivisti e le associazioni pro diritti umani, dietro la condanna al carcere dell'avvocato cattolico vi sarebbe la sua battaglia contro le persecuzioni a sfondo religioso e le pesanti critiche - sul suo blog - contro il monopolio del Partito unico comunista in Vietnam. Durante il dibattimento in aula egli ha rispedito al mittente le accuse bollandole come "vendetta politica"; egli ha quindi aggiunto di voler continuare la propria lotta contro la corruzione nel Paese.
Fra le figure più importanti e significative dell'attivismo cattolico in Vietnam, più volte fermato e rilasciato dopo brevi periodi, il legale è stato arrestato nuovamente da funzionari del governo vietnamita il 27 dicembre 2012, con accuse pretestuose e false di "frode fiscale" Un atto condannato con forza da moltissime associazioni pro-diritti umani di tutto il mondo. La condanna a 30 mesi di prigione e al pagamento di una pesante multa (56mila dollari) è arrivata il 2 ottobre scorso, al termine di un'udienza lampo durata due ore. A difesa del dissidente, che aveva digiunato e pregato a lungo in vista del processo, sono scesi in campo organizzazioni internazionali, gruppi attivisti cattolici e i rappresentanti delle principali religioni in Vietnam.

sabato 28 settembre 2013

Singapore, investimento miliardario per tornare primo porto container al mondo

da www.asianews.it

Superata da Shanghai, la città-Stato vuole tornare al vertice e lancia un progetto da otto miliardi di dollari che porterà un aumento del 5% del Pil. Dagli attuali 35 milioni di container all’anno, si passerà a una capacità di 65 milioni. La prima fase dovrebbe essere pronta entro il 2022. Assieme al porto, al vaglio nuove metro, strade e collegamenti.


Singapore (AsiaNews/Agenzie) - Dopo il soprasso di Shanghai, dal 2010 primo porto container al mondo, Singapore ha deciso di raddoppiare la capacità del suo snodo commerciale marittimo per recuperare terreno e rilanciare la propria economia. È quanto ha confermato il premier della città-Stato Lee Hsien Loong, grazie a un investimento di otto miliardi di dollari che dovrà garantire - secondo le previsioni - una crescita annua del 5%. Nell'anno fiscale 2013 l'esecutivo ha stanziato i primi sette milioni, che serviranno a coprire la spesa per il trasloco dei terminal con l'obiettivo di liberare un'area di mille ettari (a Tuas, nel sud-ovest) per lo sviluppo di mezzi e infrastrutture.
Singapore, una delle tigri asiatiche leader per sviluppo e innovazione, da tempo deve affrontare la competizione sempre più serrata di altre nazioni dell'area e problemi interni, fra cui un tasso sempre crescente di immigrazione difficile da gestire. Negli obiettivi dell'esecutivo, una prima parte del progetto di ampliamento del porto dovrebbe essere completato entro il 2022.
Una volta ultimati i lavori, il porto con acque profonde potrà contenere fino a 65 milioni di container della misura standard all'anno; la struttura attuale ne può invece contenere non più di 35 milioni.
L'industria marittima e navale contribuisce per il 7% del Prodotto interno lordo (Pil) di Singapore, grazie anche alla posizione strategica che è diventata nel tempo un crocevia dei commerci e della navigazione fra Europa e Asia. Situata nella penisola meridionale dello Stretto di Malacca, la città-Stato nel 2012 ha registrato lo smistamento di quasi 32 milioni di container, seconda al mondo dietro Shanghai. Ogni anno si registra una crescita nel volume di traffico del 5,3% e ormai l'area ha quasi raggiunto il livello di saturazione.
Assieme al progetto portuale, Singapore ha dato il via libera ad un altro investimento miliardario, per creare nuove linee della metro in grado di decongestionare il traffico di superficie. Inoltre, l'esecutivo si è fissato l'obiettivo entro il 2030 di creare nuove strade e collegamenti degli autobus, considerando il settore delle infrastrutture strategico per sostenere la crescita economica.
Più piccola di New York e priva di risorse naturali, la città-Stato ha registrato nel 2010 un Prodotto interno lordo (Pil) di 285 miliardi di dollari di Singapore (circa 231 miliardi di dollari Usa), con una crescita del 14,5%, il dato più significativo di tutta l'Asia. Tuttavia la ricchezza non è distribuita in modo eguale e il boom economico ha accentuato le disparità fra cittadini, con una crescita del coefficiente Gini - la misura della diseguaglianza di una distribuzione, ndr - che si attesta a 0,48 (nel 2000 era di 0,444) in un parametro di riferimento tra 0 e 1 (disuguaglianza completa).

