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martedì 20 novembre 2012

«Il 60% del mercato globale sarà asiatico». Asean crocevia decisivo per i grandi del mondo

da www.ilsole24ore.com

«Ai megatrend non si resiste. Il 60% del mercato globale sarà asiatico». L'ha detto uno degli "indovini", così sono stati definiti dal ministro del commercio cambogiano Cham Prasidh, chiamati a predire il futuro dell'economia al Business & Investment Summit che si è svolto a Phnom Penh in parallelo al Summit dell'Asean, l'Associazione delle nazioni del sud est asiatico.

Quell'indovino è italiano: Giovanni Capannelli, consigliere dell'Adb Institute, il centro studi della Asian Development Bank. La sua previsione è "inesorabile", come i cambiamenti che si prospettano. «Anche in caso di scenario negativo, l'Asia passerebbe da una crescita del cinque, sei percento, al tre».

In termini economici i paesi dell'Asean sembrano davvero "rich", secondo un acronimo della Adb: "resilient", inclusive, competitive, harmonious. Sull'armonia si può discutere, ma la resilienza - la capacità di adattarsi, resistere alle difficoltà e uscirne rafforzato – è indiscutibile. Secondo il professor Hidetoshi Nishimura, dell'Economic Research Institute for Asean and East Asia, le nazioni dell'Asean si sono dimostrate "resilienti" alla crisi, con una crescita degli investimenti esteri del 75 per cento.

Anche il segretario generale dell'Asean Surin Pitsuwan, ha ribadito il ruolo egemone dell'economia ne "l'architettura della regione": circa tre quarti degli accordi riguardano le facilitazioni commerciali e di libero scambio. Sistema che è stato canonizzato con la "Regional comprehensive economic partnership negotiation" (Recp), il negoziato di un mega-accordo, il più grande mai concepito, tra le nazioni dell'Asean e Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda: una regione di tre miliardi di persone e 16.7 trilioni di dollari di Pil.

Mentre si avviano i negoziati del Recp, procedono quelli del Tpp, la Trans Pacific Partnership tra Asean, Stati Uniti, Australia e alcuni Paesi dell'America Latina. La Cina, invece, sta operando con investimenti a pioggia nei Paesi dell'area, assicurati dal premier cinese Wen Jiabao in occasione del Summit. Non a caso sul muro che delimita il faraonico Palazzo della Pace di Phnom Penh, spiccavano gli striscioni che salutavano Wen.

«L'Asean è diventata una torre di controllo: devi regolare i voli da America, India, Cina, Russia» dice il professor Thitinan Pongsudhirak, direttore dell'Istituto di Studi internazionali di Bangkok. Forse è per un traffico sin troppo congestionato che è stato spostata di un anno (da gennaio a dicembre 2015), la trasformazione dell'Asean da "Associazione" a "Comunità". Metamorfosi su cui molti cominciano a interrogarsi visti i problemi del modello europeo.

Se l'integrazione economica è "resiliente", quella politica non è altrettanto armonica. Uno dei problemi più scottanti del Summit, la definizione di un codice di condotta per le dispute sul Mar della Cina è rimasto irrisolto. Altri contrasti derivano dalla politica statunitense di "perno" sull'Asia, che obbliga a una scelta di campo. Lo ha dimostrato la partecipazione di Obama al Summit: i colloqui col premier cambogiano Hun Sen si sono svolti all'insegna della "tensione" creata dalle pressioni americane sui diritti umani. Ma, come hanno fatto notare alcuni osservatori, Obama non è stato così categorico col presidente birmano Thein Sein. La spiegazione sarebbe da ricercare nella scelta dei due Paesi: la Cambogia sembra rientrare nell'orbita cinese mentre il Myanmar vorrebbe staccarsene.

I diritti umani, comunque, sono stati l'unico vero accordo politico tra i Paesi dell'Asean. A leggere la dichiarazione, ci si rende conto che il rispetto dei diritti umani è sottoposto a troppi se: il contesto regionale e nazionale, il background sociale, culturale, storico e religioso. Per le organizzazioni in difesa dei diritti umani, è una foglia di fico che ne legittima le violazioni. Ma è anche l'ennesima prova che l'Asia vuole prendere le distanze dai cosiddetti "valori universali" stabiliti in Occidente per ribadire, anche in questo campo, un cambiamento inesorabile.

giovedì 25 ottobre 2012

Afghanistan, feriti quattro militari italiani in uno scontro a fuoco con un gruppo di insorti

da www.ilsole24ore.com


Quattro militari italiani sono rimasti feriti e un soldato afghano è rimasto ucciso nel corso di uno scontro a fuoco avvenuto oggi alle 13.40 locali in Afghanistan, nel distretto di Bakwa dellla provincia di Farah (a sud di Herat), nel corso di un'operazione congiunta della Task Force South East con unità dell'esercito afgano. Secondo le prime ricostruzioni, spiega una nota, i militari italiani coinvolti erano impegnati in una attività di pattuglia nell'abitato del villaggio di Siav - a circa 20 km a ovest della base operativa avanzata «Lavaredo« di Bakwa, dove è basata la Task Force South East costituita dal secondo reggimento alpini - quando sono stati attaccati con armi da fuoco da un gruppo di insorti. La pattuglia - prosegue la nota - ha subito messo in sicurezza l'abitato di Siav per poi prestare soccorso ai feriti, i quali dopo meno di trenta minuti sono stati evacuati in elicottero presso l'ospedale da campo di Farah, dove sono attualmente ricoverati. I quattro, secondo quanto riferiscono fonti di agenzia, non sarebbero in pericolo di vita.

lunedì 22 ottobre 2012

Karzai ammonisce la Nato. Senza l'immunità giudiziaria tutti i militari alleati a casa nel 2014

da www.ilsole24ore.com

Il faccia a faccia del 18 ottobre tra il presidente afghano Hamid Karzai e il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen (in visita a sorpresa a Kabul) sembrava essersi concluso senza sorprese con la piena intesa circa il ritiro delle truppe da combattimento della Nato entro la fine del 2014. Addirittura Karzai aveva detto che "sarebbe contento" se il ritiro avvenisse anche prima, richiesta apprezzata da molti Paesi interessati ad accelerare il rimpatrio dei propri contingenti ma che conferma come la presenza militare alleata sia considerata impopolare e ingombrante per i vertici di Kabul. Parlando delle missione addestrativa prevista per il dopo 2014, Rasmussen ha ricordato che le truppe afghane ''hanno già oggi il pieno controllo su oltre un terzo dell'Afghanistan'' e di fatto ''attuano l'80% delle operazioni militari miste sul territorio nazionale''. Il nostro obiettivo, ha proseguito, ''è che l'Afghanistan sia in grado di camminare con le proprie gambe, ma in ogni caso l'Afghanistan non si troverà mai solo'', neppure dopo il completamento del ritiro di Isaf www.isaf.nato.int Confermando l'impegno finanziario a favore di Kabul per il decennio 2014-2024 stabilito dalla Conferenza di Tokyo, Rasmussen ha assicurato che la Nato fornirà "prima della scadenza del nostro ritiro le armi e il materiale necessario alle forze di sicurezza afghane per fare al meglio il loro lavoro''.

La doccia fredda sui rapporti con l'Occidente, Karzai l'ha comunicata solo dopo la partenza di Rasmussen con un comunicato nel quale il presidente afghano annuncia di aver fatto presente al segretario generale dell'Alleanza Atlantica che i militari stranieri che dopo il 2014 resteranno nel Paese per addestrare le truppe e assistere le forze afghane potrebbero non godere dell'immunità penale finora garantita alle forze di Isaf. Karzai ha affermato che il suo popolo "potrebbe impedire al governo di concedere l'immunità" soprattutto se "la guerra e l'insicurezza continueranno in Afghanistan, le frontiere non saranno protette e si pretende di porre la questioni dell'immunità al di sopra di tutto ".
L'immunità giudiziaria è un prerequisito fondamentale per Washington e la Nato per lo schieramento di truppe all'estero. In base a questo principio ogni reato compiuto da militari stranieri dovrà essere giudicato dal Paese di nazionalità dei soldati e non dalla giustizia del Paese dove sono schierati. Per questo, solo per citare alcuni esempi, i soldati americani accusati di aver ucciso civili afghani, bruciato copie del Corano e orinato sui cadaveri dei talebani uccisi hanno subito processi o provvedimenti disciplinari dalla giustizia statunitense, non certo da quella afghana. L'immunità giudiziaria copre anche i soldati statunitensi dislocati nei Paesi della Nato e in Italia in base ad accordi bilaterali tra Washington e i singoli Stati partner. Alcuni analisti considerano la dichiarazione di Karzai una mossa tattica per strappare altre concessioni ai governi occidentali, specie sul fronte degli aiuti finanziari, ma potrebbe anche trattarsi di un modo per liberarsi dai pesanti condizionamenti di Washington e ottenere supporto da altri Paesi della regione come l'India, la Russia o la Cina che stanno intensificando i rapporti con Kabul non solo sul piano economico ma anche sul fronte della difesa e sicurezza. Del resto Karzai mostra da tempo insofferenza verso quelle che considera ingerenze occidentali e davanti a Rasmussen ha criticato la pretesa di inserire due membri stranieri nella Commissione per i reclami elettorali sostenuta dall'Onu, definita " una violazione della nostra sovranità nazionale".

