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martedì 20 settembre 2011

Ucciso l'ex presidente Rabbani Kamikaze un falso emissario talebano

Articolo tratto da "la Repubblica" (http://www.repubblica.it)

AFGHANISTAN

La vittima era oggi a capo del Consiglio per la pace, incaricato di negoziare con i talebani. La bomba nascosta nel turbante. Nella sua abitazione, vicina alla sorvegliatissima sede diplomatica Usa, era in corso una riunione, si temono altre vittime. Gravemente ferito un alto consigliere di Karzai. Il presidente torna dagli Usa

KABUL - Il presidente dell'Alto Consiglio per la Pace dell'Afghanistan, Burhanuddin Rabbani, 71 anni, è rimasto vittima di un attentato suicida a Kabul. "Rabbani è stato martirizzato" le parole usate per ufficializzare l'accaduto da Mohammed Zahir, capo del dipartimento investigazioni criminali della polizia di Kabul. L'attentato è avvenuto nel pomeriggio nel quartiere di Wazir Akbar Khan, considerato una delle zone più protette della città, la "green zone", dove ha sede l'ambasciata americana e nei pressi della quale è la casa del presidente dell'Alto Consiglio per la Pace. Dalle prime testimonianze, pare si sia trattato della "probabile" azione di un attentatore suicida, come ha spiegato Hashmatullah Stanikzai, portavoce del capo della polizia.

Secondo fonti vicine all'ex presidente afgano e la stessa polizia, la bomba che ha ucciso Rabbani era nascosta in un turbante. Indossava il copricapo un falso emissario dei talebani, in realtà un kamikaze, giunto a casa del presidente del Consiglio per la Pace dove era in programma una riunione, a cui avrebbero partecipato decine di persone. Per questo, secondo il capo della polizia, nell'attentato "vi sono sicuramente altre vittime". Da altre fonti della polizia trapela il grave ferimento nell'attentato di Masoom Stanekzai, consigliere del presidente Hamid Karzai. "E' vivo ma in gravi condizioni" ha dichiarato una fonte. Secondo l'agenzia di stampa Islamic Afghan Press (IAP) Stanikzai sarebbe una delle quattro
persone che hanno perso la vita oltre a Rabbani. Secondo fonti giornalistiche, in casa di Rabbani erano presenti due esponenti talebani. Una settimana fa nella stessa zona era entrato in azione un commando di kamikaze 1, un'azione spettacolare che aveva avuto come obiettivi il quartier generale della Nato a Kabul e la stessa ambasciata americana, conclusa con un bilancio di 15 morti.

L'attentato è avvenuto a poche ore dall'incontro tra il presidente afgano Hamid Karzai e il presidente Usa Barack Obama a New York, a margine dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Appresa la notizia dell'attentato, Karzai ha deciso di rientrare subito in Afghanistan ma prima di ripartire ha incontrato Obama in un hotel. Il presidente afgano ha condannato con forza l'uccisione di Rabbani, sostenendo che il presidente dell'Alto Consiglio "ha immolato la sua vita sulla via della pace, della stabilità e dell'indipendenza nazionale". "Le uccisioni di Rabbani - ha concluso il capo dello Stato - di Ahmad Wali Karzai, di Jan Muhammad Khan, e del generale Dawood Dawood, mostrano che i nemici di questo paese non hanno pietà per i patrioti afgani. Ma non ci fermeranno nel perseguire la pace". Gli ha fatto eco il presidente Obama, definendo "una tragica pedita" la morte di Rabbani, ma aggiungendo: "Non ci faremo dissuadere dal creare un percorso che permetta agli afgani di vivere in libertà, sicurezza e prosperità".

Leader della resistenza mujahideen durante gli anni 80 dell'occupazione sovietica, nel decennio successivo Rabbani fu presidente di un Afghanistan lacerato in fazioni in lotta per il controllo del paese dopo il ritiro delle truppe di Mosca, finché i talebani non lo estromisero dal potere nel 1996. Karzai lo aveva voluto a capo del Consiglio per la Pace, istituito nell'ottobre 2010 con l'obiettivo di stabilire contatti con i talebani per arrivare a una soluzione pacifica del conflitto interno afgano. Appello a cui, ad oggi, i talebani sono sembrati sordi: respinta ogni offerta di dialogo con Karzai, almeno fino a quando a proteggere il presidente resteranno sul campo i circa 130mila soldati del contingente internazionale. Anche se, secondo fonti occidentali, discussioni preliminari con emissari talebani avrebbero in realtà avuto luogo negli ultimi mesi in vista di un autentico negoziato. L'attentatore suicida che ha ucciso Rabbani si sarebbe spacciato proprio per uno di questi mediatori, si sarebbe presentato dicendo di avere un messaggio da parte della shura di Quetta.

