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martedì 31 luglio 2012

Vietnam, la madre si dà fuoco per la libertà della figlia cattolica

da www.lastampa.it

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Una dissidente cattolica vietnamita
Una dissidente cattolica vietnamita

Dang Thi Kim Lieng si è immolata per protesta contro il governo che tiene in prigione la figlia 44enne “colpevole” di aver denunciato gli abusi nelle carceri

mauro pianta roma   
Si è uccisa dandosi fuoco per protestare contro gli abusi del governo  nei confronti della figlia, una dissidente cattolica in prigione dal settembre scorso. Dang Thi Kim Lieng, madre di Maria Ta Phong Tan, ha scelto una morte terribile per difendere la 44enne in galera con la sola colpa di aver denunciato sul web le storture del sistema carcerario vietnamita.

Dang Thi Kim Lieng, come riferisce l’agenzia missionaria AsiaNews, si è data fuoco di fronte agli uffici governativi nella provincia meridionale di Bac Lieu. Attivisti e avvocati che si battono per i diritti umani in Vietnam raccontano che la donna è morta durante il trasporto all'ospedale di Ho Chi Minh City.  Ma  né la polizia, né le autorità ufficiali hanno voluto rilasciare commenti sulla vicenda o confermarne la dinamica.

Il decesso ha scatenato la reazione di molti blogger del Paese. Nel mirino ci sono il partito comunista e i leader di governo colpevoli di attuare una politica di repressione e di violare in modo sistematico la libertà di religione e di pensiero, con accuse pretestuose fra cui quella, tipica, di «propaganda contro lo Stato».
    
Maria Ta Phong Tan,  è stata rinchiusa in un carcere della ex Saigon. Per la polizia è colpevole di attività "sovversiva" e di scritti "infamanti" pubblicati in rete, scritti che gettano discredito sul governo di Hanoi e il partito comunista. Rischio sino a vent’anni di carcere. Il processo dovrebbe iniziate il prossimo 7 agosto.

La comunità cattolica vietnamita è, naturalmente, sotto shock."I cattolici di quel paese - spiega a Vatican Insider padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews - sono sottoposti anche a una persecuzione di tipo economico. Molti terreni sequestrati ai cattolici ai tempi della rivoluzione e che adesso dovrebbero tornare ai legittimi proprietari per la costruzione di scuole e ospedali, vengono invece rubati dai vertici del Partito Comunista che se li intestano. Il Partito poi, nei confronti del Vaticano, ha un  il coltello dalla parte del manico: le eventuali reazioni determinerebbero la nomina governativa dei vescovi, un po' come accade in Cina. I diritti e la giustizia, insomma, non sembrano essere una priorità di quel Paese".

La vicenda di Maria è la conferna emblematica. La donna è un'ex poliziotta molto nota in Vietnam. Nei suoi confronti pesa anche la decisione di convertirsi al cattolicesimo, dopo un'adolescenza e un'infanzia caratterizzate da continui "lavaggi del cervello" dei funzionari locali del partito per inculcarle l'ideologia comunista. Tuttavia, scrive ancora AsiaNews,  l'incontro con un avvocato e attivista per i diritti umani le ha fatto riscoprire un desiderio di fede che, nel tempo, l'ha spinta al battesimo.

Il governo vietnamita attua un controllo serrato sulle attività religiose e spesso i cattolici sono vittime di violenze e abusi. Fra i molti esempi vi sono i montagnard negli altipiani centrali e i padri Redentoristi, ad Hanoi e Ho Chi Minh City, il cui impegno pastorale viene soffocato con sistematica regolarità. Tuttavia, le violenze non hanno impedito loro di svolgere un ruolo fondamentale per la diffusione del cattolicesimo. E della libertà.

