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lunedì 27 agosto 2012

Elezioni a Jakarta. Campagna contro un candidato cinese e cristiano

da www.asianews.it

di Mathias Hariyadi
Il 20 settembre i cittadini della capitale alle urne per eleggere il loro leader. Il fronte islamico ha lanciato pesanti attacchi personali di sapore razzista e anti-cristiani. Leader religiosi e imam invitano a votare solo personalità musulmane. Timori di nuove violenze nel “fragile” tessuto sociale indonesiano.


Jakarta (AsiaNews) - Sale la tensione a Jakarta (isola di Java) in vista del ballottaggio del 20 settembre prossimo, in cui verrà assegnata la poltrona di governatore della capitale indonesiana. La campagna elettorale si fa sempre più serrata e non vengono risparmiati attacchi personali nei confronti dei candidati. Il timore è che lo scontro da politico si possa trasformare in etnico e sociale: nella regione iniziano infatti a circolare video, messaggi e cartelloni denigratori nei confronti della coppia che sfiderà l'attuale governatore uscente, rivolti in particolare al candidato alla carica di vice perché di etnia "cinese" e di religione "non musulmana". Nella diatriba sono intervenuti anche leader religiosi e imam, che invitano i cittadini a snobbare personalità che non siano vicine all'islam.
A sfidare il governatore uscente di Jakarta Fauzi "Foke" Bowo il duo Joko Widodo (famoso col soprannome di Jokowi) e il suo vice Basuki Tjahaja Purnama (meglio conosciuto come Ahok). Al primo turno, svolto l'11 luglio scorso, la coppia sfidante ha vinto a sorpresa col 42,6% dei voti, mentre Bowo si è fermato al 34,05%. La partita al ballottaggio si presenta aperta e non è affatto scontata la conferma dell'attuale leader.
A incendiare gli animi della campagna, gli attacchi personali contro Basuki Tjahaja Purnama perché discendente di etnia cinese - è nato a Solo, nello Java centrale - e di religione cristiana. Il tentativo di screditare il candidato alla carica di vice potrebbe però infiammare lo scontro interconfessionale e acuire la tensione fra gruppi religiosi, in una competizione elettorale che assume un significato politico anche a livello nazionale.
Già in passato, infatti, la maggioranza musulmana si è scagliata contro la minoranza etnica cinese - di fede cristiana o buddista - come nel maggio del 1998, all'epoca della dittatura di Suharto, quando migliaia di persone sono state attaccate e colpite con violenza inaudita e brutale. Assalti che si sono ripetuti nel tempo e che testimoniano la "fragilità" del tessuto sociale indonesiano, il Paese musulmano più popoloso al mondo.
Da più parti sono emersi appelli alla popolazione, in cui si chiede di votare per un candidato di etnia Betawi (i nativi di Jakarta, ndr) e che siano di religione musulmana come il governatore uscente Fauzi "Foke" Bowo, una figura moderata all'interno del panorama politico locale. Tra i tanti attacchi personali contro Basuki Tjahaja Purnama, vi sono l'appello di un musicista e leader religioso estremista che, durante il sermone in moschea, ha intimato ai musulmani di non votare il duo Jokowi/Ahok. A questo si aggiungono una serie di filmati su internet riferiti ai drammatici incidenti del 1998, con un messaggio che ricorda che "questo sarà lo scenario" se verrà eletto un discendente di etnia cinese. Infine, l'accusa rivolta a Jokowi di essere un'attivista anti-islamico legato all'universo sionista.

lunedì 20 agosto 2012

Birmania, abolita dopo mezzo secolo la censura preventiva sui media

da www.repubblica.it

Da oggi gli articoli non dovranno più passare il vaglio del regime prima di essere pubblicati. Un nuovo segnale di apertura sui diritti da parte del governo di Rangoon

RANGOON - Da oggi i giornalisti birmani non dovranno più far passare i loro articoli al vaglio del famigerato Press Scrutiny and Registration Department prima della pubblicazione. Il governo, attraverso una nota ufficiale sul ministero dell'informazione, ha annunciato infatti l'abolizione della censura preventiva su "tutti i mass media", a partire da oggi: il provvedimento mette fine a oltre mezzo secolo di restrizioni severissime in vigore da quando, nel 1962, salì al potere la giunta golpista guidata dal generale U Ne Win.