sabato 14 settembre 2013

Il populista Modi lancia la scalata a New Delhi

da www.ilsole24ore.com


Sarà il controverso Narendra Modi l'uomo che sfiderà il Partito del congresso nelle elezioni in calendario a maggio dell'anno prossimo in India. Il principale partito di opposizione, il Bharatiya Janata Party (Bjp - Partito popolare indiano) dei nazionalisti hindu, lo ha scelto come suo candidato premier. Primo ministro del Gujarat dal 2001, il 62enne Modi è apprezzato dagli imprenditori per la sua politica economica, ma il suo nome è legato alle gravi violenze fra musulmani e hindu che nel 2002 provocarono oltre mille morti nello Stato da lui governato.
La sua amministrazione fu accusata di non aver saputo impedire le violenze e di averle anche fomentate, tanto che gli Stati Uniti negarono il visto a Modi e la Gran Bretagna ruppe ogni rapporto con il suo Governo. Il ruolo di Modi nell'incitare le violenze non è mai stato provato, ma un ex ministro del suo Governo, Maya Kodnani, è stata condannata per rivolta, omicidio e cospirazione. Dopo i fatti del 2002, Modi è stato rieletto per due volte sull'onda dei successi economici raggiunti.
Modi gode di un vasto seguito, soprattutto nella classe media urbana, e viene considerato più popolare di Rahul Gandhi, candidato del Partito del congresso al potere.

Abusi e minacce di espulsione, famiglie cristiane laotiane nel mirino delle autorità

da www.asianews.it

Undici famiglie di un villaggio nella provincia centrale di Bolikhamsai rischiano la cacciata perché hanno deciso di convertirsi. Il capo villaggio intima di tornare alla religione tradizionale, ma essi rifiutano e continuano a praticare il culto. Una lotta per la libertà religiosa in una nazione spesso teatro di violazioni.


Vientiane (AsiaNews) - Undici famiglie laotiane, una cinquantina di persone in tutto, rischiano lo sfratto e la cacciata dalle loro terre per essersi convertite al cristianesimo. A fine agosto le autorità del villaggio di Nongdaeng (distretto di Borikan, provincia centrale di Bolikhamsai) hanno convocato ciascun capofamiglia comunicando il decreto di espulsione; per scongiurare l'esecutività del provvedimento, essi dovranno abiurare e tornare a professare la religione tradizionale (animismo) del luogo. La vicenda, raccontano fonti di Human Rights Watch for Lao Religious Freedom (Hrwlrf), si trascina dal primo settembre scorso, data di scadenza dell'ultimatum e col passare del tempo si fa sempre più concreto il pericolo di una repressione.
Fonti locali raccontano che il 30 agosto scorso le autorità del villaggio, guidate dal capo, hanno riunito i rappresentanti delle famiglie cristiane per affrontare temi inerenti la religione. Durante l'incontro, essi hanno intimato loro di abbandonare il cristianesimo e tornare all'animismo. Fra le accuse (pretestuose) mosse a loro carico, quella di aver abbracciato una "religione straniera" legata a "potenze occidentali" che sono considerate distruttive per l'unità nazionale del Laos.
In aggiunta, il capo e i vertici del consiglio del villaggio hanno riferito che non sarà tollerata "la presenza di cristiani o la pratica del culto" nella zona di Nongdaeng. Alle famiglie sono stati concessi tre giorni per ottemperare al dispositivo; tuttavia, essi si sono rifiutati e hanno continuato a praticare il culto, rivendicando un diritto sancito dalla Costituzione laotiana. In un primo momento tre famiglie, fra aprile e maggio, hanno iniziato a praticare la fede cristiana coinvolgendo, nei mesi successivi decine di persone attratte dal culto e dagli insegnamenti ispirati alla vita di Gesù.
Dall'ascesa al potere dei comunisti nel 1975, con la conseguente espulsione dei missionari stranieri, la minoranza cristiana in Laos è soggetta a controlli serrati e vi sono limiti evidenti alla pratica del culto. La maggioranza della popolazione (il 67%) è buddista; su un totale di sei milioni di abitanti, i cristiani sono il 2% circa, di cui lo 0,7% cattolici. I casi più frequenti di persecuzioni a sfondo religioso avvengono ai danni della comunità cristiana protestante: nel recente passato AsiaNews ha documentato i casi di contadini privati del cibo per la loro fede o di pastori arrestati dalle autorità. Le maglie si sono strette ancor più dall'aprile 2011, in occasione di una violenta repressione della protesta promossa da alcuni gruppi appartenenti alla minoranza etnica Hmong.


venerdì 13 settembre 2013

Naypyidaw ottimista sul cessate il fuoco coi ribelli, ma fra i Kachin la pace è “illusione”

da www.asianews.it

MYANMAR
di Francis Khoo Thwe
Entro il mese di ottobre il governo birmano conta di siglare un accordo congiunto su scala nazionale. Cruciali i colloqui della settimana prossima con i leader Kachin. Intanto continuano le schermaglie fra militari e milizie. Violenze e abusi della polizia sulla popolazione civile.