La questione dell'immunità può avere riflessi strategici determinanti per il futuro del Paese e in proposito il precedente dell'Iraq risulta illuminante. Dopo il ritiro delle truppe statunitensi, un anno or sono, Washington e la Nato avrebbero dovuto mantenere a Baghdad una missione addestrativa favore delle forze armate irachene ma il parlamento non approvò l'immunità giudiziaria per i soldati stranieri che in pochi giorni lasciarono il Paese. A Kabul la questione dovrà essere risolta nei prossimi due anni poiché la presenza dei militari statunitensi dopo il 2014 è già regolata da un trattato bilaterale di partnership strategica ma la questione dell'immunità è stata lasciata a un negoziato separato che deve ancora iniziare. Karzai potrebbe voler paventare il totale abbandono del Paese da parte delle forze Nato per sondare la reale disponibilità dei talebani a negoziare dopo che gli insorti vicini al Mullah Omar hanno assicurato che dopo il 2014 potrebbe ''scoppiare la pace'' perché la crisi afghana verrà risolta attraverso una vasta consultazione "fra afghani". Un'ipotesi tutta da verificare mentre le forze di sicurezza afghane avrebbero bisogno ancora a lungo del supporto esterno non solo in termini economici ma anche addestrativi. Usa e Nato si sono impegnati a finanziare con 4,1 miliardi di dollari annui, dopo il 2014, le forze di sicurezza composte oggi da 350 mila effettivi (195 mila dei quali dell'esercito) destinati nei prossimi anni a ridursi per ragioni finanziarie a 250 mila. Un taglio che non comporterà grosse difficoltà a giudicare dagli elevati tassi di diserzione e di abbandono dell'uniforme dopo i primi tre anni di servizio riscontrati nell'Afghan National Army (ANA) nonostante la rafferma sia ricompensata con un aumento di retribuzione da 260 a 320 dollari al mese per un soldato semplice. L'ANA è costretto ogni anno a rimpiazzare un terzo dei suoi effettivi con nuove reclute prive di addestramento ed esperienza per far fronte al calo degli organici determinato da diserzioni (7/10 per cento) e mancati rinnovi della ferma (25 per cento), come ha raccontati un'inchiesta del New York Times.
I disertori quasi mai vengono trovati e puniti mentre molti ex soldati lamentano la corruzione degli ufficiali, il cibo e l'equipaggiamento di scarsa qualità, le cure mediche inadeguate, le minacce talebane alle loro famiglie e la consapevolezza che l'esercito ben difficilmente potrà affrontare gli insorti dopo il ritiro delle truppe alleate. Oggi non esistono reparti afghani considerati in grado di combattere senza l'assistenza delle truppe della Nato e allo stesso tempo, decine di migliaia di uomini che hanno ricevuto un addestramento militare smettono ogni anno l'uniforme. Alcuni trovano impiego presso società di sicurezza private ma si sospetta che molti finiscano per rinforzare le milizie degli insorti determinando una situazione paradossale e imbarazzante nella quale gli istruttori della Nato finiscono per addestrare anche i combattenti talebani. 

martedì 9 ottobre 2012

Pakistan, spari contro bimba-attivista Ferita alla testa mentre esce da scuola

da www.repubblica.it

LA STORIA

L'aggressione rivendicata dai talebani. La ragazzina è grave e forse verrà trasferita all'estero. Malala Yousafzai ha conquistato notorietà con il suo diario in cui nel 2009 denunciava le atrocità commesse nella valle di Swat  di VALERIA PINI

E' POCO più di una bambina, ma a 14 anni Malala Yousafzai è già un nemico dei talebani. Per questo mentre usciva da scuola due uomini le hanno sparato. E' successo a Mingora, la principale città della valle di Swat, in Pakistan. La ragazza si è salvata, ma ha perso molto sangue e le sue condizioni sono gravi. E' ritenuta colpevole di aver lottato per difendere i diritti dei minori nel suo paese. Nel 2009 Malala è diventata famosa con un diario in lingua urdu, nel quale denunciava le atrocità commesse dai talebani nella valle di Swat. Parole che per una ragazzina che vive in Pakistan sono un atto di coraggio.

IL VIDEO 1

"Malala stava salendo sullo scuolabus dopo le lezioni quando due uomini armati hanno aperto il fuoco contro di lei, colpendola alla testa e al collo e ferendo due amiche", ha detto Rasool Shah, un funzionario della polizia. La bambina è grave e si trova ora all'ospedale di Peshawar, ma potrebbe essere trasferita all'estero. "E' impossibile un intervento immediato per la presenza di forti contusioni. Inoltre un proiettile ha toccato il midollo spinale", ha spiegato una fonte dell'ospedale.

Poco dopo averla colpita, i talebani hanno rivendicato l'aggressione, definendo il lavoro di Malala "osceno". "Si è trattato di un nuovo capitolo osceno e dobbiamo mettere fine a questo capitolo", ha detto il portavoce dei talebani  Ahsanullah Ahsan al telefono, parlando con l'Associated Press. "E' una persona anti-talebana che continua a parlare contro i talebani - ha insistito - . Lei ha proclamato che Obama è il suo ideale e per questo sarà nuovamente colpita anche se questa volta è rimasta solo ferita". Infine Ehsan ha ammonito che quello che abbiamo fatto oggi deve essere visto come "un forte messaggio nel senso che i talebani non dimenticano mai né perdonano chi parla contro di loro".

L'esercito pachistano ha riconquistato il controllo della valle di Swat nel luglio 2009, dopo due anni di violenze dei talebani, che avevano vietato alle bambine di frequentare la scuola. Lo scorso anno, ricordando il periodo in cui i talebani si erano imposti nella regione, Malala raccontò alla Bbc il terrore delle ragazzine "di essere colpite con acido al volto o di essere rapite". "Per questo in quel periodo alcune di noi andavano a scuola con abiti normali, non con l'uniforme scolastica, e nascondevamo i libri sotto i nostri veli", ha spiegato Malala.

Lo scorso anno Malala ha ricevuto il primo premio nazionale per la pace dal governo di Islamabad ed è stata segnalata per l'International children's peace prize dal gruppo Kidsrights foundation. Ma quasi contemporaneamente è stata inserita dai talebani 'in cima' alla lista degli obiettivi da colpire.

La condizione delle bambine è stata al centro di un recente caso in Pakistan. La Corte Suprema ha infatti dichiarato illegali le sentenze decise dalla giustizia tribale, ma in molte zone rurali continua ad essere frequente l'utilizzo di donne, spesso minori, come ricompensa nelle dispute tra le famiglie. Qualche tempo fa, in Baluchistan, una delle zone più sottosviluppate del Paese, nel distretto di Dera Bugti, una lite tra clan rivali si è conclusa con la consegna, a titolo di risarcimento, di tredici bambine, d'età compresa tra i 4 e i 16 anni. Le piccole sono state cedute da un clan all'altro per esser date in matrimonio.
(09 ottobre 2012)

venerdì 21 settembre 2012

Riforme, Singh non si ferma

da www.ilsole24ore.com


Un messaggio scritto, o forse un intervento in tv: Manmohan Singh, il primo ministro indiano, intende spiegare oggi alla nazione le ragioni che lo hanno spinto a riproporre quello che per centinaia di migliaia di indiani è un tabù, l'apertura agli investimenti stranieri nel settore retail. Un passo, aveva detto Singh la settimana scorsa, che dovrebbe aiutare l'economia e l'occupazione «in questi tempi difficili», nell'interesse nazionale: solo la prima di una lunga serie di riforme che potrebbero rimettere in moto l'India.
Ma il Governo, una coalizione che si appoggia sul Congress Party di Sonia Gandhi, sembra essere già partito in salita. La riforma è avversata dal più importante alleato, il Trinamool Congress di Mamata Banerjee, chief minister del Bengala occidentale, che oggi formalizzerà l'uscita dalla coalizione. Non siamo contrari ad acquisire «nuovi amici», ha chiarito ieri il ministro delle Finanze Palaniappan Chidambaram. Ma non sono molti i partiti o gli Stati ben disposti verso questa e qualunque altra riforma che possa incidere sul fronte sociale: preoccupati dalla sorte di milioni di piccoli venditori, contadini e intermediari su cui si fonda la rete di distribuzione delle merci, piccoli partiti di destra e di sinistra si sono uniti ieri all'opposizione del Bharatiya Janata Party nel convocare uno sciopero nazionale contro la riforma del retail e gli altri cambiamenti annunciati dal Governo a sostegno del budget: tra questi un aumento dei prezzi del diesel e una riduzione del numero di bombole che ogni famiglia può acquistare ogni anno a prezzi sussidiati.
Scuole, imprese e uffici chiusi in diverse città del Paese, strade e treni bloccati anche se a macchia di leopardo, deserta Bangalore, normalità a Mumbai. «Se non protestiamo ora, il Governo eliminerà le famiglie dei poveri e della classe media», diceva una manifestante citata dall'agenzia Reuters.
La difficile missione di Manmohan Singh è dimostrare che la riforma del retail può portare più vincitori che perdenti. L'apertura consente alle grandi catene globali plurimarca come Tesco o Wal-Mart di aprire - con il 51% della proprietà - grandi magazzini nelle città indiane con più di un milione di abitanti, negli Stati che accetteranno. Con un investimento minimo di 100 milioni di dollari, gli stranieri dovranno affidarsi a merci indiane per il 30% del valore che produrranno. Dovranno investire in infrastrutture di cui il Paese ha disperatamente bisogno, dai trasporti alla catena del freddo. Chi sostiene la riforma è convinto che si creeranno così migliaia di posti di lavoro, gli avversari intendono difendere i piccoli negozietti che la concorrenza dei supermercati schiaccerà. Manmohan Singh sembra deciso ad andare fino in fondo: ieri ha notificato formalmente la riforma, dando ordine all'amministrazione pubblica di realizzarla.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 27 agosto 2012

Elezioni a Jakarta. Campagna contro un candidato cinese e cristiano

da www.asianews.it

di Mathias Hariyadi
Il 20 settembre i cittadini della capitale alle urne per eleggere il loro leader. Il fronte islamico ha lanciato pesanti attacchi personali di sapore razzista e anti-cristiani. Leader religiosi e imam invitano a votare solo personalità musulmane. Timori di nuove violenze nel “fragile” tessuto sociale indonesiano.


