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martedì 20 novembre 2012

«Il 60% del mercato globale sarà asiatico». Asean crocevia decisivo per i grandi del mondo

da www.ilsole24ore.com

«Ai megatrend non si resiste. Il 60% del mercato globale sarà asiatico». L'ha detto uno degli "indovini", così sono stati definiti dal ministro del commercio cambogiano Cham Prasidh, chiamati a predire il futuro dell'economia al Business & Investment Summit che si è svolto a Phnom Penh in parallelo al Summit dell'Asean, l'Associazione delle nazioni del sud est asiatico.

Quell'indovino è italiano: Giovanni Capannelli, consigliere dell'Adb Institute, il centro studi della Asian Development Bank. La sua previsione è "inesorabile", come i cambiamenti che si prospettano. «Anche in caso di scenario negativo, l'Asia passerebbe da una crescita del cinque, sei percento, al tre».

In termini economici i paesi dell'Asean sembrano davvero "rich", secondo un acronimo della Adb: "resilient", inclusive, competitive, harmonious. Sull'armonia si può discutere, ma la resilienza - la capacità di adattarsi, resistere alle difficoltà e uscirne rafforzato – è indiscutibile. Secondo il professor Hidetoshi Nishimura, dell'Economic Research Institute for Asean and East Asia, le nazioni dell'Asean si sono dimostrate "resilienti" alla crisi, con una crescita degli investimenti esteri del 75 per cento.

Anche il segretario generale dell'Asean Surin Pitsuwan, ha ribadito il ruolo egemone dell'economia ne "l'architettura della regione": circa tre quarti degli accordi riguardano le facilitazioni commerciali e di libero scambio. Sistema che è stato canonizzato con la "Regional comprehensive economic partnership negotiation" (Recp), il negoziato di un mega-accordo, il più grande mai concepito, tra le nazioni dell'Asean e Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda: una regione di tre miliardi di persone e 16.7 trilioni di dollari di Pil.

Mentre si avviano i negoziati del Recp, procedono quelli del Tpp, la Trans Pacific Partnership tra Asean, Stati Uniti, Australia e alcuni Paesi dell'America Latina. La Cina, invece, sta operando con investimenti a pioggia nei Paesi dell'area, assicurati dal premier cinese Wen Jiabao in occasione del Summit. Non a caso sul muro che delimita il faraonico Palazzo della Pace di Phnom Penh, spiccavano gli striscioni che salutavano Wen.

«L'Asean è diventata una torre di controllo: devi regolare i voli da America, India, Cina, Russia» dice il professor Thitinan Pongsudhirak, direttore dell'Istituto di Studi internazionali di Bangkok. Forse è per un traffico sin troppo congestionato che è stato spostata di un anno (da gennaio a dicembre 2015), la trasformazione dell'Asean da "Associazione" a "Comunità". Metamorfosi su cui molti cominciano a interrogarsi visti i problemi del modello europeo.

Se l'integrazione economica è "resiliente", quella politica non è altrettanto armonica. Uno dei problemi più scottanti del Summit, la definizione di un codice di condotta per le dispute sul Mar della Cina è rimasto irrisolto. Altri contrasti derivano dalla politica statunitense di "perno" sull'Asia, che obbliga a una scelta di campo. Lo ha dimostrato la partecipazione di Obama al Summit: i colloqui col premier cambogiano Hun Sen si sono svolti all'insegna della "tensione" creata dalle pressioni americane sui diritti umani. Ma, come hanno fatto notare alcuni osservatori, Obama non è stato così categorico col presidente birmano Thein Sein. La spiegazione sarebbe da ricercare nella scelta dei due Paesi: la Cambogia sembra rientrare nell'orbita cinese mentre il Myanmar vorrebbe staccarsene.

I diritti umani, comunque, sono stati l'unico vero accordo politico tra i Paesi dell'Asean. A leggere la dichiarazione, ci si rende conto che il rispetto dei diritti umani è sottoposto a troppi se: il contesto regionale e nazionale, il background sociale, culturale, storico e religioso. Per le organizzazioni in difesa dei diritti umani, è una foglia di fico che ne legittima le violazioni. Ma è anche l'ennesima prova che l'Asia vuole prendere le distanze dai cosiddetti "valori universali" stabiliti in Occidente per ribadire, anche in questo campo, un cambiamento inesorabile.