Yangon (AsiaNews) - Il governo birmano è "ottimista" circa la possibilità di raggiungere un cessate il fuoco congiunto su scala nazionale, che interesserà "tutti" i gruppi armati ribelli presenti nel Paese, entro la fine del mese prossimo. È quanto afferma un consulente dell'esecutivo a Naypyidaw, secondo cui "incrociando le dita" saranno "cruciali" i colloqui della settimana prossima con i ribelli Kachin per arrivare a una "svolta". Tuttavia, a dispetto degli annunci ufficiali restano ancora situazioni di criticità, come raccontano fonti di AsiaNews nello Stato a nord del Myanmar, che confermano scontri fra esercito birmano e membri delle milizie ribelli Kachin. Negli ultimi giorni si è registrata un'escalation nella tensione e non si esclude un ritorno al conflitto su larga scala.
Lo United Nationalities Federal Council (Unfc), federazione che riunisce 11 gruppi armati ribelli del Myanmar, ha sottolineato che il processo di pace non può continuare senza un accordo fra Kachin e governo. Nel maggio scorso il Kachin Independence Organization (Kio) e il governo centrale - che vuole raggiungere una tregua con tutti e 16 i gruppi minoritari - hanno firmano un accordo preliminare fra le rispettive forze armate volto ad arginare le violenze, ma non ha avuto seguito.
Hla Maung Shwe, consulente governativo del Myanmar Peace Center, ha riferito che il cessate il fuoco nazionale - atteso a lungo - potrebbe chiudersi a breve. "Se tutto va bene da entrambi i fronti [governo e membri Kio, il solo gruppo etnico che non ha chiuso un accordo di pace], i colloqui a livello nazionale si terranno a Myitkyina [capitale dello Stato Kachin] la prima settimana di ottobre".
Intanto, però si registrano scontri fra i due fronti, con morti e feriti. Fonti di AsiaNews nello Stato Kachin riferiscono di un'aspra battaglia fra un battaglione di 50 uomini del Kachin Independence Army (Kia) e un gruppo di soldati dell'esercito birmano, avvenuta il 10 settembre scorso nel sud dello Stato. Lo scontro è durato per oltre sei ore e ha causato la morte di un ufficiale birmano; secondo i Kachin all'origine della battaglia vi è lo sconfinamento (con colpi di artiglieria) delle truppe birmane in una zona presidiata dai ribelli. "Siamo al terzo giorno di battaglia - afferma un abitante della zona - le cose non vanno bene e la pace resta una mera illusione". Un cessate il fuoco a livello nazionale, aggiunge, resterà solo "carta straccia" se l'esercito birmano non smette di combattere.
In un secondo episodio, cinque agenti della polizia birmana della divisione di Myitkyina hanno fermato - senza motivo - un ragazzo di 16 anni di etnia Kachin, torturandolo a lungo per estorcere una confessione relativa a un crimine mai commesso. Il giovane ha subito percosse, calci e pugni riportando gravi ferite. Egli è stato liberato solo dopo alcuni giorni di prigionia e ora versa in condizioni gravi, anche se non è in pericolo di vita. Non è la prima volta che ufficiali e agenti della sicurezza birmana compiono violazioni e abusi palesi ai danni della popolazione civile Kachin.
Divampato nel 2011, il nuovo conflitto fra l'esercito governativo e le milizie ribelli del Kachin Independence Army (Kia) - braccio armato della Kachin Independence Organization (Kio) - ha causato sinora decine di vittime civili e almeno 100mila sfollati, in larga maggioranza civili Kachin. I leader del movimento indipendentista e i rappresentanti del governo centrale di Naypyidaw - con la nuova amministrazione, semi-civile, guidata dal presidente Thein Sein - hanno dato vita a numerosi incontri di pace, senza mai giungere a risultati tangibili e duraturi. Scontri si registrano pure nella divisione meridionale Kio e un settore dello Stato settentrionale Shan, poco distante dallo Shwe Gas Pipeline, un oleodotto dall'importanza strategica nel comparto dell'energia.

mercoledì 11 settembre 2013

Filippine: confronto esercito-Mnlf a Zamboanga, si cerca una via d’uscita

da www.atlasweb.it

    di  .  Scritto  il  11 settembre 2013  alle  7:00.

