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giovedì 29 marzo 2012

Il presidente deposto delle Maldive "La mia lotta per l'ambiente continua"

da www.repubblica.it

MUTAMENTI CLIMATICI

Incontro con Mohammed Nasheed, rimosso dal colpo di stato che a febbraio ha riportato al potere l'ex dittatore Gayoon. A New York per "The Island President", il documentario sulle centinaia di isole che rischiano di scomparire, l'ex leader sottolinea: "Non si può scendere a patti con la natura"

di ANDREA VISCONTI Debutto ieri a New York di "The Island President", un documentario sulle gravissime conseguenze che il riscaldamento globale sta avendo sull'arcipelago delle Maldive. Centinaia di isole rischiano di scomparire mentre lo scioglimento dei ghiacci fa salire pericolosamente il livello degli oceani. Tutto esaurito ieri sera al Film Forum dove alla prima ha fatto seguito un incontro del pubblico con Mohammed Nasheed, il presidente delle Maldive deposto 1 all'inizio di febbraio in un colpo di stato orchestrato dall'ex dittatore Gayoon. Quest'ultimo per trent'anni aveva imposto un regime autoritario fino al 2008 quando per la prima volta con elezioni democratiche aveva preso il potere un presidente scelto dai maldiviani, Nasheed appunto.

Abbiamo incontrato l'ex leader delle Maldive martedì mattina, appena poche ore dopo il suo arrivo da Male, la capitale dell'arcipelago maldiviano dove continua a vivere nonostante la sua vita sia in costante pericolo.

VIDEO: L'INTERVISTA
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- NASHEED AL DAVID LETTERMAN SHOW 3

"Ogni volta che provano ad arrestarmi migliaia di persone mi proteggono circondandomi e rendendo impossibile alla polizia di arrestarmi", dice Nasheed che il
giorno stesso in cui ci fu il colpo di stato mandò sua moglie e le sue due figlie al sicuro in Sri Lanka.

"In un certo senso è stata una fortuna che il regista Jon Shenk abbia realizzato questo documentario perché porta l'attenzione allo stesso tempo sia sulla fragilità delle nostre isole che sulla fragilità della nostra democrazia. Lui non sarebbe mai riuscito a girare questo film se non ci fosse stato al potere un governo democratico. Per far sì che tutto il mondo capisca quanto è a rischio il nostro pianeta - un rischio concreto che le Maldive stanno già toccando con mano - è importante che nel nostro Paese torni la democrazia e dunque la libertà di parlare anche dei nostri problemi ambientali. Durante la dittatura non avebbe neppure potuto entrare nel nostro Paese con le sue telecamere".

Nasheed fa presente che ci sono già settanta isole a rischio dove ci sarebbe bisogno di intervenire con sistemi per proteggere l'erosione delle coste. Ma si tratta di sistemi assai costosi, per ogni isola circa 50 o 60 milioni di dollari. "E' una situazione difficile perché per certi versi il turismo mette ulteriormente in difficoltà il fragile equilibrio del nostro arcipelago. D'altra parte abbia bisogno di un'economia vitale per poterci difendere da quello che sta avvenendo senza dover ricorrere ad aiuti internazionali".

Pur emarginato dal potere politico Nashed insiste di non avere alcuna intenzione di smettere di battersi contro il riscaldamento globale. "Non si può scendere a patti con la natura. Ci sono dati scientifici che parlano chiaro. I problemi dell'ambiente non sono limitati a un Paese solo. Ne risentiamo tutti. Ma è importante che esista una nazione che diventi l'esempio concreto delle gravissime conseguenze del riscaldamento globale. Perché solo in questo modo si esce dai discorsi astratti degli attivisti e si tocca con mano una realtà che è davanti agli occhi di tutti. Ecco il vero valore di questo documentario. E' un racconto intimo di una persona - specificamente sono io - ma anche il racconto della storia di un Paese".

(29 marzo 2012) © Riproduzione riservata

domenica 25 marzo 2012

Birmania, democrazia all’orizzonte?

da www.eilmensile.it

25 marzo 2012versione stampabile

Lorena Cotza

C’è aria di cambiamento in Birmania. Il Paese naviga ancora in cattive acque, ma la rotta verso la democrazia sembra finalmente possibile.
Il 14 marzo Aung San Suu Kyi – premio Nobel per la pace e leader d’opposizione birmana – per la prima volta ha potuto presentare il suo discorso elettorale alla televisione di Stato. Suu Kyi ha trascorso la maggior parte degli ultimi 20 anni agli arresti domiciliari, in un regime di totale censura e completamente isolata dal mondo esterno.

