Il mio blog principale: http://mikelogulhi.blogspot.com
Il blog centrale in italiano (dove puoi vedere, a destra, quali sono gli ultimi blog in italiano aggiornati): http://ilmondofuturo.blogspot.com

giovedì 14 giugno 2012

Afghanistan, la cooperazione regionale è l’unica via d’uscita

da www.eilmensile.it

14 giugno 2012versione stampabile
La cooperazione regionale è l’unica medicina sia per la stabilità dell’Afghanistan sia per quella dei Paesi vicini. Lo ha dichiarato Willy Sovndal, il ministro degli Esteri danese, intervenendo a Kabul nella Conferenza ministeriale “Afghanistan, Cuore d’Asia”, parlando a nome dell’Alto rappresentante dell’Unione europea (Ue) per la politica estera, Catherine Ashton.


SHAH MARAI/Stringer
Il ministro danese ha sottolineato, quindi, la necessità dell’impegno comunitario che deve ”sostenere l’Afghanistan durante la transizione e anche nel decennio della sua trasformazione”.
“Afghanistan: Cuore d’Asia” è iniziata oggi, 14 giugno, in una Kabul che ha adottato imponenti misure di sicurezza per tutto il centro cittadino.
Partecipano ministri degli Esteri e responsabili di 42 Paesi e organizzazioni internazionali. Per l’Italia è presente il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura. Il discorso introduttivo è stato pronunciato dal ministro degli Esteri afgano, Zalmai Rassoul.
Durante il suo discorso d’apertura, anche il Presidente Karzai ha sottolineato l’importanza della cooperazione regionale al fine di garantire la pace e la stabilità in Afghanistan, e ha esortato le nazioni vicine a fare di più in tal senso. Il Presidente ha poi ringraziato tutti i Paesi che hanno aiutato il suo governo nel difficile conflitto con i talebani e ha annunciato un rilancio dell’iniziativa di pace e riconciliazione con l’opposizione armata. Infine, ha evidenziato i progressi riguardanti la transizione dalle truppe della Nato alle forze di sicurezza afgane e ribadito l’intenzione del suo governo a proseguire la lotta contro la corruzione.

lunedì 11 giugno 2012

Birmania, continuano gli scontri tra buddisti e musulmani

da www.eilmensile.it

11 giugno 2012versione stampabile
Il presidente Thein Sein ha dichiarato ieri, 10 giugno, lo stato di emergenza nella zona occidentale della Birmania in seguito agli scontri sempre più feroci tra gruppi etnici buddisti e musulmani. Il coprifuoco è stato predisposto per la capitale dello stato Rakhine, Sittwe, e per altre tre città.


MUNIR UZ ZAMAN/Stringer
Secondo il Presidente, se le violenze dovessero continuare si rimetterebbe in discussione la democrazia che lui stava cercando di portare nel Paese.
La tensione è scoppiata meno di una settimana fa, quando una donna buddista è stata violentata e uccisa. L’evento ha suscitato l’ira della folla che ha accusato alcuni musulmani, uccidendone dieci.
Solo negli ultimi due giorni non meno di 500 case sono state bruciate e distrutte. 5mila sarebbero le persone rimaste senza tetto.
La città di Sittwe è al momento controllata dalle forze di sicurezza, mentre proseguono a Yangon sia le manifestazioni organizzate da buddisti che chiedono giustizia per le violenze subite, sia quelle organizzate dai musulmani.
La capitale Sittwe è un’importante crocevia per il commercio, essendo essa il punto di origine di un oleodotto e gasdotto costruito dalla Cina che porta energia fino allo Yunnan. La situazione regionale però è etnicamente complicata essendo presenti nell’area alcuni gruppi minoritari musulmani, fra cui i Roihingya, considerati “illegali” in Birmania perché “bengalesi” (provenienti dal Bangladesh), e malvisti dallo stesso Bangladesh che li accusa di essere immigrati illegali in Birmania.
Il Paese, composto da oltre 135 etnie, ha avuto sempre difficoltà a farle convivere e in passato la giunta militare ha usato il pugno di ferro contro i più riottosi. Lo stato di emergenza dichiarato ieri è il primo intervento eccezionale ad opera di Thein Sein, Presidente da oltre un anno, che sta cercando di portare il Paese dalla dittatura militare a una forma di democrazia, per quanto minima.
I musulmani in Birmania costituiscono circa il 4 per cento su una popolazione di 60 milioni di persone. Secondo l’Onu, nel Paese sono presenti 750mila Rohingya, concentrati in maggioranza nello Stato di Rakhine.
Le tensioni che stanno scoppiando in questi giorni hanno una connotazione regionale ben precisa. Nonostante questo, però si sta diffondendo il timore che il problema potrebbe estendersi altrove, dal momento che la questione sconfina anche in uno scontro tra religioni.
La paura tra la gente è ormai diffusa: molti negozi in questi giorni sono rimasti chiusi e le truppe dell’esercito sono state distribuite in tutto il Paese per aiutare la polizia e i funzionari della sicurezza a mantenere l’ordine.
Anche sotto il precedente governo militare si sono verificati incidenti di questo tipo, ma questi erano soliti passare pressoché inosservati.