La morte di Rabbani "è un duro colpo al processo di pace e una grave perdita per l'Afghanistan - ha dichiarato Sadiqa Balkhi, membro del Consiglio per la Pace - Il professor Rabbani era un leader influente e spirituale. E stata riuscendo a coinvolgere i combattenti talebani nel processo di pace". Tra le offerte del Consiglio per la Pace agli insorti, amnistia e lavoro per i militanti, possibilità di asilo all'estero per i leader.

(20 settembre 2011)

martedì 6 settembre 2011

Primo Ministro indiano a Dhaka per 'incontro storico'

Articolo tratto da Peace Reporter (http://it.peacereporter.net)


Manmohan Singh e Sheik Hazina firmeranno un'intesa sui confini tra i due Paesi e inizieranno i negoziati per una partnership commerciale

Il Primo Ministro indiano arriverà oggi in Bangladesh per una visita di due giorni, durante il quale i leader dei due Paesi dovrebbero firmare un accordo storico sui confini e su questioni commerciali. Si tratta del primo incontro ufficiale tra i due omologhi in 12 anni.

Manmohan Singh sarà accompagnato dai leader di quattro Stati indiani che confinano con il Bangladesh: Assam, Tripura, Mizoram e Meghalaya.

"La nostra partnership con il Bangladesh è importante per la stabilità e prosperità della regione nordorientale", ha dichiarato Singh. Questo incontro è visto come un tentativo di Delhi di rafforzare i suoi legami regionali per opporsi all'influenza cinese nella regione.


Al confine tra India e Bangladesh si trovano centinaia di enclaves rivendicate da entrambi i Paesi in cui decine di migliaia di persone si considerano, di fatto, senza Stato. Durante l'incontro i due capi di Stato dovrebbero accordarsi su uno scambio di territorio al confine per risolvere la questione.

Delhi sta cercando anche di ottenere il permesso di utilizzare le strade e le ferrovie bengalesi per trasportare beni nelle enclaves indiane in Bangladesh. A sua volta Dhaka vorrebbe il lascia passare per attraversare l'India nei suoi scambi commerciali con Nepal e Bhutan. Singh ha anche annunciato 1 miliardo di prestiti al Bangladesh per migliorare le sue infrastrutture.

venerdì 2 settembre 2011

Sri Lanka, stato d'emergenza perenne

Articolo tratto da "Peace Reporter" (http://it.peacereporter.net)


Rajapaksa revoca la legislazione emergenziale in vigore durante la guerra civile solo per sostituirla con nuove norme che istituzionalizzano uno Stato di polizia permanente

Il regime nazionalista di Mahinda Rajapaksa ha annunciato la revoca dello stato d'emergenza in vigore dal 1983, ma solo per sostituirlo con una nuova legislazione 'anti-terrorismo' che di fatto prolunga, anzi, rende permanente la legge marziale.

Un'operazione cosmetica che, come spiegato dallo stesso ministro della Giustizia Mohan Peiris, non comporterà la scarcerazione degli almeno 12mila prigionieri politici tamil, detenuti senza formali accuse dalla fine del conflitto nel maggio 2009.

Non verranno nemmeno revocati i poteri emergenziali di esercito e polizia, né smilitarizzate le 'zone di sicurezza'. Tantomeno decadrà la messa al bando di tutte le organizzazioni politiche legate all'Ltte, come le Tigri del fronte popolare di liberazione (Pflt).

Rimarranno in vigore anche tutte le norme che limitano la libertà di sciopero e di stampa, con il loro tragico corollario di violenze para-governative contro attivisti sindacali, difensori dei diritti umani e giornalisti critici.

La revoca dello stato d'emergenza giunge alla vigilia della riunione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che si terrà il 13 settembre a Ginevra, nella quale verranno discusse le accuse di crimini di guerra commessi dal regime di Colombo.

Rajapaksa spera, con questa mossa, di ripulire la sua immagine per evitare l'istruzione di inchieste internazionali contro il suo regime. Ma sa bene che la comunità internazionale, al di là delle dichiarazioni ufficiali, non tireranno mai la corda fino a spezzarla.

Nessuno mosse un dito nel 2009 mentre 40mila civili tamil venivano massacrati dall'esercito in pochi mesi sotto gli occhi degli osservatori Onu e della Croce Rossa Internazionale. Nessuno sembra seriamente intenzionato a farlo neanche ora che quei crimini sono stati certificati dalle stese Nazioni Unite.

Stati Uniti ed Unione Europea non vogliono arrivare a una rottura definitiva con un regime che mantiene, e manterrà a lungo, il controllo di un Paese geo-strategicamente importante come lo Sri Lanka, sempre più propenso a passare armi e bagagli dalla parte della Cina.

Rifiutando di riconoscere i propri crimini di guerra, rigettando ogni riconciliazione post-bellica con la minoranza tamil e istituzionalizzando le politiche discriminatorie e persecutorie nei suoi confronti, Rajapaksa sta gettando i semi di una nuova guerra civile. Ma questo sembra non importare a nessuno.

Enrico Piovesana