Si starebbe provando anche a negoziare con i 180 uomini armati del Fronte di liberazione nazionale Moro () che si trovano circondati ma con ostaggi in alcuni villaggi attorno a Zamboanga City, nel sud delle . La situazione resta tesa e incerto è il numero delle persone in ostaggio che sarebbero comunque diverse decine.filippinemnlf
Ramon Zagala, portavoce dell’esercito, ha detto che si stanno prendendo misure per evitare l’opzione militare. Molti residenti dell’area, ha detto lo stesso, sono parenti di combattenti Mnlf eil rischio di un’escalation è concreto.
Anche il portavoce dell’Mnlf, Emmanuel Fontanilla, ha detto che un’offensiva militare avrebbe gravi conseguenze e peggiorerebbe la situazione. Lo stesso ha chiesto l’intervento dell’Organizzazione per la cooperazione islamica e dell’Onu.

mercoledì 4 settembre 2013

Studioso musulmano indiano: Un dovere accogliere l’appello del papa per la Siria

da www.asianews.it

Syed Razi Ahmad Kamal dirige il Dipartimento di studi islamici all’importante università Jamia Millia Islamia. Per il professore la crisi siriana “è molto preoccupante” ed “entrambe le parti sono responsabili per l’uccisione di civili innocenti”. La conferenza di pace “deve essere organizzata” e tutti gli attori della situazione “devono prendervi parte”.


New Delhi (AsiaNews) - "L'appello del papa per la pace in Siria è qualcosa di puro, che tutti devono raccogliere. Ovunque la pace è un dovere. Dio ha creato questo mondo per dare una casa agli esseri umani, non perché potessero distruggerla". È quanto afferma ad AsiaNews Syed Razi Ahmad Kamal, a capo del Dipartimento di studi islamici alla Jamia Millia Islamia, storica università islamica dell'India.
Diverse personalità e comunità - cristiane e non - stanno esprimendo il loro sostegno alla giornata di preghiera e digiuno indetta da papa Francesco per il prossimo 7 settembre, perché "scoppi la pace in Siria, nel Medio Oriente e nel mondo".
Per il professore "la situazione in Siria è molto seria e preoccupante. Entrambe le parti sono responsabili per l'uccisione di civili innocenti, un massacro che sta insanguinando quella terra. Nessuno ha il diritto di uccidere un altro essere umano. Ogni persona ha il diritto e il desiderio di essere rispettato dal prossimo". Oltretutto, ricorda, "secondo la Bibbia e il Corano è dovere di tutti cercare di creare un ambiente di pace, affinché ognuno su questa terra possa godere della vita".
Per queste ragioni il prof. Kamal si augura che ci sia "assolutamente e al più presto la conferenza di pace. Deve essere organizzata e tutte le parti coinvolte devono partecipare. È importante individuare chi sono i responsabili e fermarli, ma bisogna fare ogni sforzo possibile per portare la pace nella regione". (GM)

martedì 3 settembre 2013

East Java, funzionari pubblici costretti a pregare Allah

da www.asianews.it

INDONESIA – ISLAM
di Mathias Hariyadi
La disposizione è entrata in vigore il 26 agosto nel distretto di Situbondo. Per il capo Dadang Wigiarto rafforza la collaborazione e migliora il lavoro "grazie all’intervento divino”. Creato un registro firme per verificarne l’applicazione. Critiche dalla politica e dalla società civile: la preghiera è un elemento personale e le sanzioni vanno rimosse.