Jakarta (AsiaNews) - Sale la tensione a Jakarta (isola di Java) in vista del ballottaggio del 20 settembre prossimo, in cui verrà assegnata la poltrona di governatore della capitale indonesiana. La campagna elettorale si fa sempre più serrata e non vengono risparmiati attacchi personali nei confronti dei candidati. Il timore è che lo scontro da politico si possa trasformare in etnico e sociale: nella regione iniziano infatti a circolare video, messaggi e cartelloni denigratori nei confronti della coppia che sfiderà l'attuale governatore uscente, rivolti in particolare al candidato alla carica di vice perché di etnia "cinese" e di religione "non musulmana". Nella diatriba sono intervenuti anche leader religiosi e imam, che invitano i cittadini a snobbare personalità che non siano vicine all'islam.
A sfidare il governatore uscente di Jakarta Fauzi "Foke" Bowo il duo Joko Widodo (famoso col soprannome di Jokowi) e il suo vice Basuki Tjahaja Purnama (meglio conosciuto come Ahok). Al primo turno, svolto l'11 luglio scorso, la coppia sfidante ha vinto a sorpresa col 42,6% dei voti, mentre Bowo si è fermato al 34,05%. La partita al ballottaggio si presenta aperta e non è affatto scontata la conferma dell'attuale leader.
A incendiare gli animi della campagna, gli attacchi personali contro Basuki Tjahaja Purnama perché discendente di etnia cinese - è nato a Solo, nello Java centrale - e di religione cristiana. Il tentativo di screditare il candidato alla carica di vice potrebbe però infiammare lo scontro interconfessionale e acuire la tensione fra gruppi religiosi, in una competizione elettorale che assume un significato politico anche a livello nazionale.
Già in passato, infatti, la maggioranza musulmana si è scagliata contro la minoranza etnica cinese - di fede cristiana o buddista - come nel maggio del 1998, all'epoca della dittatura di Suharto, quando migliaia di persone sono state attaccate e colpite con violenza inaudita e brutale. Assalti che si sono ripetuti nel tempo e che testimoniano la "fragilità" del tessuto sociale indonesiano, il Paese musulmano più popoloso al mondo.
Da più parti sono emersi appelli alla popolazione, in cui si chiede di votare per un candidato di etnia Betawi (i nativi di Jakarta, ndr) e che siano di religione musulmana come il governatore uscente Fauzi "Foke" Bowo, una figura moderata all'interno del panorama politico locale. Tra i tanti attacchi personali contro Basuki Tjahaja Purnama, vi sono l'appello di un musicista e leader religioso estremista che, durante il sermone in moschea, ha intimato ai musulmani di non votare il duo Jokowi/Ahok. A questo si aggiungono una serie di filmati su internet riferiti ai drammatici incidenti del 1998, con un messaggio che ricorda che "questo sarà lo scenario" se verrà eletto un discendente di etnia cinese. Infine, l'accusa rivolta a Jokowi di essere un'attivista anti-islamico legato all'universo sionista.

lunedì 20 agosto 2012

Birmania, abolita dopo mezzo secolo la censura preventiva sui media

da www.repubblica.it

Da oggi gli articoli non dovranno più passare il vaglio del regime prima di essere pubblicati. Un nuovo segnale di apertura sui diritti da parte del governo di Rangoon

RANGOON - Da oggi i giornalisti birmani non dovranno più far passare i loro articoli al vaglio del famigerato Press Scrutiny and Registration Department prima della pubblicazione. Il governo, attraverso una nota ufficiale sul ministero dell'informazione, ha annunciato infatti l'abolizione della censura preventiva su "tutti i mass media", a partire da oggi: il provvedimento mette fine a oltre mezzo secolo di restrizioni severissime in vigore da quando, nel 1962, salì al potere la giunta golpista guidata dal generale U Ne Win.

Un notevole passo avanti per la libertà di stampa, che dovrà però superare la prova dei fatti. Restano infatti in vigore leggi restrittive sui libri e sanzioni pesanti per chi con le sue opere e i suoi scritti dovesse "attentare" alla sicurezza del paese.

Inoltre la responsabilità giuridica personale del reporter resterebbe pesante, ed eventualmente punita anche pecuniariamente (gran parte delle nuove pubblicazioni non hanno fondi sufficienti per coprire le spese giudiziarie). Appena un mese fa due settimanali sono stati fatti chiudere temporaneamente solo per aver anticipato un rimpasto ministeriale.

I controlli sulle pubblicazioni avevano avuto un allentamento già l'anno scorso, quando la censura era stata revocata per i testi delle canzoni o delle fiabe, mentre restava in vigore per la maggior parte dei libri e per giornali, televisioni ed emittenti radiofoniche, specie se di matrice politica o religiosa.

In ogni caso si tratta di un passo del tutto inedito in un Paese dove già nell'ultimo anno sono fiorite 300 nuove pubblicazioni, e il regime ha tolto le restrizioni a piu di 30mila website. "La censura preventiva non ha più senso in un processo democratico", ha commentato lo stesso capo della censura.

La decisione sui media si inserisce nel processo riformistico avviato dal nuovo governo birmano, formalmente civile anche se guidato da un generale a riposo, Thein Sein. Le pur caute aperture hanno raggiunto il culmine con la scarcerazione di centinaia di prigionieri politici a partire dalla leader dell'opposizione non violenta, Aung San Suu Kyi, insignita nel 1991 del premio Nobel per la Pace.
(20 agosto 2012)

giovedì 9 agosto 2012

India: il cellulare di Stato per i meno abbienti

da www.ilsole24ore.com

India: il cellulare di Stato per i meno abbientiIndia: il cellulare di Stato per i meno abbienti
Il Governo indiano continua nel segno dell’emancipazione tecnologica della popolazione. Il 15 agosto prossimo, durante le celebrazioni del giorno dell’Indipendenza (fino al 1947 l’India era una colonia britannica) il Primo ministro Manmohan Singh annuncerà ufficialmente il piano di distribuzione di un telefono cellulare a sei milioni di famiglie meno abbienti, con un pacchetto di 200 minuti mensili di telefonate gratuite. La notizia, anticipata dal quotidiano Indian Express, porterà la tecnologia cellulare tra le mani di 28 milioni di persone circa; i costi sono stimati in ragione di 1,26 miliardi di dollari – e qui il discorso assume tonalità strategiche sia dal punto di vista politico sia da quello economico – e saranno coperti per metà dagli operatori telefonici.
La replica dell’opposizione è laconica: “cosa se ne fa la popolazione di un cellulare se non ha l’energia elettrica?”. Se da una parte questa operazione tende a cogliere i favori dell’elettorato, dall’altra rappresenta un richiamo per quegli investitori esteri che, durante le prime settimane del 2012, hanno abbandonato ogni progetto alla luce della revoca delle licenze, il cui bando è stato ritenuto irregolare.
Lo scandalo, che l’Economist ha definito gigantesco, ha indotto la Corte Suprema indiana a cancellare l’assegnazione di 122 licenze acquistate in modo ritenuto irregolare da nove operatori, alcuni dei quali hanno rischiato il fallimento. Ora si cerca di lanciare un segnale agli investitori, soprattutto quelli stranieri, che avevano abbandonato il mercato indiano ritenuto troppo incerto. Questo nuovo humus funge da richiamo quasi irresistibile, considerando che sono 900 milioni gli indiani dotati di telefono cellulare. Al momento dell’assegnazione delle licenze incriminate (era il 2008) al governo c’era l’attuale Primo ministro che resterà in carica fino al 2014.

martedì 31 luglio 2012

Vietnam, la madre si dà fuoco per la libertà della figlia cattolica

da www.lastampa.it

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Una dissidente cattolica vietnamita
Una dissidente cattolica vietnamita

Dang Thi Kim Lieng si è immolata per protesta contro il governo che tiene in prigione la figlia 44enne “colpevole” di aver denunciato gli abusi nelle carceri

mauro pianta roma   
Si è uccisa dandosi fuoco per protestare contro gli abusi del governo  nei confronti della figlia, una dissidente cattolica in prigione dal settembre scorso. Dang Thi Kim Lieng, madre di Maria Ta Phong Tan, ha scelto una morte terribile per difendere la 44enne in galera con la sola colpa di aver denunciato sul web le storture del sistema carcerario vietnamita.