L'economia emergente già in difficoltà ora resta al buio

da www.ilsole24ore.com


E' successo di nuovo, per il secondo giorno consecutivo. Le interruzioni di corrente non sono certo una novità in India, ma questa volta un black-out ha spento più di metà del Paese: lunedì gli Stati del Nord, compresa Delhi, oggi – cominciando a metà giornata - ancora gli stessi ma anche l'India orientale, e con lei alcune zone di Calcutta. Centinaia di milioni di persone bloccate, tra loro – nel Bengala occidentale – centinaia di minatori a Burdwan, 180 km a nord-ovest di Kolkata, Calcutta. Una miniera di carbone della Eastern Coalfields, di proprietà dello Stato. «Stiamo cercando di liberarli, ogni sforzo è nel ricostituire le forniture di energia per far ripartire gli ascensori», ha spiegato il chief minister del West Bengal, la battagliera Mamata Banerjee. Da tempo ormai le analisi sulle economie emergenti sottolineano deluse il rallentamento indiano, unione di fattori globali e di responsabilità interne. Ma il dramma di questi due giorni, questa India in ginocchio sembra più eloquente di ogni parola: un Paese che sognava di proiettarsi nel futuro, e si ritrova impotente. Infrastrutture affamate di investimenti che non riescono a tenere il passo con le esigenze di un'economia moderna, e della crescita che l'India si augurava.

Come era stato spiegato lunedì, una rete di distribuzione inadeguata non avrebbe retto all'utilizzo di elettricità di diversi Stati, consumi alimentati dal caldo e dalla carenza d'acqua, colpevole il monsone. A Delhi ancora una volta si è fermata la metropolitana, i treni vengono evacuati, gli uffici e gli ospedali vivono dei propri generatori, i trasporti sono nel caos. I grossi stabilimenti si alimentano con sistemi propri, ma le piccole imprese non sono protette. "La rete settentrionale è di nuovo crollata", si è arreso parlando con l'agenzia Reuters il presidente dell'Autorità elettrica centrale, Arvinder Singh Bakshi. Da sola la griglia settentrionale copre più di 300 milioni di persone, dalle montagne dell'Himachal Pradesh alle pianure del Gange nell'Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso dell'India. Ma sono fermi anche il Rajasthan, il Punjab, Haryana. Con la rete orientale (West Bengal, Bihar, Orissa, Jharkhand) è coinvolta più della metà della popolazione indiana, di 1,2 miliardi di persone.

venerdì 20 luglio 2012

Thailandia, la Cambogia ritira le truppe dal confine

da www.eilmensile.it

20 luglio 2012versione stampabile
Dopo decenni di contese e scontri anche molto feroci, Cambogia e Thailandia hanno ritirato le loro truppe dalla zona di confine contesa, situata vicino al tempio di Preah Vihear. Un evento significativo, dopo anni di combattimenti in cui molte persone hanno perso la vita (solo gli scontri dello scorso aprile hanno provocato la morte di 18 persone).


KHEM SOVANNARA/AFP/GettyImages

Intensa la cerimonia che ha sigillato la decisione che molti aspettavano da anni: alla presenza delle autorità militari dei due Paesi, circa 485 soldati cambogiani da una parte e un numero imprecisato di militari thailandesi dall’altra, hanno caricato contemporaneamente le armi su alcuni camion diretti nei pressi dell’antico tempio, in un’area demilitarizzata.
Circa 600 poliziotti hanno, quindi, preso servizio all’interno del tempio e nell’area di confine appena lasciata dalle truppe, al fine di preservarne la sicurezza. Sui monti che circondano il tempio poi sono state dispiegate da Banckok  300 guardie di frontiera.
I rapporti tra i due Stati sono sempre stati difficili, fin dall’epoca post-coloniale, ma anche molto prima dell’arrivo dei francesi. La comune rivendicazione di determinate aree, la definizione poco precisa dei confini terrestri e marittimi, l’odio etnico sono sempre stati i motivi che hanno impedito ai due Paesi una convivenza pacifica.
Nel caso dell’antico tempio indù di Preah Vihear, la sua rivendicazione risale alle divergenti interpretazioni dei confini tra il Siam e i territori dell’Indocina francese. Nel 1962, la Corte internazionale attribuì alla Cambogia il controllo delle rovine del tempio. L’area dove sorge quest’ultimo è considerata territorio cambogiano, ma è circondata da dirupi coperti di giungla che la Thailandia considera suoi.
Oggettivamente, però, a causa della conformazione morfologica del territorio, il tempio è impossibile da raggiungere passando dalla Cambogia.