Jakarta (AsiaNews) - Ha sollevato un coro di critiche e proteste la recente norma distrettuale del capo di Situbondo, nella provincia di East Java, che obbliga tutti i funzionari pubblici (Pns) - uomini e donne - a recitare la preghiera islamica in comune prima di iniziare la giornata di lavoro. Per Dadang Wigiarto è importante che i dipendenti si riuniscano in moschea per recitare la "Sholat berjamaah" - "preghiera comune" in lingua locale, ndr - dalla quale è esentato "il personale in ferie e le donne nel periodo mestruale". In risposta, un gruppo di funzionari del distretto ha presentato una protesta formale contro la legge, ricordando che la preghiera è un "elemento personale" e nessuno si può arrogare il "potere" di imporla.
In prima fila nella lotta contro la preghiera obbligatoria per i funzionari pubblici - in base al decreto del 26 agosto 2013 emanato dal capo distretto Dadang Wigiarto - c'è il parlamentare regionale Syaiful Bahri. Egli afferma che la "Sholat" non ha alcun legame con la pubblica amministrazione e nessun organismo statale "può legiferare" in materia. La recita della preghiera, prosegue il parlamentare regionale, "non dà alcuna garanzia" sul fatto che i funzionari pubblici svolgano meglio il loro lavoro. E rappresenta una vera e propria "ingerenza", oltre che un abuso di potere, dei vertici delle amministrazioni nella vita dei cittadini e dei lavoratori.
In tutto il Paese la pratica della "Sholat berjamaah" non è regolata da leggi o norme; nel distretto di Situbondo, i funzionari sono soliti riunirsi per pregare alla moschea di Al-Abror, che sorge all'interno del distretto amministrativo in pieno centro. Il capo distretto è convinto che la preghiera comune possa migliorare la qualità del lavoro, grazie "a una sorta di intervento divino di Allah". All'esterno del luogo di culto è stato posizionato un registro, dove i funzionari sono tenuti ad apporre la loro firma dopo aver recitato le preghiere. E per verificare quanti, di contro, non ottemperano alla disposizione.
Attivisti per i diritti umani e movimenti laici manifestano pesanti critiche contro la legge. Fra le molte voci contrarie quella di Subhi, un ricercatore del Wahid Institute, secondo cui essa è "una grave violazione dei diritti umani e nella libera pratica del culto". La preghiera, aggiunge, è un fatto "strettamente personale" che "non può essere regolata da alcuna norma" e "le punizioni andrebbero rimosse".
L'Indonesia è la nazione musulmana più popolosa al mondo e, pur garantendo fra i principi costituzionali le libertà personali di base (fra cui il culto), diventa sempre più teatro di violenze e abusi contro le minoranze, siano essi cristiani, musulmani ahmadi o di altre fedi. Nella provincia di Aceh - unica nell'Arcipelago - vige la legge islamica e in molte altre aree si fa sempre più radicale ed estrema l'influenza della religione musulmana nella vita dei cittadini.
In prima fila nella campagna di "islamizzazione" vi sono gruppi estremisti come ii membri del Fronte di difesa islamico e il Consiglio indonesiano degli Ulema, che dettano legge in diverse zone imponendo norme e regolamenti ispirati alla sharia, come il divieto di bevande alcoliche e altri regolamenti in tema di morale sessuale.

sabato 31 agosto 2013

Delhi, riforma degli espropri sotto tiro

da www.ilsole24ore.com


Era una legge ereditata dall'impero britannico, il Land Acquisition Act in vigore in India dal 1894, e i tentativi del Governo di Manmohan Singh per riformarla risalgono al 2011. Ma ora che il Parlamento di Delhi ha approvato la nuova legge sull'acquisizione delle terre agricole da parte dell'industria, difficilmente il primo ministro indiano potrà servirsene per rinvigorire la propria fama di riformatore in un momento in cui l'economia invoca misure per rilanciare la crescita.
La novità sembra piuttosto guardare alle elezioni in programma per il prossimo anno: la legge, infatti, prevede un risarcimento per i terreni espropriati per uso industriale o commerciale fino a quattro volte il prezzo prevalente di mercato, per le aree rurali, e due volte per le aree urbane. Nel caso di acquisizioni da parte di compagnie private, sarà necessario il consenso dell'80% dei residenti coinvolti, per le partnership pubblico-privato il consenso sarà del 70%.
Jairam Ramesh, il ministro per lo Sviluppo rurale del Governo guidato dal Congress Party, sottolinea che la legge riflette la determinazione a eliminare «diffuse e storiche ingiustizie», cercando nel tempo stesso di bilanciare gli interessi di tutte le parti in causa. Nel passato si sono verificati episodi di progetti infrastrutturali bloccati dalla resistenza dei contadini, oppure di contadini rovinati dalle condizioni sfavorevoli imposte, in alcuni casi cacciati dalle proprie terre senza compensazioni.
Ma a nome delle imprese, la Confederation of Indian Industry ha replicato al Governo che «nel momento in cui grandi progetti sono bloccati e la competitività globale dell'India è in pericolo, un processo di acquisizione delle terre meno gravoso avrebbe aiutato la crescita per il lungo termine e ricostituito la fiducia degli investitori». Tanto più che la legge - che attende il via libera del Raj Sabha, la Camera alta del Parlamento indiano - potrebbe avere un parziale effetto retroattivo su transazioni già concluse. Criticata dalla Cii anche la clausola per cui la terra non utilizzata per cinque anni dovrà essere restituita.