Dang Thi Kim Lieng, come riferisce l’agenzia missionaria AsiaNews, si è data fuoco di fronte agli uffici governativi nella provincia meridionale di Bac Lieu. Attivisti e avvocati che si battono per i diritti umani in Vietnam raccontano che la donna è morta durante il trasporto all'ospedale di Ho Chi Minh City.  Ma  né la polizia, né le autorità ufficiali hanno voluto rilasciare commenti sulla vicenda o confermarne la dinamica.

Il decesso ha scatenato la reazione di molti blogger del Paese. Nel mirino ci sono il partito comunista e i leader di governo colpevoli di attuare una politica di repressione e di violare in modo sistematico la libertà di religione e di pensiero, con accuse pretestuose fra cui quella, tipica, di «propaganda contro lo Stato».
    
Maria Ta Phong Tan,  è stata rinchiusa in un carcere della ex Saigon. Per la polizia è colpevole di attività "sovversiva" e di scritti "infamanti" pubblicati in rete, scritti che gettano discredito sul governo di Hanoi e il partito comunista. Rischio sino a vent’anni di carcere. Il processo dovrebbe iniziate il prossimo 7 agosto.

La comunità cattolica vietnamita è, naturalmente, sotto shock."I cattolici di quel paese - spiega a Vatican Insider padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews - sono sottoposti anche a una persecuzione di tipo economico. Molti terreni sequestrati ai cattolici ai tempi della rivoluzione e che adesso dovrebbero tornare ai legittimi proprietari per la costruzione di scuole e ospedali, vengono invece rubati dai vertici del Partito Comunista che se li intestano. Il Partito poi, nei confronti del Vaticano, ha un  il coltello dalla parte del manico: le eventuali reazioni determinerebbero la nomina governativa dei vescovi, un po' come accade in Cina. I diritti e la giustizia, insomma, non sembrano essere una priorità di quel Paese".

La vicenda di Maria è la conferna emblematica. La donna è un'ex poliziotta molto nota in Vietnam. Nei suoi confronti pesa anche la decisione di convertirsi al cattolicesimo, dopo un'adolescenza e un'infanzia caratterizzate da continui "lavaggi del cervello" dei funzionari locali del partito per inculcarle l'ideologia comunista. Tuttavia, scrive ancora AsiaNews,  l'incontro con un avvocato e attivista per i diritti umani le ha fatto riscoprire un desiderio di fede che, nel tempo, l'ha spinta al battesimo.

Il governo vietnamita attua un controllo serrato sulle attività religiose e spesso i cattolici sono vittime di violenze e abusi. Fra i molti esempi vi sono i montagnard negli altipiani centrali e i padri Redentoristi, ad Hanoi e Ho Chi Minh City, il cui impegno pastorale viene soffocato con sistematica regolarità. Tuttavia, le violenze non hanno impedito loro di svolgere un ruolo fondamentale per la diffusione del cattolicesimo. E della libertà.

L'economia emergente già in difficoltà ora resta al buio

da www.ilsole24ore.com


E' successo di nuovo, per il secondo giorno consecutivo. Le interruzioni di corrente non sono certo una novità in India, ma questa volta un black-out ha spento più di metà del Paese: lunedì gli Stati del Nord, compresa Delhi, oggi – cominciando a metà giornata - ancora gli stessi ma anche l'India orientale, e con lei alcune zone di Calcutta. Centinaia di milioni di persone bloccate, tra loro – nel Bengala occidentale – centinaia di minatori a Burdwan, 180 km a nord-ovest di Kolkata, Calcutta. Una miniera di carbone della Eastern Coalfields, di proprietà dello Stato. «Stiamo cercando di liberarli, ogni sforzo è nel ricostituire le forniture di energia per far ripartire gli ascensori», ha spiegato il chief minister del West Bengal, la battagliera Mamata Banerjee. Da tempo ormai le analisi sulle economie emergenti sottolineano deluse il rallentamento indiano, unione di fattori globali e di responsabilità interne. Ma il dramma di questi due giorni, questa India in ginocchio sembra più eloquente di ogni parola: un Paese che sognava di proiettarsi nel futuro, e si ritrova impotente. Infrastrutture affamate di investimenti che non riescono a tenere il passo con le esigenze di un'economia moderna, e della crescita che l'India si augurava.

Come era stato spiegato lunedì, una rete di distribuzione inadeguata non avrebbe retto all'utilizzo di elettricità di diversi Stati, consumi alimentati dal caldo e dalla carenza d'acqua, colpevole il monsone. A Delhi ancora una volta si è fermata la metropolitana, i treni vengono evacuati, gli uffici e gli ospedali vivono dei propri generatori, i trasporti sono nel caos. I grossi stabilimenti si alimentano con sistemi propri, ma le piccole imprese non sono protette. "La rete settentrionale è di nuovo crollata", si è arreso parlando con l'agenzia Reuters il presidente dell'Autorità elettrica centrale, Arvinder Singh Bakshi. Da sola la griglia settentrionale copre più di 300 milioni di persone, dalle montagne dell'Himachal Pradesh alle pianure del Gange nell'Uttar Pradesh, lo Stato più popoloso dell'India. Ma sono fermi anche il Rajasthan, il Punjab, Haryana. Con la rete orientale (West Bengal, Bihar, Orissa, Jharkhand) è coinvolta più della metà della popolazione indiana, di 1,2 miliardi di persone.

venerdì 20 luglio 2012

Thailandia, la Cambogia ritira le truppe dal confine

da www.eilmensile.it

20 luglio 2012versione stampabile
Dopo decenni di contese e scontri anche molto feroci, Cambogia e Thailandia hanno ritirato le loro truppe dalla zona di confine contesa, situata vicino al tempio di Preah Vihear. Un evento significativo, dopo anni di combattimenti in cui molte persone hanno perso la vita (solo gli scontri dello scorso aprile hanno provocato la morte di 18 persone).


KHEM SOVANNARA/AFP/GettyImages

Intensa la cerimonia che ha sigillato la decisione che molti aspettavano da anni: alla presenza delle autorità militari dei due Paesi, circa 485 soldati cambogiani da una parte e un numero imprecisato di militari thailandesi dall’altra, hanno caricato contemporaneamente le armi su alcuni camion diretti nei pressi dell’antico tempio, in un’area demilitarizzata.
Circa 600 poliziotti hanno, quindi, preso servizio all’interno del tempio e nell’area di confine appena lasciata dalle truppe, al fine di preservarne la sicurezza. Sui monti che circondano il tempio poi sono state dispiegate da Banckok  300 guardie di frontiera.
I rapporti tra i due Stati sono sempre stati difficili, fin dall’epoca post-coloniale, ma anche molto prima dell’arrivo dei francesi. La comune rivendicazione di determinate aree, la definizione poco precisa dei confini terrestri e marittimi, l’odio etnico sono sempre stati i motivi che hanno impedito ai due Paesi una convivenza pacifica.
Nel caso dell’antico tempio indù di Preah Vihear, la sua rivendicazione risale alle divergenti interpretazioni dei confini tra il Siam e i territori dell’Indocina francese. Nel 1962, la Corte internazionale attribuì alla Cambogia il controllo delle rovine del tempio. L’area dove sorge quest’ultimo è considerata territorio cambogiano, ma è circondata da dirupi coperti di giungla che la Thailandia considera suoi.
Oggettivamente, però, a causa della conformazione morfologica del territorio, il tempio è impossibile da raggiungere passando dalla Cambogia.