Un notevole passo avanti per la libertà di stampa, che dovrà però superare la prova dei fatti. Restano infatti in vigore leggi restrittive sui libri e sanzioni pesanti per chi con le sue opere e i suoi scritti dovesse "attentare" alla sicurezza del paese.

Inoltre la responsabilità giuridica personale del reporter resterebbe pesante, ed eventualmente punita anche pecuniariamente (gran parte delle nuove pubblicazioni non hanno fondi sufficienti per coprire le spese giudiziarie). Appena un mese fa due settimanali sono stati fatti chiudere temporaneamente solo per aver anticipato un rimpasto ministeriale.

I controlli sulle pubblicazioni avevano avuto un allentamento già l'anno scorso, quando la censura era stata revocata per i testi delle canzoni o delle fiabe, mentre restava in vigore per la maggior parte dei libri e per giornali, televisioni ed emittenti radiofoniche, specie se di matrice politica o religiosa.

In ogni caso si tratta di un passo del tutto inedito in un Paese dove già nell'ultimo anno sono fiorite 300 nuove pubblicazioni, e il regime ha tolto le restrizioni a piu di 30mila website. "La censura preventiva non ha più senso in un processo democratico", ha commentato lo stesso capo della censura.

La decisione sui media si inserisce nel processo riformistico avviato dal nuovo governo birmano, formalmente civile anche se guidato da un generale a riposo, Thein Sein. Le pur caute aperture hanno raggiunto il culmine con la scarcerazione di centinaia di prigionieri politici a partire dalla leader dell'opposizione non violenta, Aung San Suu Kyi, insignita nel 1991 del premio Nobel per la Pace.
(20 agosto 2012)

giovedì 9 agosto 2012

India: il cellulare di Stato per i meno abbienti

da www.ilsole24ore.com

India: il cellulare di Stato per i meno abbientiIndia: il cellulare di Stato per i meno abbienti
Il Governo indiano continua nel segno dell’emancipazione tecnologica della popolazione. Il 15 agosto prossimo, durante le celebrazioni del giorno dell’Indipendenza (fino al 1947 l’India era una colonia britannica) il Primo ministro Manmohan Singh annuncerà ufficialmente il piano di distribuzione di un telefono cellulare a sei milioni di famiglie meno abbienti, con un pacchetto di 200 minuti mensili di telefonate gratuite. La notizia, anticipata dal quotidiano Indian Express, porterà la tecnologia cellulare tra le mani di 28 milioni di persone circa; i costi sono stimati in ragione di 1,26 miliardi di dollari – e qui il discorso assume tonalità strategiche sia dal punto di vista politico sia da quello economico – e saranno coperti per metà dagli operatori telefonici.
La replica dell’opposizione è laconica: “cosa se ne fa la popolazione di un cellulare se non ha l’energia elettrica?”. Se da una parte questa operazione tende a cogliere i favori dell’elettorato, dall’altra rappresenta un richiamo per quegli investitori esteri che, durante le prime settimane del 2012, hanno abbandonato ogni progetto alla luce della revoca delle licenze, il cui bando è stato ritenuto irregolare.
Lo scandalo, che l’Economist ha definito gigantesco, ha indotto la Corte Suprema indiana a cancellare l’assegnazione di 122 licenze acquistate in modo ritenuto irregolare da nove operatori, alcuni dei quali hanno rischiato il fallimento. Ora si cerca di lanciare un segnale agli investitori, soprattutto quelli stranieri, che avevano abbandonato il mercato indiano ritenuto troppo incerto. Questo nuovo humus funge da richiamo quasi irresistibile, considerando che sono 900 milioni gli indiani dotati di telefono cellulare. Al momento dell’assegnazione delle licenze incriminate (era il 2008) al governo c’era l’attuale Primo ministro che resterà in carica fino al 2014.