venerdì 30 agosto 2013

Sul Mar Cinese meridionale si spacca il fronte dell'Asean

da www.asianews.it

MALAYSIA – ASEAN – CINA

Il ministro della difesa malaysiano "non è preoccupato" per i pattugliamenti delle navi cinesi. Dietro la convergenza fra Malaysia e Cina possibili accordi economico-commerciali, fra cui lo sfruttamento di petrolio e gas naturali nell’area. Analisti spiegano che Pechino intende dividere l’Asean. E si apre un nuovo fronte di scontro con Manila.


Kuala Lumpur (AsiaNews/Agenzie) - Kuala Lumpur si smarca dagli altri Paesi Asean - soprattutto Vietnam e Filippine - e nega timori o preoccupazioni per la presenza di imbarcazioni battenti bandiera di Pechino nel mar Cinese meridionale. Si apre così un'altra frattura dentro l'Associazione che riunisce 10 nazioni del Sud-est Asiatico, dopo il flop del summit 2012 in Cambogia dovuto alle pressioni della Cina sul governo di Phnom Penh. Esperti di politica internazionale confermano le "divisioni" nell'area Asia-Pacifico, a causa dei diversi "interessi" di ciascun attore.  Hanoi e Manila, seppur in modo diverso, considerano le dispute con la Cina un "grave problema di sicurezza nazionale", mentre la Malaysia e il Brunei preferiscono "smorzare le tensioni". Mentre il progetto di creare un mercato unico interno entro il 2015 si fa sempre più improbabile.
Intervenendo a margine del vertice allargato dei ministri della Difesa Asean (con Stati Uniti, Giappone Cina e Corea del Sud), il rappresentante malaysiano Hishammuddin Hussein non è affatto preoccupato per i pattugliamenti di navi cinesi nelle aree al centro della controversia. Nel marzo scorso imbarcazioni di Pechino hanno visitato le James Shoal, al largo della Malaysia, dove giganti petroliferi di Kuala Lumpur e olandesi conducono operazioni di estrazione di gas e petrolio.
Tuttavia ciò non sarebbe elemento di disturbo per il governo malaysiano, che ribatte - in modo implicito - agli altri Paesi Asean coinvolti nella controversia: "Solo perché avete nemici, non vuol dire che i vostri nemici siano i miei nemici". Il ministro ha aggiunto che "possono pure venire tutti i giorni a pattugliare, se le loro intenzioni non sono quelle di muovere guerra".
Per il ministro cinese degli Esteri Wang Yi la situazione nelle acque contese è "stabile"; dopo aver incontrato la controparte thai a Pechino, il politico aggiunge che "non vi sono problemi concreti di libertà di navigazione nel mar Cinese meridionale, né essa rappresenterà un problema in futuro".
Dietro questa convergenza di vedute fra Pechino e Kuala Lumpur vi sarebbero progetti di stretta collaborazione fra i governi dei due Paesi, incentrati in particolare sullo sfruttamento di petrolio e gas naturali nell'area. E alle cancellerie Asean che non vedono di buon occhio una cooperazione con la Cina, il ministro malaysiano replica: "se contestano tanto per il gusto di contestare, è un controsenso". Secondo gli esperti di China National Offshore Oil Corp il mar Cinese meridionale racchiude risorse almeno cinque volte superiori a quelle finora scoperte.
Di recente la Cina ha dato il via libera a colloqui che dovrebbero portare alla creazione di un Codice di condotta, in programma dal prossimo mese di settembre, anche se è difficile ipotizzare soluzioni a breve termine. Il fronte Asean è propenso a intavolare trattative su più fronti, mentre Pechino ha da sempre privilegiato l'opzione del faccia a faccia, dove può far prevalere la propria potenza economico-politico-militare rispetto al singolo Paese. E se da un lato Pechino si fa sempre più aggressiva, dall'altro appare evidente che l'Asean non riesce a parlare con un'unica voce. Lao Monghay, analista indipendente, spiega che "la strategia della Cina è dividere l'Asean" come è riuscita a fare già "lo scorso anno durante il summit in Cambogia". E "non ha fretta di chiudere" sui negoziati che dovrebbero portare al fatidico Codice. Mentre si fa sempre più netta la frattura con Manila, dopo le polemiche sulla partecipazione del presidente filippino Benino Aquino alla Fiera commerciale Cina-Asean in programma il mese prossimo. I due governi si rimpallano le responsabilità; quello che è certo è che le Filippine sono "l'ospite d'onore" della rassegna, ma non è gradita al presenza del loro capo di Stato.
Fra le nazioni della regione Asia-Pacifico, la Cina è quella che avanza le maggiori rivendicazioni in materia di confini marittimi nel mar Cinese meridionale. Le isole Spratly e Paracel, quasi disabitate, sono assai ricche di risorse e materie prime. L'egemonia nell'area riveste un carattere strategico per il commercio e lo sfruttamento di petrolio e gas naturale nel fondo marino. A contendere le mire espansionistiche di Pechino vi sono il Vietnam, le Filippine, la Malaysia, il sultanato del Brunei e Taiwan, con gli Stati Uniti che muovono da dietro le quinte per contrastare l'imperialismo di Pechino in un'area strategica, di passaggio per i due terzi dei commerci marittimi mondiali.