giovedì 19 luglio 2012

Asean, la disunione del Sudest asiatico

da www.eilmensile.it

19 luglio 2012versione stampabile
Gabriele Battaglia
@Chen_the_Tramp
Appena il ministro degli Esteri filippino Alberto del Rosario ha cominciato a sollevare la questione estremamente sensibile del Mar Cinese Meridionale, il microfono si è improvvisamente spento.
È successo la settimana scorsa al summit dell’Association of Southeast Asian Nations di Phnom Penh. Un inconveniente tecnico, hanno subito precisato i padroni di casa cambogiani. Forse qualcosa di più sinistro, hanno sospettato alcuni diplomatici lì presenti, frustrati dai “niet” della Cambogia per inserire l’argomento nell’ordine del giorno.
HOANG DINH NAM/AFP/GettyImages
L’Asean ha fallito. L’organizzazione che unisce dieci Paesi del Sudest asiatico e che vorrebbe trasformarsi in una sorta di Unione Europea d’Oriente entro il 2015, ha concluso il suo ultimo summit cambogiano con un risultato imbarazzante: nessuna presa di posizione comune sulla grande patata bollente, le rivendicazioni che nel mar Cinese Meridionale contrappongono Vietnam, Filippine, Brunei e Malaysia alla Cina. E quindi, data la spaccatura interna, per la prima volta nei 45 anni di storia dell’organizzazione non è stato redatto nessun comunicato finale.
Per un’associazione di Stati che ha scelto come motto “Una comunità, un destino”, non c’è male.
Da presidente del vertice, la Cambogia ha impedito alle Filippine di inserire nella bozza di comunicato ogni riferimento alle tensioni con la Cina per la “secca di Scarborough” (isola Huangyan per Pechino) rivendicata da entrambi i Paesi. Phnom Penh ha insistito sul fatto che si tratta di una controversia bilaterale, ha sposato cioè totalmente la linea di Pechino.
Nel tratteggiare la linea di demarcazione tra le acque territoriali dell’area, la Cina si rifà a una mappa disegnata dal governo nazionalista negli anni Quaranta e a ragioni storiche. Non per nulla – dicono a Pechino – si chiama “mar Cinese Meridionale”; e gli arcipelaghi delle Paracel e delle Spratly sono stati riconosciuti per centinaia di anni come parte integrante della nazione cinese.
I confini della mappa in questione appaiono quindi come “una lingua che lambisce le coste degli altri Paesi” (definizione comparsa sui media anglosassoni qualche tempo fa), per un territorio che si prolunga di migliaia di chilometri a sud della provincia di Hainan, la più meridionale del Dragone. In un gesto molto assertivo, Pechino ha per altro deciso qualche giorno fa di costituire una nuova prefettura proprio in un isolotto a sud di Hainan “per amministrare le isole Xisha, Zhongsha, Nansha e le acque circostanti nel Mar Cinese Meridionale” (Xinhua dixit).
Il governo di Manila, invece, sostiene che la Cina abbia rivendicato l’isolotto di Scarborough solo dal 1940 e che questo ricada, per prossimità geografica, nel proprio territorio. In effetti, lo scoglio dista a poco meno di 160 chilometri dalla costa filippina, facendone quindi, secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sui Mari del 1982, parte integrante della sua zona economica esclusiva.
Il senso profondo di questa vicenda, al di là delle specifiche rivendicazioni, risiede nell’ormai evidente capacità della Cina di esercitare – esplicitamente o implicitamente poco conta – pressioni sui Paesi limitrofi in virtù del proprio peso economico.
Schematizzando: gli Stati Uniti esercitano un proprio controllo militare sull’area, soprattutto perché Vietnam e Filippine guardano sempre più a Washington come deterrente contro le mire cinesi; la Cina, mentre si attrezza comunque militarmente, spacca l’Asean grazie alla sua forza economica. In nessuno dei due casi si tratta di soft power – la capacità di conquistare cuori e menti – bensì del buon vecchio potere “hard”, quello esercitato a forza di portaerei e di denaro, alternativamente spesi a seconda delle circostanze.
Finché non si arriverà a un conflitto esplicito, la strategia cinese del denaro sonante appare però vincente.
Nel 2011, gli investimenti diretti della Cina in Cambogia sono stati di 1,2 miliardi di dollari, dieci volte superiori a quelli statunitensi. Analoghi investimenti e accordi commerciali bilaterali stanno impennandosi anche nei vicini Myanmar e Laos.
Ce n’è a sufficienza per mandare in frantumi l’unità dell’Asean, la presunta “Unione” del Sudest asiatico che tanto unione non è.

giovedì 14 giugno 2012

Afghanistan, la cooperazione regionale è l’unica via d’uscita

da www.eilmensile.it

14 giugno 2012versione stampabile
La cooperazione regionale è l’unica medicina sia per la stabilità dell’Afghanistan sia per quella dei Paesi vicini. Lo ha dichiarato Willy Sovndal, il ministro degli Esteri danese, intervenendo a Kabul nella Conferenza ministeriale “Afghanistan, Cuore d’Asia”, parlando a nome dell’Alto rappresentante dell’Unione europea (Ue) per la politica estera, Catherine Ashton.


SHAH MARAI/Stringer
Il ministro danese ha sottolineato, quindi, la necessità dell’impegno comunitario che deve ”sostenere l’Afghanistan durante la transizione e anche nel decennio della sua trasformazione”.
“Afghanistan: Cuore d’Asia” è iniziata oggi, 14 giugno, in una Kabul che ha adottato imponenti misure di sicurezza per tutto il centro cittadino.
Partecipano ministri degli Esteri e responsabili di 42 Paesi e organizzazioni internazionali. Per l’Italia è presente il sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura. Il discorso introduttivo è stato pronunciato dal ministro degli Esteri afgano, Zalmai Rassoul.
Durante il suo discorso d’apertura, anche il Presidente Karzai ha sottolineato l’importanza della cooperazione regionale al fine di garantire la pace e la stabilità in Afghanistan, e ha esortato le nazioni vicine a fare di più in tal senso. Il Presidente ha poi ringraziato tutti i Paesi che hanno aiutato il suo governo nel difficile conflitto con i talebani e ha annunciato un rilancio dell’iniziativa di pace e riconciliazione con l’opposizione armata. Infine, ha evidenziato i progressi riguardanti la transizione dalle truppe della Nato alle forze di sicurezza afgane e ribadito l’intenzione del suo governo a proseguire la lotta contro la corruzione.

lunedì 11 giugno 2012

Birmania, continuano gli scontri tra buddisti e musulmani

da www.eilmensile.it

11 giugno 2012versione stampabile
Il presidente Thein Sein ha dichiarato ieri, 10 giugno, lo stato di emergenza nella zona occidentale della Birmania in seguito agli scontri sempre più feroci tra gruppi etnici buddisti e musulmani. Il coprifuoco è stato predisposto per la capitale dello stato Rakhine, Sittwe, e per altre tre città.


MUNIR UZ ZAMAN/Stringer
Secondo il Presidente, se le violenze dovessero continuare si rimetterebbe in discussione la democrazia che lui stava cercando di portare nel Paese.
La tensione è scoppiata meno di una settimana fa, quando una donna buddista è stata violentata e uccisa. L’evento ha suscitato l’ira della folla che ha accusato alcuni musulmani, uccidendone dieci.
Solo negli ultimi due giorni non meno di 500 case sono state bruciate e distrutte. 5mila sarebbero le persone rimaste senza tetto.
La città di Sittwe è al momento controllata dalle forze di sicurezza, mentre proseguono a Yangon sia le manifestazioni organizzate da buddisti che chiedono giustizia per le violenze subite, sia quelle organizzate dai musulmani.
La capitale Sittwe è un’importante crocevia per il commercio, essendo essa il punto di origine di un oleodotto e gasdotto costruito dalla Cina che porta energia fino allo Yunnan. La situazione regionale però è etnicamente complicata essendo presenti nell’area alcuni gruppi minoritari musulmani, fra cui i Roihingya, considerati “illegali” in Birmania perché “bengalesi” (provenienti dal Bangladesh), e malvisti dallo stesso Bangladesh che li accusa di essere immigrati illegali in Birmania.
Il Paese, composto da oltre 135 etnie, ha avuto sempre difficoltà a farle convivere e in passato la giunta militare ha usato il pugno di ferro contro i più riottosi. Lo stato di emergenza dichiarato ieri è il primo intervento eccezionale ad opera di Thein Sein, Presidente da oltre un anno, che sta cercando di portare il Paese dalla dittatura militare a una forma di democrazia, per quanto minima.
I musulmani in Birmania costituiscono circa il 4 per cento su una popolazione di 60 milioni di persone. Secondo l’Onu, nel Paese sono presenti 750mila Rohingya, concentrati in maggioranza nello Stato di Rakhine.
Le tensioni che stanno scoppiando in questi giorni hanno una connotazione regionale ben precisa. Nonostante questo, però si sta diffondendo il timore che il problema potrebbe estendersi altrove, dal momento che la questione sconfina anche in uno scontro tra religioni.
La paura tra la gente è ormai diffusa: molti negozi in questi giorni sono rimasti chiusi e le truppe dell’esercito sono state distribuite in tutto il Paese per aiutare la polizia e i funzionari della sicurezza a mantenere l’ordine.
Anche sotto il precedente governo militare si sono verificati incidenti di questo tipo, ma questi erano soliti passare pressoché inosservati.

giovedì 17 maggio 2012

Bangladesh, sciopero nazionale

da www.eilmensile.it

17 maggio 2012versione stampabile
Non si ferma lo sciopero generale che nello stato asiatico del Bangladesh paralizza le principali arterie della capitale Dhaka. La tensione, dopo un mese di mobilitazioni, è alle stelle per l’attacco incendiario che nei giorni scorsi ha portato all’arresto di 33 esponenti di spicco dell’opposizione.
In risposta alla retata della polizia, il principale partito di opposizione, il Bangladesh National Party (Bnp), ha incitato tutto il Paese a scendere in piazza, per protestare contro quelli che ritiene ”arresti politici, strategici per il governo che vuole fermare la protesta del popolo, dopo aver fatto scomparire i suoi leader”, ha dichiarato Nazrul Islam Khan, portavoce del Bnp.
Il Bnp e gli altri diciotto partiti che compongono la coalizione delle opposizioni hanno fissato un ultimatum per il 10 giugno prossimo al governo per indire le prossime elezioni.