giovedì 19 luglio 2012

Asean, la disunione del Sudest asiatico

da www.eilmensile.it

19 luglio 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia
@Chen_the_Tramp
Appena il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha cominciato a sollevare la questione estremamente sensibile del Mar Cinese Meridionale, il microfono si è improvvisamente spento.
È successo la settimana scorsa al summit dell’Association of Southeast Asian Nations di Phnom Penh. Un inconveniente tecnico, hanno subito precisato i padroni di casa cambogiani. Forse qualcosa di più sinistro, hanno sospettato alcuni diplomatici lì presenti, frustrati dai “niet” della Cambogia per inserire l’argomento nell’ordine del giorno.
HOANG DINH NAM/AFP/GettyImages
L’Asean ha fallito. L’organizzazione che unisce dieci Paesi del Sudest asiatico e che vorrebbe trasformarsi in una sorta di Unione Europea d’Oriente entro il 2015, ha concluso il suo ultimo summit cambogiano con un risultato imbarazzante: nessuna presa di posizione comune sulla grande patata bollente, le rivendicazioni che nel mar Cinese Meridionale contrappongono Vietnam, Filippine, Brunei e Malaysia alla Cina. E quindi, data la spaccatura interna, per la prima volta nei 45 anni di storia dell’organizzazione non è stato redatto nessun comunicato finale.
Per un’associazione di Stati che ha scelto come motto “Una comunità, un destino”, non c’è male.
Da presidente del vertice, la Cambogia ha impedito alle Filippine di inserire nella bozza di comunicato ogni riferimento alle tensioni con la Cina per la “secca di Scarborough” (isola Huangyan per Pechino) rivendicata da entrambi i Paesi. Phnom Penh ha insistito sul fatto che si tratta di una controversia bilaterale, ha sposato cioè totalmente la linea di Pechino.
Nel tratteggiare la linea di demarcazione tra le acque territoriali dell’area, la Cina si rifà a una mappa disegnata dal governo nazionalista negli anni Quaranta e a ragioni storiche. Non per nulla – dicono a Pechino – si chiama “mar Cinese Meridionale”; e gli arcipelaghi delle Paracel e delle Spratly sono stati riconosciuti per centinaia di anni come parte integrante della nazione cinese.
I confini della mappa in questione appaiono quindi come “una lingua che lambisce le coste degli altri Paesi” (definizione comparsa sui media anglosassoni qualche tempo fa), per un territorio che si prolunga di migliaia di chilometri a sud della provincia di Hainan, la più meridionale del Dragone. In un gesto molto assertivo, Pechino ha per altro deciso qualche giorno fa di costituire una nuova prefettura proprio in un isolotto a sud di Hainan “per amministrare le isole Xisha, Zhongsha, Nansha e le acque circostanti nel Mar Cinese Meridionale” (Xinhua dixit).
Il governo di Manila, invece, sostiene che la Cina abbia rivendicato l’isolotto di Scarborough solo dal 1940 e che questo ricada, per prossimità geografica, nel proprio territorio. In effetti, lo scoglio dista a poco meno di 160 chilometri dalla costa filippina, facendone quindi, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sui Mari del 1982, parte integrante della sua zona economica esclusiva.
Il senso profondo di questa vicenda, al di là delle specifiche rivendicazioni, risiede nell’ormai evidente capacità della Cina di esercitare – esplicitamente o implicitamente poco conta – pressioni sui Paesi limitrofi in virtù del proprio peso economico.
Schematizzando: gli Stati Uniti esercitano un proprio controllo militare sull’area, soprattutto perché Vietnam e Filippine guardano sempre più a Washington come deterrente contro le mire cinesi; la Cina, mentre si attrezza comunque militarmente, spacca l’Asean grazie alla sua forza economica. In nessuno dei due casi si tratta di soft power – la capacità di conquistare cuori e menti – bensì del buon vecchio potere “hard”, quello esercitato a forza di portaerei e di denaro, alternativamente spesi a seconda delle circostanze.
Finché non si arriverà a un conflitto esplicito, la strategia cinese del denaro sonante appare però vincente.
Nel 2011, gli investimenti diretti della Cina in Cambogia sono stati di 1,2 miliardi di dollari, dieci volte superiori a quelli statunitensi. Analoghi investimenti e accordi commerciali bilaterali stanno impennandosi anche nei vicini Myanmar e Laos.
Ce n’è a sufficienza per mandare in frantumi l’unità dell’Asean, la presunta “Unione” del Sudest asiatico che tanto unione non è.