In orbita il primo satellite militare dell’India

da www.asianews.it

INDIA – FRANCIA

Si chiama Gsat-7 e migliorerà la sicurezza marittima del Paese. Il lancio è frutto di una collaborazione con la compagnia francese Arianespace. Il satellite è costato 20,9 milioni di dollari.


Bangalore (AsiaNews/Agenzie) - Questa mattina l'India ha lanciato con successo il suo primo satellite dedicato al solo uso militare. L'Indian Space Research Organisation (Isro) ha mandato in orbita il suo Gsat-7 con il razzo vettore Ariane 5 (della compagnia francese Arianespace), partito dal porto spaziale di Kourou (Guiana Francese).
Costato 1,85 miliardi di rupie (20,9 milioni di euro), il satellite coprirà il continente e l'Oceano indiano, con l'obiettivo di rafforzare il controllo e la sicurezza marittima del Paese.
Entro il 4 settembre il Gsat-7 raggiungerà la propria stazione orbitale, situata a circa 36mila km sopra l'equatore.

giovedì 29 agosto 2013

Jakarta, valuta debole e aumento dei prezzi mettono a rischio la crescita economica

da www.asianews.it

INDONESIA
di Mathias Hariyadi
Nei giorni scorsi la rupia indonesiana ha toccato i minimi degli ultimi tre anni, con un cambio di 1 a 11.300 sul dollaro. Investitori in fuga e imprese che traslocano nel vicino Vietnam. Burocrazia e incertezza del diritto aggravano il problema. Gli esperti parlano di situazione “fragile e incerta”. Il governo cerca interventi urgenti, fra cui l’aumento della tassazione su beni di lusso.