mercoledì 2 maggio 2012

Vietnam, la piccola Tigre verso la riforma del lavoro

da www.eilmensile.it

2 maggio 2012versione stampabile
Paolo Tosatti/China Files
Prolungamento del periodo di maternità, maggiori controlli sul rispetto degli orari e dei turni di lavoro, innalzamento degli standard previdenziali e pensionistici, riduzione della durata dei contratti a tempo determinato. Ma soprattutto e prima di ogni altra cosa, aumento dei livelli salariali minimi, per consentire ai lavoratori di ottenere alla fine del mese almeno il sostentamento necessario a mangiare e ripararsi sotto un tetto durante le brevi pause di riposo cui hanno diritto in base a una legge troppo spesso violata, quando non completamente dimenticata.
Nella sua terza sessione, che prenderà il via nei prossimi giorni, la Quoc hoi Viet Nam, l’Assemblea nazionale vietnamita, parlerà tra le altre cose di quella riforma del Codice del lavoro che ormai da mesi occupa le prime pagine della stampa del Paese e che rappresenta uno degli argomenti centrali del dibattito sul nuovo modello di sviluppo che Hanoi dovrà adottare nell’immediato futuro.
Negli anni passati la più giovane e aggressiva delle tigri dell’Asia ha fatto tesoro della lezione appresa dal Dragone cinese, abbassando il costo del lavoro a livelli competitivi anche per il Sud Est Asiatico e riuscendo ad attrarre nel giro di poco tempo centinaia di miliardi di dollari di investimenti.
È stato appunto grazie a questa strategia che il Vietnam si è meritato il soprannome di piccola Cina, sottraendo investitori e clienti alla sorella maggiore e sostituendo nel giro di brevissimo tempo le risaie con parchi industriali d’avanguardia, sedi degli stabilimenti della Samsung, della Canon, della Nike e della Foxconn.
Il risultato è stato un tasso di crescita annuo superiore al 6 per cento, sorprendente per un Paese che solo 15 anni fa era tra i più poveri del pianeta, politicamente isolato e gravato da un sistema normativo di stampo socialista nient’affatto favorevole allo sviluppo dell’economia.
I progressi ottenuti hanno però avuto un prezzo non indifferente. La pressione scaricata sulle spalle delle classi lavoratrici è stata enorme: l’aumento costante dei turni di lavoro non è mai stato compensato da adeguati incrementi salariali, le già precarie condizioni degli operai impiegati nella fabbriche sono andate progressivamente peggiorando e le industrie e gli stabilimenti hanno finito per trasformarsi in una versione moderna di quelli che nel 1850 Charles Kingsley definì sweatshops, “laboratori del sudore”, all’interno dei quali, a giudizio del ministero della Salute vietnamita, la situazione è ormai “inaccettabile”.
Senza contare che l’accelerazione dell’economia ha portato con sé un’inflazione a due cifre che si è abbattuta come una scure sulla capacità di spesa delle famiglie, recidendone una parte significativa. Basti considerare che ad aprile il tasso di inflazione su base annua, che ha registrato il livello più basso degli ultimi 18 mesi, si è attesto al 10,54 per cento, con un drastico calo di quasi 4 punti rispetto a marzo.
A questa situazione le autorità di Hanoi hanno cercato di porre rimedio attraverso una serie di riforme del Codice del lavoro (nel 2002, nel 2006 e nel 2007), che tuttavia non sono mai riuscite a migliorare in modo significativo il tenore di vita dei lavoratori. La migliore testimonianza della loro inefficacia è rappresentata dai dati del ministero del Lavoro degli invalidi di guerra e degli affari sociali sugli scioperi che hanno colpito il Paese dal 1995 all’anno scorso.
Le proteste sono state in tutto 4.142, e il loro numero è andato aumentando esponenzialmente, fino a raggiungere la cifra di 978 nel 2011, vale a dire quasi tre scioperi al giorno.
La posizione ufficiale del governo su questo allarmante incremento è che le proteste sono determinate dal mancato rispetto delle leggi da parte dei datori di lavoro, in molti casi imprese straniere che hanno delocalizzato in Vietnam. Tuttavia, come sottolineato più volte dalla Tong lien doan lao dong Viet Nam, la Confederazione generale del lavoro vietnamita, il problema principale che i lavoratori si trovano oggi ad affrontare è quello del salario minimo, che attualmente copre solo il 60 per cento delle spese necessarie al loro sostentamento.
La questione, dunque, richiede in primo luogo un intervento di natura legislativa: è necessario adeguare gli stipendi al costo della vita, perché le condizioni in cui versano gli operai sono ormai insostenibili. E in questo senso la responsabilità del Partito comunista che guida il Paese non può che essere diretta.
Nella bozza del nuovo Codice del lavoro che sarà discussa nei prossimi giorni dall’Assemblea nazionale la disciplina del salario minimo è affidata all’articolo 88. Attualmente, in base a un decreto del 22 agosto del 2011, gli stipendi minimi per gli operai vietnamiti sono fissati su base regionale.
Per la regione 1, che comprende grandi città come Hanoi e Ho Chi Minh City, la paga mensile non può essere inferiore a 2 milioni di dong, circa 96 dollari. Una cifra risibile, se si considera che il prezzo di un biglietto dell’autobus nella capitale è di 3000 dong. E i minimi diminuiscono man mano che ci si sposta verso le zone periferiche: 85,5 dollari per la regione 2, 74, 5 dollari per la 3, 67,3 dollari per la 4.
Per questa ragione una delle richieste che i sindacati hanno avanzato è quella di ancorare i minimi salariali all’effettivo costo della vita nelle diverse aree del Paese senza tener conto dell’attuale suddivisione in “macro-regioni” che non rispecchiano la concreta situazione economica del Paese.
“Solo in questo modo si avrà un reale aumento del potere d’acquisto delle famiglie”, ha spiegato Dang Quang Dieu, capo dell’Istituto per i lavoratori e i sindacati del ministero del Lavoro, avvertendo che in caso contrario una nuova ondata di scioperi colpirà tutti i settori produttivi.
Ma anche se il problema dell’astensione dal lavoro preoccupa non poco gli imprenditori e il governo, tanto che il primo ministro Nguyen Tan Dung è stato recentemente obbligato a rivolgere un appello ai cittadini per chiedere di dimezzare il numero degli scioperi per stabilizzare il livello di investimenti stranieri, l’opposizione a riforme del Codice del lavoro ritenute troppo generose nei confronti dei lavoratori è comunque forte.
Huynh Van Hanh, vicepresidente della Ho Chi Minh City wood processing and handicrafts business association, che rappresenta gli interessi di 370 compagnie locali e straniere, si è fatto portavoce dello scontento che serpeggia tra le fila degli imprenditori
“Questa bozza contiene una serie di disposizioni a tutela dei lavoratori, ma nessuna a protezione degli interessi dei datori di lavoro”, si è lamentato Hanh davanti alla stampa, agitando nervosamente i 17 capitoli del documento. “L’espressione ‘il datore di lavoro ha l’obbligo di’ compare più di 60 volte”, ha aggiunto. “Queste norme inique spingeranno i lavoratori a chiedere di più senza dare nulla in cambio. È invece loro dovere contribuire alla prosperità economica del Paese”.
Una delle questioni che maggiormente suscita l’apprensione degli imprenditori è quella dei cosiddetti “scioperi illegali”. La legge in vigore stabilisce che ogni vertenza di lavoro sia sottoposta all’esame di una specifica commissione di conciliazione, incaricata di valutare ogni singolo caso e di trovare una soluzione.
Nell’ipotesi in cui questa non riesca nell’intento, allora l’iniziativa passerebbe in teoria nelle mani della commissione provinciale di arbitrato . Solo se anche questo intervento si risolve in un nulla di fatto i lavoratori possono dichiarare lo sciopero, sempre che a farlo siano i rappresentanti delle unità sindacali di base.
Il problema è che, secondo gli stessi dati del ministero del Lavoro, dal 1995 a oggi nessuna vertenza presentata all’organismo di conciliazione ha mai superato la fase di analisi preliminare, e che spesso i rappresentati dei sindacati presso le aziende sono pagati dai datori di lavoro, con il risultato che un elevato numero di scioperi risulta dichiarato dai lavoratori stessi, formalmente in violazione della legge.
Oltre ai salari minimi, l’Assemblea nazionale dovrà risolvere anche altri problemi, come quello della maternità, che i sindacati chiedono di elevare a sei mesi per tutte le donne lavoratrici, diversamente dal regime attuale che prevede un periodo differenziato in base al tipo di impiego, e quello dei contratti a tempo determinato, la cui durata secondo i rappresentanti dei lavoratori dovrebbe essere ridotta a un massimo di sei anni contro gli attuali dieci.
Una richiesta, quest’ultima, diametralmente opposta a quella dei datori di lavoro, che chiedono anzi di avere la possibilità di assumere per un periodo iniziale senza alcun contratto e di non essere più vincolati al rispetto delle quote minime previste per l’assunzione di lavoratori diversamente abili.
Pedro de la Hoz, responsabile della sezione cultura del Granma, il giornale ufficiale del Partito comunista cubano, ha dichiarato recentemente che quello del Vietnam è il più interessante esperimento socialista in corso nel mondo.
Che sia interessante è fuor di dubbio. Quello che invece non è chiaro è dove questo esperimento potrebbe portare il Paese asiatico. Molto in alto, stando ai dati macro-economici. Oppure molto in basso, tenuto conto delle ultime richieste formulate dal mondo imprenditoriale vietnamita.

lunedì 23 aprile 2012

Birmania: riapre parlamento, presidente sfida boicottaggio Suu Kyi

Birmania: riapre parlamento, presidente sfida boicottaggio Suu Kyi
09:37 23 APR 2012