La sua comparsa in televisione segna dunque un punto di svolta nel processo di democratizzazione ma, paradossalmente, è anche conferma della mancanza di democrazia. Nel suo intervento Suu Kyii ha infatti fatto appello per una maggiore libertà di stampa, un sistema legale più equo, la rimozione della legislatura repressiva e una riforma costituzionale. Parte del suo discorso, in cui criticava il vecchio regime, è stato censurato.

Secondo Tony Fairman, coordinatore di Amnesty International-Gran Bretagna per la Birmania, la situazione si sta evolvendo rapidamente, ma è ancora troppo presto per stabilire verso quale direzione il Paese stia andando.

“La Birmania sta davvero cambiando. Ora i birmani possono camminare per strada con addosso la maglietta di Aung San Suu Kyi, possono parlare con gli stranieri, e usare il cellulare. Due anni fa sarebbero stati arrestati per azioni del genere. Siamo davvero felici di questi cambiamenti,” continua Fairman. “Ma non siamo sicuri di quanto in là il governo sia pronto a spingersi. La gente non può ancora viaggiare liberamente, non c’è libertà d’informazione, e gli attivisti sono ancora censurati e perseguiti.”

Nel novembre 2010 in Birmania si sono tenute le prime elezioni nazionali dopo vent’anni d’indiscusso regime, e un governo civile ha formalmente sostituito la giunta militare, in potere sin dal 1962. Amnesty International ha però denunciato le irregolarità del processo elettorale, macchiato da brogli e corruzione, che di fatto ha lasciato il potere in mano all’élite militare.

“L’esercito ha reso impossibile la partecipazione alle elezioni di Aung San Suu Kyi e del suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia,” dice Fairman. “Quasi tutti i parlamentari eletti erano membri del partito braccio destro dell’esercito, e il 25 % erano i cosiddetti ‘golden vote’, scelti nominalmente dal regime. Il nuovo governo, in teoria democraticamente eletto, è in realtà sotto il controllo della vecchia guardia.”

“E siamo tutti sorpresi da ciò che sta accadendo. Coloro che stanno portando avanti le riforme sono i militari stessi, anche se vestono abiti civili. I birmani si chiedono se stiano sognando, e quanto a lungo il sogno potrà continuare.”

Durante l’ultimo anno il nuovo governo ha portato avanti una serie di fondamentali – e inaspettate – riforme in senso democratico. Una settimana dopo le elezioni del novembre 2010, Aung San Suu Kyi è stata liberata dagli arresti domiciliari. Qualche mese dopo, la leader ha incontrato il presidente Thein Sein per aprire le negoziazioni fra i due partiti, e la Lega Nazionale per la Democrazia è ora in corsa per le elezioni parlamentari parziali, previste per il 1° aprile.

Nel 2011 il nuovo governo ha approvato una legge per concedere il diritto di manifestazione pacifica, intrapreso riforme per i diritti dei lavoratori, e annunciato un’amnistia generale grazie a cui son state liberate oltre 6mila persone, fra cui 250 prigionieri politici. Amnesty International, però, ricorda che 2mila prigionieri di coscienza si trovano ancora dietro le sbarre, soggetti a torture e maltrattamenti.

Nel gennaio 2012 il presidente Thein Sein ha inoltre firmato un cessate-il-fuoco con i ribelli Karen, ponendo fine a una delle più lunghe guerre civili del mondo, iniziata oltre 60 anni fa. Secondo Matthew Smith, consulente di Human Rights Watch, nelle zone abitate dalle minoranze etniche le violenze stanno però proseguendo, e continua lo sfruttamento dei bambini soldato.

Il futuro della Birmania continua a essere incerto. Decenni di conflitti, repressione, corruzione e malgoverno hanno inflitto ferite profonde nel Paese, e i tempi di guarigione saranno inevitabilmente lunghi.
“Il regime militare ha completamente trascurato lo sviluppo economico,” spiega Fairman. “La Birmania è un Paese potenzialmente ricco, poiché possiede gemme preziose, petrolio e gas naturale, ma non ha né industrie né infrastrutture, ed è oggi il Paese più povero della regione del sud-est asiatico.”

L’economia è ulteriormente sottosviluppata a causa dell’isolamento a livello internazionale, determinato sia dalle tendenze isolazioniste del regime sia dalle sanzioni imposte dai Paesi europei e dagli Stati Uniti. La comunità internazionale sta osservando attentamente gli sviluppi del processo politico birmano, ma il governo di Thein Sein deve dimostrare di saper mantenere dritto il timone e non far naufragare le speranze democratiche del Paese prima che le sanzioni possano essere rimosse.