Jakarta (AsiaNews) - La svalutazione della rupia indonesiana sul dollaro, che in questi giorni ha raggiunto livelli elevati, rischia di mettere in serio pericolo le prospettive di crescita di una delle economie più promettenti fra le nazioni della regione Asia-Pacifico. L'inflazione ha colpito dapprima le industrie e le aziende produttrici, per l'aumento dei costi delle materie prime. Ora investe anche le famiglie, con l'aumento dei prezzi di generi di prima necessità fra cui la soia, ingrediente base di molte ricette servite ogni giorno sulle tavole. L'allerta è confermato da esperti ed economisti, che parlano di situazione "fragile e incerta"; il governo cerca di correre ai ripari e non esclude l'aumento delle tasse per le fasce alte, prendendo di mira in particolare i beni di lusso.
Nei giorni scorsi la moneta indonesiana ha toccato il minimo degli ultimi tre anni, con un cambio rispetto al dollaro di 1 a 11.300; la media nel recente passato si attesta attorno alle 9.500/9.800 rupie per dollaro. Un dato che richiama alla mente la crisi finanziaria di fine anni '90, in cui si è registrato il minimo di 1 a 12.000 quando, fino a qualche mese prima, il tasso di scambio era di 2.200/2.500.
Fra le principali conseguenze della crisi finanziaria degli anni '90, la caduta del trentennale regime del presidente Suharto (1967-1998); al successore, BJ Habibie, non è andata meglio con una crisi monetaria che ha portato la rupia al suo punto più basso (1 a 18.000 sul dollaro) e la cacciata nel 1999 del capo di Stato. Elementi che, con i dovuti paralleli, destano più di un timore fra i membri del governo del presidente Susilo Bambang Yudhoyono.
In un primo momento, la crisi attuale sembrava non interessare la popolazione. Le prime ripercussioni dovute al cambio sfavorevole si sono registrate nel settore degli affari e dell'impresa, per il picco dei prezzi nell'importazione dei materiali. Un fattore che si è poi esteso all'elettronica e al comparto motoristico. Oggi, però, a crescere sono anche i prezzi di generi alimentari e beni di prima necessità, così come emergono segnali di crisi dal settore dell'industria nautica e dei porti commerciali.
Economisti ed esperti di questioni finanziarie a Jakarta sottolineano che il debito estero dell'Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo e fra le più dinamiche del Sud-est asiatico, aumenterà "fino al 30%" a causa della crisi, sommandosi alla svalutazione della moneta corrente.
Una conferma arriva anche dal vice-presidente (ed ex governatore della Banca centrale) Boediono, secondo cui il dato sull'economia è da "allarme rosso". "La situazione è fragile e incerta" aggiunge, il passivo nelle esportazioni e la fuga dei capitali in dollari non sono segnali che portano a indurre all'ottimismo. Tuttavia, egli respinge con sdegno l'ipotesi che il Paese possa ripiombare ai livelli del triennio nero 1997-1999, che ha portato poi all'intervento del Fondo monetario internazionale (Fmi) per il salvataggio del sistema Paese.
Del resto negli ultimi anni sempre più industriali, imprenditori e investitori esteri hanno deciso di trasferire imprese e fabbriche dall'Indonesia ad altre nazioni, in particolare il Vietnam. Dietro la fuga vi sarebbero fra gli altri anche l'incertezza del diritto e l'eccessiva burocratizzazione, che unita alla stratificazione di istituzioni e competenze rende difficile fare impresa nell'arcipelago. Nel mirino dei critici la legge d Riforma votata dal Parlamento nel 1998 - post dittatura Suharto, uomo forte che aveva concentrato in sé e attorno a sé i poteri - che affida ai capi regionali (una sorta di governatore della zona di competenza) potere di indirizzo e concessione degli affari.
Per correre ai ripari e rimediare allo stato di crisi, l'Agenzia delle entrate, la Banca centrale e il ministero delle Finanze propongono una revisione del sistema di tassazione, che andrà a colpire beni e oggetti di lusso finora esenti da balzelli onerosi come jet privati, imbarcazioni e automobili di lusso. L'aumento potrà variare da un 75 al 125/150%.

martedì 27 agosto 2013

India, il Parlamento approva il contestato Food Security Bill

da www.asianews.it

INDIA

Il decreto prevede la distribuzione di riso, cereali e farina a prezzi calmierati a 800 milioni di poveri. Dopo una giornata di consultazioni, la Lokh Sabha (Camera bassa) si è espressa a favore. Adesso si attende la ratifica della Rajha Sabha (Camera alta). Critiche da parte dell’opposizione.


New Delhi (AsiaNews) - Dopo molti ritardi e critiche, il Parlamento indiano ha approvato il Food Security Bill, decreto che prevede la distribuzione di cibo a basso costo a 800 milioni di poveri. Al termine di un'intera giornata di consultazioni, ieri sera la Lok Sabha (Camera bassa o "Casa del popolo") ha ratificato il decreto proposto dal Congress (partito al governo). Nelle prossime settimane toccherà alla Rajya Sabha (Camera alta o "Consiglio degli Stati") emanare in via definitiva il provvedimento, trasformandolo in legge.
Il decreto impone una fornitura mensile a persona di 5 kg di riso, grano e cereali a prezzi calmierati di - rispettivamente - 3, 2 e 1 rupie al chilo. I sostenitori del Food Security Bill sostengono che sia un grande passo verso l'eliminazione della fame e della malnutrizione, piaghe che toccano due terzi della popolazione indiana (800 milioni di persone su 1,2 miliardi). Per i critici invece è troppo pericoloso per le finanze nazionali. Il provvedimento costerà 1,3 milioni di miliardi di rupie l'anno (23,9 miliardi di dollari).
Il governo aveva già lanciato il programma di distribuzione alimentare la scorsa settimana, attraverso un decreto esecutivo, ma era necessaria la ratifica parlamentare per renderlo permanente.
In modo significativo, ieri Sonia Gandhi - presidente del Congress - ha parlato alla Lok Sabha per sostenere il Food Security Bill, di cui è stata tra i promotori. Erano otto anni che non teneva un discorso in Parlamento. "Alcune persone - ha detto - ci chiedono se abbiamo le risorse per attuare un simile programma. Vorrei dire loro che noi dobbiamo trovare le risorse. Il punto non è se possiamo farlo. Noi dobbiamo farlo".