(AGI) - Naypyidaw (Birmania), 23 apr. - Dopo la sospensione dei lavori dovuta alle storiche elezioni suppletive del 1 aprile scorso, la camera bassa del Parlamento del Myanmar ha oggi riaperto con la nuova sessione, dalla quale erano pero' assenti Aung San Suu Kyi e almeno altri 36 deputati della Lega Nazionale per la Democrazia: il principale partito di opposizione che nella recente consultazione ha fatto registrare un autentico trionfo, conquistando ben 43 seggi sui 44 per i quali era in lizza, e vedendo eleggere per la prima volta la sua leader. Quest'ultima aveva pero' avvertito che, insieme ai compagni di partito, avrebbe boicottato l'inaugurazione della nuova assemblea perche' rifiutava di prestare giuramento sulla Costituzione varata nel 2008 dalla giunta militare, allora al potere anche formalmente. L'attuale formula di rito imporrebbe ai parlamentari d'impegnarsi a "salvaguardare" la Carta fondamentale birmana nella versione in vigore. Suu Kyi e la Lnd si erano allora rivolti al presidente Thein Sin, il generale a riposo che ha colto tutti in contropiede, in patria e all'estero, avviando una stagione di riforme senza precedenti nel Paese asiatico. La richiesta a lui diretta concerneva una modifica del testo sul quale giurare non meramente lessicale, ma di principio: dal concetto di 'salvaguardia' si sarebbe dovuti passare infatti a quello, meno circostanziato, di 'rispetto' della Costituzione. Da Tokyo, dove si trova in visita ufficiale, il leader birmano ha pero' risposto picche: nessuna modifica, ha tagliato corto, pur confermando che sul percorso riformistico non vi sara' alcuna "inversione di marcia". (AGI) .

sabato 21 aprile 2012

Pakistan, cade aereo con 130 persone a bordo

da www.corriere.it

Lo schianto in una zona residenziale nei pressi dell'aeroporto di Islamabad. La polizia: nessun sopravvissuto


L'ufficio della Bhoja AirL'ufficio della Bhoja Air
MILANO - Tragedia in Pakistan. Un aereo di linea con 130 persone a bordo -121 passeggeri e nove membri dell'equipaggio - si è schiantato prima di atterrare all'aeroporto internazionale Benazir Bhutto di Islamabad, in un'area residenziale. Lo riferisce la tv Geo News, aggiungendo che nella zona imperversava il maltempo, con forte pioggia e vento. Secondo l'ente per l'aviazione civile pachistano non ci sono sopravvissuti. Alcuni testimoni hanno riferito di aver visto alcuni edifici in fiamme. Tutti gli ospedali sono allertati. L'INCIDENTE - Il Boeing 737 era partito da Karachi e doveva atterrare nella capitale del Paese. Si trattava di un Boeing 737 della compagnia aerea Bhoja Airline, una piccola compagnia aerea low cost che aveva appena ripreso l'attività dopo una chiusura per difficoltà finanziarie. Quello di oggi era il volo inaugurale della rotta Karachi-Islamabad. I SOCCORSI - Lo schianto è avvenuto nei pressi del villaggio di Hussain Abad, probabilmente a causa delle cattive condizioni meteorologiche, e ha preso fuoco subito dopo l'impatto. Il Boeing 737 della «Bhoja» era decollato da Karachi e l'atterraggio a Islamabad era previsto per le 18.50 ora locale: la torre di controllo ha perso il contatto con l'apparecchio alle 18.40.
IL PRECEDENTE - Nel luglio del 2010 un Airbus A321 della compagnia privata Airblue si era schiantato sulle colline di Margalla, non lontano della capitale: nell'incidente - il peggiore degli ultimi vent'anni in Pakistan - avevano perso la vita 152 persone.
Redazione Online

giovedì 19 aprile 2012

L'India sperimenta missile intercontinentale Pechino: "Noi siamo più forti e affidabili"

da www.repubblica.it

Lanciato con successo Agni-V: raggio d'azione di 5.000 chilometri, il che significa che può colpire la Cina, la Russia e parte dell'Europa orientale. Toni minacciosi dalla Repubblica popolare

NEW DELHI - Si riaccende la corsa agli armamenti in Asia. L'India sperimenta con successo un missile balistico intercontinentale in grado di colpire obiettivi a oltre 5.000 chilometri di distanza e Pechino protesta con toni minacciosi.

Il missile indiano. L'Agni-V ("agni" vuol dire "fuoco") lanciato oggi dalla base off shore di Wheeler Island, al largo dello Stato dell'Orissa, è stato sviluppato dall'Organizzazione per la ricerca e lo sviluppo della Difesa (Drdo) a partire dal 1997. E' un'arma che, una volta messa a punto, permetterà all'India di entrare nell'esclusivo gruppo di Paesi che dispongono di missili balistici intercontinentali (Icbm) strategici, e di cui fanno parte Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia ed Israele. Con un raggio d'azione di oltre 5.000 chilometri, l'Agni-V può raggiungere tutta l'Asia, comprese le principali città cinesi (non a caso la stampa indiana l'ha battezzato "China killer"), la Russia e parte dell'Europa orientale. Pesa 50 tonnellate, ha una lunghezza di 17 metri e un diametro di due. Costato oltre 480 milioni di dollari (più di 365 milioni di euro) ha tre stadi ed è in grado di trasportare, grazie a una propulsione a combustibile solido, attrezzatura spaziale, satelliti e ogive nucleari individuali e multiple.

Il primo vettore della serie Agni-I fu testato nel 2002, con un raggio di azione di 700 chilometri. Insieme all'Agni-II e Agni-III sono già in dotazione delle Forze armate indiane. Paragonati
alle versioni precedenti, gli Agni-IV e V, entrambi in fase sperimentale, hanno una migliore precisione e sono basati su lanciatori mobili, mentre i vecchi missili necessitavano di un complesso lanciatore su rotaia. L'Agni-V dovrà essere sperimentato altre due volte prima di entrare nell'arsenale missilistico indiano.

Il successo del lancio è stato salutato da un coro di reazioni entusiaste dei vertici politici e militari. Il primo ministro Manmohan Singh si è congratulato con gli scienziati del centro militare di ricerca Drdo per quella che ha definito "una pietra miliare per la difesa, deterrenza e per esplorare nuove frontiere scientifiche". Il responsabile della Difesa A.K. Antony ha sottolineato che "l'India ha raggiunto l'esclusivo club delle nazioni" dotate di questo tipo di missili intercontinentali strategici.

La reazione di Pechino. La Cina ha ammonito l'India a non "sopravvalutare la propria forza". In un editoriale, il quotidiano governativo Global Times sottolinea inoltre che Pechino dispone di un arsenale nucleare "più potente e affidabile" di quello del vicino. "Anche se ha missili che possono raggiungere la maggior parte della Cina - scrive il giornale - questo non significa che (l'India) abbia qualcosa da guadagnare nel mostrarsi arrogante nelle dispute con la Cina".

I due vicini asiatici non mai risolto le loro dispute di frontiera che nel 1962 li portarono a combattere una breve ma sanguinosa guerra. Il Global Times aggiunge che New Delhi non deve esagerare "il valore dei suoi alleati occidentali e il suo possibile guadagno nel partecipare al contenimento della Cina". Secondo il quotidiano, nonostante il rafforzamento della posizione indiana, Pechino "non prenderà parte a un corsa agli armamenti in concorrenza con l'India".

(19 aprile 2012) © Riproduzione riservata

mercoledì 11 aprile 2012

Forte terremoto al largo di Sumatra allerta tsunami nell'Oceano Indiano

da www.repubblica.it

SISMA

La scossa di magnitudo 8,6 scala Richter con epicentro a circa 400 km a sud ovest di Banda Aceh, sull'isola di Sumatra. E' la stessa zona colpita dall'onda anomala nel 2004. Panico tra la gente. La Thailandia evacua le coste, chiuso l'aeroporto di Phuket

GIACARTA - Allerta tsunami in Indonesia, India, Sri Lanka e Thailandia dopo un potente terremoto che questa mattina ha colpito la zona di Aceh, al largo della costa occidentale dell'Isola di Sumatra in Indonesia, la stessa interessata dal devastante tsunami del 2004 1. Il sisma è stato di magnitudo 8,6 della scala Richter: l'intensità è stata rivista dopo una stima iniziale di 8,9. Secondo il Us Geological Survey l'epicentro del terremoto è stato a 435 chilometri a sud-ovest di Banda Aceh, capitale della provincia, ad una profondità di 22,9 km. Ed è stato avvertito fino a Singapore, Thailandia e India.

Diverse scosse di assestamento. Dopo la prima scossa, se ne sono verificate altre di assestamento, fra cui un'altra forte, di magnitudo 8,2, secondo la rilevazione dell'Usgs americano. L'allerta tsunami è stata quindi prorogata. In totale i Paesi sotto osservazione sono 28 e si attendono onde alte fino a sei metri.

La Farnesina attraverso l'unità di crisi sta verificando la presenza di italiani nelle zone interessate e al momento non si registrano situazioni di criticità.