La Birmania è ora sotto notevole pressione, sia dall’interno che dall’esterno. I Paesi confinanti sanno bene quali tesori vi sono nascosti, e sono pronti a lanciarsi all’abbordaggio. La competizione è particolarmente intensa tra la Cina, il principale investitore straniero, e Asean, l’Associazione dei Paesi del Sudest siatico.

La Cina è particolarmente interessata ai gasdotti e agli oleodotti, in quanto la Birmania costituisce uno strategico Paese di transito per le risorse energetiche di cui Pechino ha disperato bisogno. Recentemente, però, il governo birmano ha sospeso la costruzione di una diga e una centrale idroelettrica finanziata dalla Cina, in una mossa diretta a smarcarsi dalla dipendenza cinese e conquistare il supporto dei Paesi sudest asiatici, in vista della presidenza birmana di Asean nel 2014.

La pressione esterna dei futuri investitori, che spingono per ulteriori riforme democratiche e la liberalizzazione del mercato, sono controbilanciate dalle pressioni interne dell’esercito, che teme di perdere il controllo del Paese e vuole frenare il processo di riforme.

“Il presidente ha proposto riforme che nessuno si aspettava,” dice Fairman. “Ma è un uomo vecchio, e quando morirà sarà rimpiazzato dal vice-presidente, che appartiene alla frangia estremista dell’esercito. Cosa accadrà in quel caso? E anche nell’eventualità che Suu Kyi venga eletta, resta ancora da vedere se riuscirà a portare avanti il suo programma.”

Il viaggio della Birmania verso le democrazia è iniziato. Resta solo da sperare che il nuovo governo non perda la bussola, e che sappia mantenersi lontano da pericolose controcorrenti.

domenica 11 marzo 2012

Militare Usa fa strage di civili tra le vittime 9 sono bambini

da www.repubblica.it

AFGHANISTAN

Un soldato statunitense ha aperto il fuoco all'impazzata in due villaggi nella provincia di Kandahar, dopo essere uscito dalla sua base alle 3 di notte. Almeno 16 i morti, tra cui anche donne e anziani, e diversi feriti Poi si è consegnato ai suoi superiori ed è stato arrestato. Presidente Karzai: "Imperdonabile"

KANDAHAR - E' stato un crollo nervoso, forse una follia scattata in un soldato americano. L'esercito non ha spiegazioni, così come non ne ha la Casa Bianca. Ma alle tre di notte (le 6,30 italiane), il militare ha lasciato la sua base, è entrato in tre case di due villaggi - Alkozai e Balandi, del distretto di Panjwai -, e ha cominciato a sparare. Nella prima abitazione, che si trova a circa 450 metri dalla base Usa, ha ucciso 11 persone, tra cui donne e bambini piccoli. Poi ha continuato in altre due case dove, secondo le forze dell'ordine afghane, ha lasciato a terra altri sette cadaveri.

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Il ministro afghano Asadullah Khalid ha comunicato per il momento la morte di 16 persone. I feriti, tra i cinque e i nove, sono stati portati in un ospedale vicino, ma il bilancio resta incerto. Dopo la carneficina, il soldato si è consegnato ai suoi superiori ed è stato arrestato. Secondo il racconto di un reporter che si trovava sul posto ed è entrato nelle case, i bimbi uccisi non avevano più di 2-3 anni.

"In una delle abitazioni c'erano i corpi di dieci persone, fra cui donne e bambini, che erano stati tutti uccisi e bruciati in una stanza. Un'altra donna invece giaceva morta all'entrata della casa. Sono stati uccisi e bruciati. Ho visto fra i cadaveri almeno due bambini di età fra i due e i tre anni, che erano
stati bruciati", ha raccontato il giornalista. Il presidente afghano Hamid Karzai ha comunicato poco dopo che tra le vittime ci sono "nove bambini e tre donne". Per il capo del Paese si è trattato di "omicidi intenzionali" e ha chiesto alla Nato di fornire spiegazioni. Karzai ha condannato "l'imperdonabile" gesto. "Quando afghani vengono deliberatamente uccisi dalle forze americane, si tratta di azioni di omicidio e terrore, azioni imperdonabili", ha detto.