LA MAPPA 2

IL DOSSIER SULLO TSUNAMI DEL 2004 3

La valutazione degli
esperti
. Col passare del tempo si cerca di valutare la portata del rischio. Secondo una prima analisi dell'Istituto geosismico americano, l'ipotesi di uno tsunami è improbabile visto che il terremoto che ha colpito oggi la zona di Aceh ha avuto "un movimento orizzontale e non verticale", ha detto un portavoce alla Bbc. E la faglia, rende noto l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), è diversa rispetto a quella che causò il terremoto del 2004 e si trova a 50-100 chilometri più a est, in mare aperto.

Aceh, popolazione nel panico. Nella provincia di Aceh la gente nel panico ha subito iniziato a lasciare le proprie abitazioni, cercando rifugio nelle zone rialzate. Le autorità indonesiane cercano di rassicurare: "Al momento non ci sono notizie di vittime e non c'è allerta tsunami", ha detto il presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono all'emittente indiana Ndtv. Ma sull'isola di Simeulue, situata a sud di Aceh in prossimità dell'epicentro del terremoto, l'acqua del mare si è ritirata di una decina di metri, segnale tipico che preannuncia l'arrivo di un'onda anomala.

Evacuate le coste in Thailandia. Le autorità thailandesi hanno evacuato diverse zone costiere: "Spostatevi in alto e restate il più possibile lontani dal mare", è l'appello del Centro nazionale per la gestione delle catastrofi. Data la forza del sisma, le autorità di Bangkok temono che uno tsunami possa raggiungere il Paese. L'aeroporto dell'isola di Phuket è stato chiuso, la popolare spiaggia di Patong beach è stata evacuata e ai turisti è stato chiesto di spostarsi in località elevate.

Allerta tsunami per le coste di Kenya e Tanzania
. L'allarme è stato esteso anche in Kenya e Tanzania per le coste che si affacciano sull'Oceano Indiano. Evacuate anche le coste malesi.

India, evacuazioni alle Andamane e Nicobare. L'India ha lanciato un'allerta tsunami per le isole Andamane, le Nicobare, esteso poi agli stati del Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Orissa (nell'est) - dove si trova Paolo Bosusco, ostaggio dei maoisti - e Kerala - dove sono detenuti i due marò italiani - dopo il forte sisma. La gente spaventata si è radunata nelle strade. Momenti di panico si sono avuti in particolare a Kolkata e Chennai, mentre la scossa è stata avvertita chiaramente anche a Bangalore, Bhubaneswar e Mumbai. Centinaia di persone sono state evacuate alle Andamane e Nicobare, per il rischio di un'onda di tsunami alta fino a quattro metri.

La tragedia del 2004. Il ricordo è andato immediatamente alla tragedia di otto anni fa, che provocò la morte di 230mila persone in 13 Paesi dell'Oceano Indiano. L'area di mare interessata dall'allerta tsunami è la stessa dove il 26 dicembre 2004 si formò la gigantesca onda anomala, scatenata da un sisma di 9,3 gradi sulla scala Richter, che seminò morte e distruzione dall'Indonesia fino alle coste dell'Africa orientale. Solo in Thailandia furono 5mila i morti, metà dei quali turisti nelle province di Krabi, Phuket e Phangnga.

(11 aprile 2012) © Riproduzione riservata

lunedì 2 aprile 2012

Il trionfo di Aung San Suu Kyi "Abbiamo vinto in 43 seggi su 44"

da www.repubblica.it

BIRMANIA

Il portavoce della Lega Nazionale per la democrazia sostiene che in ballo c'è solo un collegio nel Nord dello Stato di Shan. Il Nobel per la pace parla di "vittoria del popolo" è fa appello alla moderazione

RANGOUN (Birmania) - "Abbiamo conquistato 43 seggi su 44, aspettiamo i risultati dell'ultimo nel Nord dello Stato di Shan per questo pomeriggio". Con queste parole dopo ore di attesa il portavoce della Lega nazionale per la democrazia certifica il trionfo di Aung San Suu Kyi alle elezioni Birmane che segnano il ritorno in Parlamento del premio Nobel per la pace dopo 15 anni di detenzione di cui gli ultimi sette ai domiciliari. In queste elezioni parziali erano in palio 45 seggi 37 alla Camera bassa (su 440 deputati), sei alla Camera alta e due nelle Camere regionali. Solo in uno la Lega non aveva suoi candidati.

La leader dell'opposizione al regime birmano ha parlato di "Vittoria del popolo" ed ha raccomandato ai suoi sostenitori, riuniti a migliaia per festeggiare lo storico avvenimento "di bandire ogni proposito, attività e comportamenti che possano fare torto ad altre organizzazioni".

Il nuovo presidente, l'ex generale Thein Sein alla guida di un governo formalmente civile, negli ultimi mesi ha fatto aperture fino ad oggi impensabili: la liberazione dei prigionieri politici, l'allentamento della censura per i media, la legalizzazione della Lega Nazionale per la Democrazia, accordi importanti con i gruppi armati delle minoranze etniche.

La vera sfida, però, inizierà dopo il voto: il presidente Thein potrebbe offrire ai democratici incarichi di governo, ma resta sempre il pericolo di una restaurazione come quella del 1990, quando le elezioni vinte da Suu Kyi furono annullate
e fu imposta la legge marziale. E' probabile che con le sue aperture il regime abbia voluto sottrarsi all'abbraccio soffocante della Cina, il suo maggiore alleato regionale, puntando a ottenere dall'Occidente la revoca delle sanzioni economiche ancora in vigore.

(02 aprile 2012) © Riproduzione riservata

giovedì 29 marzo 2012

Il presidente deposto delle Maldive "La mia lotta per l'ambiente continua"

da www.repubblica.it

MUTAMENTI CLIMATICI

Incontro con Mohammed Nasheed, rimosso dal colpo di stato che a febbraio ha riportato al potere l'ex dittatore Gayoon. A New York per "The Island President", il documentario sulle centinaia di isole che rischiano di scomparire, l'ex leader sottolinea: "Non si può scendere a patti con la natura"

di ANDREA VISCONTI Debutto ieri a New York di "The Island President", un documentario sulle gravissime conseguenze che il riscaldamento globale sta avendo sull'arcipelago delle Maldive. Centinaia di isole rischiano di scomparire mentre lo scioglimento dei ghiacci fa salire pericolosamente il livello degli oceani. Tutto esaurito ieri sera al Film Forum dove alla prima ha fatto seguito un incontro del pubblico con Mohammed Nasheed, il presidente delle Maldive deposto 1 all'inizio di febbraio in un colpo di stato orchestrato dall'ex dittatore Gayoon. Quest'ultimo per trent'anni aveva imposto un regime autoritario fino al 2008 quando per la prima volta con elezioni democratiche aveva preso il potere un presidente scelto dai maldiviani, Nasheed appunto.

Abbiamo incontrato l'ex leader delle Maldive martedì mattina, appena poche ore dopo il suo arrivo da Male, la capitale dell'arcipelago maldiviano dove continua a vivere nonostante la sua vita sia in costante pericolo.

VIDEO: L'INTERVISTA
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- NASHEED AL DAVID LETTERMAN SHOW 3

"Ogni volta che provano ad arrestarmi migliaia di persone mi proteggono circondandomi e rendendo impossibile alla polizia di arrestarmi", dice Nasheed che il
giorno stesso in cui ci fu il colpo di stato mandò sua moglie e le sue due figlie al sicuro in Sri Lanka.

"In un certo senso è stata una fortuna che il regista Jon Shenk abbia realizzato questo documentario perché porta l'attenzione allo stesso tempo sia sulla fragilità delle nostre isole che sulla fragilità della nostra democrazia. Lui non sarebbe mai riuscito a girare questo film se non ci fosse stato al potere un governo democratico. Per far sì che tutto il mondo capisca quanto è a rischio il nostro pianeta - un rischio concreto che le Maldive stanno già toccando con mano - è importante che nel nostro Paese torni la democrazia e dunque la libertà di parlare anche dei nostri problemi ambientali. Durante la dittatura non avebbe neppure potuto entrare nel nostro Paese con le sue telecamere".

Nasheed fa presente che ci sono già settanta isole a rischio dove ci sarebbe bisogno di intervenire con sistemi per proteggere l'erosione delle coste. Ma si tratta di sistemi assai costosi, per ogni isola circa 50 o 60 milioni di dollari. "E' una situazione difficile perché per certi versi il turismo mette ulteriormente in difficoltà il fragile equilibrio del nostro arcipelago. D'altra parte abbia bisogno di un'economia vitale per poterci difendere da quello che sta avvenendo senza dover ricorrere ad aiuti internazionali".

Pur emarginato dal potere politico Nashed insiste di non avere alcuna intenzione di smettere di battersi contro il riscaldamento globale. "Non si può scendere a patti con la natura. Ci sono dati scientifici che parlano chiaro. I problemi dell'ambiente non sono limitati a un Paese solo. Ne risentiamo tutti. Ma è importante che esista una nazione che diventi l'esempio concreto delle gravissime conseguenze del riscaldamento globale. Perché solo in questo modo si esce dai discorsi astratti degli attivisti e si tocca con mano una realtà che è davanti agli occhi di tutti. Ecco il vero valore di questo documentario. E' un racconto intimo di una persona - specificamente sono io - ma anche il racconto della storia di un Paese".

(29 marzo 2012) © Riproduzione riservata