I testimoni.
Il distretto colpito si trova a sud-ovest di Kandahar City ed è stato uno dei campi di battaglia più duri della guerra in Afghanistan, oltre che luogo di nascita del movimento dei Talebani. Un abitante del villaggio, Aminullah, ha raccontato: "Una delle case in cui è entrato a uccidere appartiene a un anziano della comunità, Mohammad Wazir. Non sappiamo il motivo per cui il soldato abbia agito". Poi ha aggiunto: "Era solo. Non c'è stata lotta, non ci sono state reazioni". L'esercito americano continua a ripetere di non sapere cosa possa aver spinto il soldato al gesto folle. Ma altri testimoni raccontano l'attacco non di un killer solitario impazzito, ma di un "gruppo di soldati americani, che ridevano ed erano ubriachi". Haji Samad, abitante di uno dei due villaggi colpiti, ha parlato di "soldati ubriachi che sparavano all'impazzata". Lui al momento del massacro, in piena notte, era fuori casa. La tv ha mostrato immagini dell'interno della casa con sangue dappertutto. I soldati "hanno versato liquido infiammabile sui corpi e tentato di dargli fuoco", ha raccontato Samad.

L'inchiesta. Il generale americano John Allen, che dirige l'Isaf ha assicurato che tutte le persone responsabili del massacro dovranno rispondere "pienamente dei loro atti", promettendo una "inchiesta rapida e approfondita". "Sono determinato a fare in modo che ogni persona la cui responsabilità sarà accertata risponda per i suoi atti", ha detto il generale Allen in un comunicato. L'ufficiale si è impegnato "con il popolo afgano affinché sia svolta una inchiesta rapida e approfondita".

La versione talebana.
Secondo il portavoce dei talebani, Qari Mohammad Yusuf Ahmadi, si sarebbe trattato di un vero attacco, e non di un gesto isolato. Ahmadi ha detto che non uno, ma più soldati "hanno attaccato numerose case del villaggio di Balambi" e "secondo testimoni vi sarebbero una cinquantina di cadaveri", fra cui undici appartengono alla famiglia di Mohammad Wazir". Su internet il commento dei talebani è duro: "Le cosiddette forze di pace americane - si legge - si sono ancora una volta dissetate con il sangue di innocenti civili afghani nella provincia di Kandahar".

Casa Bianca: "Scioccati".
La carneficina di oggi si è verificata poche settimane dopo la vicenda dei corani bruciati da militari Usa 2, proprio quando l'ondata di protesta, con diversi morti tra cui anche soldati americani, iniziava a calmarsi. Il ministero della Difesa afghano si è detto "profondamente scioccato e addolorato per l'uccisione di civili innocenti per mano delle forze della coalizione internazionale". Sullo stesso tono il commento di Caitlin Hayden, portavoce della Consiglio nazionale di sicurezza della Casa Bianca, che ha riferito come il presidente Barack Obama e il segretario alla Difesa Leon Panetta siano stati informati dell'incidente. "Siamo molto dispiaciuti e stiamo controllando la situazione da vicino", ha detto Hayden.

La protesta.
Nel distretto di Panjwai ora è scoppiata la protesta. Entrambi i villaggi dove sono morte le persone, chiedono al presidente Karzai di punire il soldato o di consegnarlo a loro. E l'ambasciata Usa ha avvertito coloro che si trovano nella provincia di Kandahar di "muoversi con cautela" perché esiste il serio rischio di rappresaglie anti-americane. Con un comunicato anche la Forza internazionale di assistenza alla sicurezza (Isaf, sotto comando Nato) ha espresso cordoglio per le vittime definendo il fatto "profondamente deplorevole" e ha promesso un'inchiesta congiunta dei militari Usa e delle autorità afghane. Il vice comandante, generale Adrian Bradshaw, sostiene di non essere "in grado di spiegare le ragioni del gesto del soldato". Bradshaw ha aggiunto che si è trattato di "un gesto disumano" che "non faceva in alcun modo parte di un'attività autorizzata dell'Isaf".

Il summit di maggio a rischio.
Questa mattina durante un evento pubblico, il presidente Karzai ha sottolineato la necessità che le forze straniere lascino il Paese. "Abbiamo un forte esercito e una forte polizia. Quindi va a nostro beneficio avere buone relazioni con la comunità internazionale, non avere le truppe internazionali nel nostro territorio", ha detto. Il governo afghano, ha aggiunto Karzai, è in attesa di firmare un accordo di partnership reciproca con gli Usa prima di un summit della Nato che si riunirà a Chicago a maggio, "ma intanto è importante che le forze straniere lascino il Paese per garantire la sovranità nazionale. Le forze internazionali che rimarranno dopo il 2014 dovrebbero operare sotto strette linee guida che definiscano le loro responsabilità e anche quando possono o meno lasciare le basi". Come condizione per firmare l'accordo, Karzai ha chiesto che le forze internazionali smettano di condurre raid notturni nelle case in cerca di sospetti militanti.

(11 marzo 2012) © Riproduzione riservata